Roberto Ravelli
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Roberto Ravelli

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Pubblicato il 4 Settembre 2020

Nasce a Pian d’Artogne (Bs) il 14 settembre 1946. Si iscrive alla Cisl quando viene assunto all’Acciaieria di Pisogne come impie­gato ed è subito inserito nella commissione interna. Nel 1970 di­venta operatore sindacale della Cisl per la Valcamonica. Dal 1971 si trasferisce a Brescia ed è operatore della Filta, categoria della quale diventa successivamente Segretario generale. Dopo la na­scita dei comprensori sindacali del 1981, torna il Valcamonica nel 1983 e fino al 1991 è Segretario generale della Filta del nuovo am­bito territoriale. Dal 1991 al 2003 è Segretario generale della Ci­sl Valcamonica-Sebino.

 

Come si è avvicinato alla Cisl?
A vent’anni ho iniziato a lavorare all’Acciaieria di Pisogne, in Valcamonica, e pochi anni dopo, era il 1970, l’operatore sindaca­le Cisl della Valle – un ambito territoriale che ha sempre avuto una certa autonomia – per una serie di questioni decise di abban­donare l’attività e chiese a me di sostituirlo. Ero francamente un po’ disorientato, anche perché avevo solo 24 anni. Comunque ac­cettai. Tempo un anno mi chiamarono dalla Cisl di Brescia per-ché era sorta nel frattempo la necessità di irrobustire la Filta, la categoria dei tessili che allora era una delle più importanti della Cisl. In Valle passai le consegne a Sergio Vezzoli che lavorava al­lo stabilimento Dalmine di Costavolpino.

Segretario generale della Cisl di Brescia era Melino Pillitteri, mentre Dino Maceri era Segretario generale della Filta, uomo burbero al qua­le ci rivolgevamo con il “lei”, che supervisionava tutto, anche le let­tere che scrivevamo! In Segreteria, insieme a Maceri c’era un altro importante personaggio della Cisl, Pietro Panzera, al quale i pensio­nati hanno intitolato un Premio alla solidarietà che si ripete da molti anni. Come operatori di categoria in quel 1971, c’erano insieme a me Pietro Tognoli e Franco Corselli. Quando Panzera decise di ritirarsi venni eletto Segretario generale della Filta. Era il periodo in cui si co­minciava a parlare della necessità del decentramento sindacale, del­la nascita dei comprensori che diventeranno operativi nel 1981 sud­dividendo territorialmente la provincia in tre parti: Brescia, Valcamonica-Sebino e Garda-Alto mantovano. Dal punto di vista orga­nizzativo il lavoro più grosso che dovemmo fare in quegli anni fu quello di ridistribuire le forze sui tre nuovi fronti. Attorno agli anni ’80, con me in segreteria c’erano Tognoli e Corselli, c’era anche un bel gruppo di operatori: Gervasio Sarasini (che andò al Comprenso­rio del Garda come Segretario generale), Franca Tevini, Giuseppe Al-ghisi, Luciano Ciocchi (che divenne responsabile Filta in Valcamonica) e Giovanni Ferrari. Nel 1983, anche per sopravvenuti problemi familiari, tornai in Valle: Ciocchi rientrò a Brescia – dove Ferrari mi aveva sostituito alla guida della categoria – ed io divenni Segretario dei tessili della Cisl Valcamonica-Sebino. Dal 1989, pur mantenen­do l’impegno nella Filta, sono entrato nella Segreteria del Compren­sorio e dal 1991 al 2003 ne sono stato il Segretario generale.

 

Com’era l’attività sindacale in quel periodo?

Appena arrivato a Brescia ricordo che ci trovammo a gestire la grande crisi del calzaturiero che portò nel giro di quattro, cinque anni alla chiusura delle più grandi fabbriche della provincia: fu il primo vero segnale di attacco alla sussistenza della categoria dei tessili. Seguendo Panzera nelle assemblee, ricordo di essermi tro­vato spesso di fronte a centinaia e centinaia di lavoratori di azien­de che la crisi portò allo smantellamento nel giro di due, tre anni. All’inizio io dovevo seguire una miriade di piccole aziende, poi, col crescere dell’esperienza, mi furono assegnate aziende sempre più grandi. Tognoli e Corselli seguivano il settore delle confezio­ni, anche quello con fabbriche molto grandi, ognuna con diverse centinaia di lavoratori e lavoratrici: una realtà oggi impensabile. L’Olcese di Cogno è una delle poche fabbriche tessili sopravvis­sute alla crisi del settore: aveva 3000 lavoratori, oggi sono poco più di un centinaio. 

Da Segretario generale della Filta le responsabilità divennero ov­viamente maggiori. Qui iniziarono anche i rapporti con le altre ca­tegorie e con la Segreteria dell’Unione, acquisendo una dimen­sione confederale, ed entrai a far parte del direttivo regionale e di quello nazionale della categoria, disponendo così di una visione molto più ampia delle situazioni in cui ci trovavamo. Un collega e amico di quel periodo fu Eugenio Guarneri, scomparso nel 1987, che era Segretario provinciale dei salariati agricoli, una categoria tra le più importanti della Cisl di allora: più d’una volta, in situa­zioni difficili per la mia categoria, sempre attraversata da crisi, cassa integrazione e chiusure, Guarneri mi dette una mano. Ho passato probabilmente più tempo a seguire situazioni di crisi piut­tosto che a seguire aziende con possibilità di dare risultati anche tangibili ai lavoratori. Mi è toccato gestire centinaia di crisi azien­dali dove alla fine, se andava bene, riuscivi a far prendere ai di­pendenti un po’ di salario e di cassa integrazione e, negli ultimi tempi, quando è arrivata, la mobilità: il destino delle aziende era purtroppo segnato e dovevamo continuamente contrattare, batter­ci per il miglior risultato possibile. Ho la presunzione, ovviamen­te con i colleghi della Cgil e della Uil, di aver inventato forme di­versissime di lavoro finalizzate tutte a mantenere la maggiore oc­cupazione possibile. Per esempio, quando si discuteva di riduzio­ni d’orario, se si lavorava 6 giorni su 7, oppure 7 giorni su 7, la logica era quella di ridurre l’orario, a parità di salario, per tenere più gente impegnata nelle aziende. Nel nostro settore si è andati avanti così. Una delle nostre massime vittorie, mettendo ovvia­mente la parola tra molte virgolette, fu il riassorbimento di una parte dei lavoratori del cotonificio Olcese di Boario nello stabili­mento Olcese di Cogno – con qualche problema di accoglienza da parte degli operai di quest’ultimo che erano già preoccupati di lo­ro – e contemporaneamente l’accompagnamento alla pensione di un buon numero di dipendenti. 

 

I rapporti tra Brescia e la Valcamonica, e tra la Valcamonica e Brescia, sono sempre stati buoni?

Da Segretario generale della Filta le responsabilità divennero ov­viamente maggiori. Qui iniziarono anche i rapporti con le altre ca­tegorie e con la Segreteria dell’Unione, acquisendo una dimen­sione confederale, ed entrai a far parte del direttivo regionale e di quello nazionale della categoria, disponendo così di una visione molto più ampia delle situazioni in cui ci trovavamo. Un collega e amico di quel periodo fu Eugenio Guarneri, scomparso nel 1987, che era Segretario provinciale dei salariati agricoli, una categoria tra le più importanti della Cisl di allora: più d’una volta, in situa­zioni difficili per la mia categoria, sempre attraversata da crisi, cassa integrazione e chiusure, Guarneri mi dette una mano. Ho passato probabilmente più tempo a seguire situazioni di crisi piut­tosto che a seguire aziende con possibilità di dare risultati anche tangibili ai lavoratori. Mi è toccato gestire centinaia di crisi azien­dali dove alla fine, se andava bene, riuscivi a far prendere ai di­pendenti un po’ di salario e di cassa integrazione e, negli ultimi tempi, quando è arrivata, la mobilità: il destino delle aziende era purtroppo segnato e dovevamo continuamente contrattare, batter­ci per il miglior risultato possibile. Ho la presunzione, ovviamen­te con i colleghi della Cgil e della Uil, di aver inventato forme di­versissime di lavoro finalizzate tutte a mantenere la maggiore oc­cupazione possibile. Per esempio, quando si discuteva di riduzio­ni d’orario, se si lavorava 6 giorni su 7, oppure 7 giorni su 7, la logica era quella di ridurre l’orario, a parità di salario, per tenere più gente impegnata nelle aziende. Nel nostro settore si è andati avanti così. Una delle nostre massime vittorie, mettendo ovvia­mente la parola tra molte virgolette, fu il riassorbimento di una parte dei lavoratori del cotonificio Olcese di Boario nello stabili­mento Olcese di Cogno – con qualche problema di accoglienza da parte degli operai di quest’ultimo che erano già preoccupati di lo­ro – e contemporaneamente l’accompagnamento alla pensione di un buon numero di dipendenti.

I rapporti tra Brescia e la Valcamonica, e tra la Valcamonica e Brescia, sono sempre stati buoni?

Fino a quando sono rimasto a Brescia, i miei rapporti da Segreta­rio generale della Filta con la Filta della Valcamonica-Sebino, so­no sempre stati ottimi. Mi verrebbe da dire, ovviamente ottimi, an­che perché ero stato io a proporre Luciano Ciocchi come respon­sabile della categoria nel Comprensorio; è pur vero che rispetto al concetto di autonomia del Comprensorio non tutti erano perfetta­mente allineati e concordi: qualche voce Brescia-centrica c’era sempre. Una volta tornato in Valle e diventato Segretario genera­le della Cisl, ho sempre mantenuto ottimi rapporti con i Segretari che nel frattempo si sono succeduti a Brescia. 

C’è da dire che l’autonomia della Valcamonica è sempre stata fa­vorita dalla lontananza dal capoluogo e dalla specificità del terri­torio. Non a caso il Comprensorio è diventato Unione quando si decise il superamento di quella esperienza. 

Durante i 12 anni in cui che ho guidato il Comprensorio da Segretario generale della Cisl Valcamonica-Sebino, con Brescia non ho avuto problemi. Al contrario ho sempre avuto problemi con gli ami­ci della Cisl di Bergamo, perché la Valcamonica comprende anche un pezzo del Sebino che è in provincia di Bergamo, con modalità organizzative provinciali differenti e strutture Asl molto diverse. Una cosa era comunque evidente: un Comprensorio come il no­stro, al di là della volontà dei Segretari comprensoriali, forse an­che per la lontananza, veniva considerato qualcosa di minore, di meno utile. 

Un merito alla creazione del nostro Comprensorio va riconosciu­to al fatto che ci siamo auto organizzati: questo processo è riusci­to a far crescere tutta una serie di dirigenti sindacali che se fossi­mo rimasti all’interno della Cisl provinciale, probabilmente non avrebbero avuto mai la possibilità di emergere. 

 

Come sono stati i rapporti con le istituzioni locali?
Anche le istituzioni locali della Valcamonica erano sostanzial­mente sulla stessa linea del sindacato, lontani dai centri di potere e quindi costretti a tenersi vicini per andare avanti. Una delle co­se utili che credo di aver realizzato in Valcamonica è stata la crea­zione dell’Osservatorio permanente per l’economia e l’occupa­zione della Valcamonica e del Sebino, un ente, tuttora esistente, dove il sindacato, i rappresentanti degli enti locali e quelli del­l’impresa affrontano i problemi critici del territorio. Non voglio at­tribuirmi meriti che sono di tutti, ma questo tavolo di confronto ha consentito di trovare alcune importanti soluzioni. Cito ad esempio il problema della linea ferroviaria: se negli anni ’80 io ed i miei colleghi non avessimo ostinatamente insistito per mantenerla sa­rebbe certamente passata l’ipotesi di eliminarla; la linea ferrovia­ria non solo è rimasta, ma come da nostra richiesta, ma è stata pu­re ammodernata.

Sulle nostre istanze le istituzioni tentavano sempre di esserci e di darci una mano. Prendiamo ad esempio l’annosa questione delle strade che congiungono la Valcamonica con Brescia e con Berga­mo, tanto annosa da essere ancora oggi aperta: solo la nostra ca­parbia pressione è riuscita a far approdare la cosiddetta “super­strada”, ex statali 510 e statale 42 da Brescia e da Bergamo, fino a Ceto; e sempre grazie all’insistenza di istituzioni e parti sociali, oggi i lavori sono ripresi per completare un altro tratto. È evidente che una Valle come la nostra, senza garanzie di mobilità sareb­be costretta a rinunciare a qualsiasi possibilità di sviluppo. 

Quando lavoravo da sindacalista a Brescia, mi ricordo che anche presso la Camera di commercio avevamo costituito una unità di crisi presieduta da Mario Fappani, divenuto poi assessore regio­nale. In seguito qualcosa di simile siamo riusciti a impiantarlo an­che in Valcamonica: non era ancora l’Osservatorio, ma un tavolo politico dove si tentava di ragionare intorno alle varie crisi e rela­tive istanze o problematiche connesse. 

A livello nazionale, l’Associazione imprenditoriale con cui ave­vamo più rapporti era quella dei cotonieri e dei calzaturieri; a li­vello locale e provinciale le relazioni erano con l’Associazione in­dustriale bresciana che rappresentava tutte le grandi aziende. Non mancarono gli scontri: col senno di poi li riguardo con parametri ovviamente diversi. Il fine ultimo convergeva ed era quello di sal­vaguardare l’attività produttiva, che per l’industriale significava tenere in piedi la fabbrica, mentre per il sindacato significava pre­servare posti di lavoro. L’impressione però è che in molte realtà, in tante discussioni, in numerose vertenze, il ruolo dell’Associa­zione industriali avrebbe potuto essere più incisivo. Secondo me si sarebbe potuto fare di più, anche se credo vada dato atto a Sal­vatore D’Erasmo, per molti anni direttore dell’Aib, di un impegno leale. Personalmente ho sempre cercato d’avere rapporti corretti, mirati a trovare insieme le più idonee soluzioni: con lui qualche ragionamento penso di essere riuscito a svolgerlo e credo di aver concluso alcuni positivi accordi preservando posti di lavoro. Con l’Associazione delle piccole imprese, anche per le poche aziende associate, i rapporti sono stati abbastanza scarsi. 

Interessanti sono stati invece i rapporti con le Associazioni arti­giane. Tra il 1977 e il 1979 il mio omologo alla Filtea, la catego­ria dei tessili della Cgil, era Dino Greco; ai tessili della Uil mi pa­re ci fosse Furino, che poi diventò Segretario generale della stes­sa organizzazione. Tentammo in quel periodo di fare un accordo specifico per l’emersione del lavoro nero nelle aziende artigiane della Valcamonica, dove stimavamo che fossero impiegate nelle piccole aziende di confezione dalle 2.000 alle 3.000 lavoratrici: salvo rare eccezioni, la stragrande maggioranza delle piccole aziende artigiane, direi aziende familiari, non rispettava e non ap­plicava il contratto. Noi proponevamo un percorso articolato, da discutere preventivamente e valutare insieme, tale che permettes­se in un tempo determinato e concordato, l’emersione di tutto il la­voro nero. Per due anni intessemmo con le Associazioni artigiane una serie di discussioni ferratissime. Iniziato da Panzera toccò a me portare a termine il progetto, purtroppo con un niente di fatto, nonostante le nostre ragionevoli quanto grandi aspettative e al di là del grande impegno personale profuso da tutti. Non avevamo in­tenti persecutori nei confronti dei titolari delle aziende – ne cono­sco molti, brava gente che poi ha dovuto arrabattarsi per vivere – pensavamo però che se fossimo riusciti a tenere insieme queste mi­gliaia di lavoratrici disperse a gruppi di 8-10 su una miriade di pic­cole e piccolissime imprese, saremmo riusciti a renderle tutte più forti nei confronti dei rispettivi datori di lavoro. Secondo me fu una grande iniziativa, un grande tentativo, purtroppo abortito, che ha messo alla prova la nostra volontà e la voglia di far emergere i di­ritti di quelle lavoratrici, nonché i doveri delle piccole aziende di confezionamento. A mio avviso molto è dipeso dalla scarsa con­vinzione nelle Associazioni artigiane, anche se per dovere di ve­rità bisogna ammettere che una buona parte di quelle minuscole aziende – di cui oggi non c’è più traccia – non era associata a nien­te, ragion per cui c’era un grande bisogno di sindacalizzazione da parte nostra nei confronti delle lavoratrici ed un altrettanto grosso impegno di responsabilizzazione da parte delle Associazioni arti­giane nei confronti dei loro potenziali associati. 

Quali sono i rapporti che ha sperimentato nella sua esperienza per­sonale e sindacale con la politica e le altre organizzazioni sociali? Prima di essere iscritto alla Cisl sono stato iscritto alle Acli. Da ra­gazzo ero impegnato nel movimento giovanile della Dc ed ero en­trato anche a far parte del Comitato provinciale dei giovani del par­tito, insieme a Gianni Gei, che fu anche il mio Presidente provin­ciale; ho lavorato anche con Elio Fontana, che poi divenne anche senatore. Alle Acli mi iscrissi da studente. A vent’anni mi sono di­plomato in ragioneria e ho iniziato subito a lavorare all’Acciaieria di Pisogne come impiegato responsabile dell’ufficio acquisti. Non era una cosa di poco conto e la ragione non stava tanto nelle mie capacità – che erano quel che erano essendo alla prima esperienza lavorativa – quanto nel fatto che essendo io il più giovane assun­to, probabilmente non ero colluso con alcuno. Tutto sommato, non avevo ragione di lamentarmi. Partecipavo alle attività delle Acli e in particolare ero amico dell’onorevole Michele Capra, che fu an­che Presidente provinciale. E fu questo ambiente, le discussioni che si facevano nelle Acli, a convincermi ad impegnarmi anche nel sindacato. Ovviamente non potevo che approdare alla Cisl! Devo dire che, essendo un impiegato, la mia iscrizione al sinda­cato appariva abbastanza strana all’interno di una fabbrica metal­meccanica, ma non per la proprietà L’Acciaieria di Pisogne era della famiglia Merkel, un ebreo tedesco, socialdemocratico, scap­pato dall’Est con la moglie: stiamo parlando degli anni tra il 1966 e il 1970, periodo in cui essere socialdemocratico, in Germania, era un fatto ben strano per un industriale. Ebbene, questo signore vide di buon occhio il mio impegno all’interno del sindacato. Avessi trovato un padrone stile Lucchini, probabilmente qualche piccolo problema l’avrei avuto. Ebbene, non avevo ancora finito di iscrivermi alla Cisl che già ero nella commissione interna del­la fabbrica. Durante i primi anni della mia attività sindacale, man­tenevo sempre i contatti personali con il partito e con le Acli. Però devo dire che se anche la stragrande maggioranza dei dirigenti sindacali aveva sostanzialmente nella Democrazia cristiana i suoi punti di riferimento, funzionava – salvo alcune eccezioni – una vera autonomia. Uno poteva essere amico di Pedini, qualcun al­tro di Prandini, oppure di Martinazzoli (io stavo con Michele Ca­pra, sempre in minoranza, come al solito) ma quando si trattava di operare sul fronte sindacale, tutti questi rapporti non contava­no nulla. Credo di essere uno che può con forza ribadire che ri­spetto alla Cisl nessun partito è mai stato in grado di far passare la sua linea; se anche qualcuno – ma non credo sia successo –aves­se azzardato quell’intenzione, gli anticorpi nella Cisl sempre vi­gili, avrebbero intercettato ed ostacolato ogni collusione. Perciò noi decidevamo in casa nostra, così come ancora oggi decidiamo, il perchè, quanto, dove e come riteniamo giusto operare sindacal­mente, e di questa massima autonomia sono assolutamente con­vinto. A chi non conosce la Cisl forse può non sembrare, io inve­ce dico e confermo la nostra genetica autonomia dai partiti. Que­sto anche perché alla Cisl di Brescia, diciamolo chiaro, abbiamo sempre avuto Segretari generali, sia delle categorie che soprattut­to dell’Unione, di un certo spessore culturale e sindacale. Non è che a Melino Pillitteri qualcuno potesse andare a suggerire le co-se che doveva fare; era più facile che succedesse il contrario! E lo stesso per Castrezzati, per Braghini, Gregorelli, Peli: riconosco a tutti questi dirigenti una grande forza, e credo di averli conosciu­ti tutti abbastanza bene. 

 

E com’era il rapporto con il sindacato a livello regionale e na­zionale?
Personalmente ho sempre avuto, in categoria, buonissimi rapporti con tutti i livelli, nel senso che fin dal primo Congresso a cui presi parte, nei primi anni Settanta, entrai nel direttivo nazionale – non per miei meriti, ma perché la Segreteria così decise – dove sono rimasto una vita. Ricordo che nella Filta nazionale i protagonisti eravamo noi bresciani, i bergamaschi, i vicentini e soprattutto quelli di Biella, che ai tempi avevano un peso notevole, e poi anche i toscani. 

Ho sempre avuto buonissimi rapporti con il Segretario nazionale Pieraldo Isolani che seguiva il Coordinamento nazionale del coto­nificio Olcese, assicurandoci un buon supporto collaborativo. Rap­porti buonissimi sono subentrati anche in seguito alla istituzione della Segreteria e del direttivo regionale, organismi di cui ho fatto parte, sempre lavorando in piena armonia e accordo. Molto im­portante è stato anche il rapporto di collaborazione e di amicizia con i colleghi delle varie province o dei territori dove c’erano aziende dello stesso gruppo industriale: giocoforza dovevamo la­vorare sui nostri coordinamenti, perché diversamente non sarem­mo riusciti a mantenere una linea comune in grado di contrappor­ci alle proprietà. 

 

E con le altre sigle sindacali?
I rapporti con la Filtea sono stati piuttosto altalenanti. Quando Se­gretario generale dei tessili Cgil era Franco Lusardi i rapporti era­no sostanzialmente buoni, comunque di rispetto reciproco. Ho avuto problemi con Dino Greco, nel senso che molto spesso i suoi obiettivi erano diametralmente opposti ai nostri. Con i tessili del­la Uil era molto più semplice, nel senso che i rapporti erano abba­stanza inesistenti. 

 

Come vede la Cisl oggi?
Credo che oggi la Cisl stia tentando di fare un sindacato moderno, non ancorato, come pare la Cgil, a visioni che non hanno più motivo di essere. In fondo la Cisl ha sempre cercato di essere all’altezza dei tempi: ovvio che non possiamo ragionare oggi co­me si ragionava nel ’50, quando siamo nati. 

Detto tutto questo bisogna però guardare anche il rovescio della me­daglia: forse non abbiamo più quella capacità, quella dialettica in­terna che in passato ci ha aiutato a diventare grandi. Non saprei co­me meglio esprimermi, ma mi sembra che una volta ci fosse più vi­vacità, forse è questo il termine giusto. Io ho molto rispetto delle ca­pacità dei docenti universitari che continuano a venire a parlarci e a spiegarci, ma penso che un’organizzazione come la nostra non de­ve seguire solo i docenti universitari, che ci spiegano il perché dob­biamo fare questo e quello. Rispetto chi studia, però credo sia anche necessario un po’ di sano pragmatismo e di vivacità da parte di chi vive in prima linea. Bisogna coniugarle, queste due cose, per me questo è fondamentale. Credo che la Cisl questo lo abbia fatto, non dico per anni, per decenni. Oggi mi pare lo faccia un po’ meno. E’ giusto, non è giusto? Io non ho la risposta. A me piacerebbe che quel­la vivacità che oggi non riscontro più, tornasse ancora. 

 

Mi può dire quale è stato il più grande fallimento o il più grande successo che ha vissuto nella sua esperienza in Cisl?
I successi lasciamoli perdere, nel senso che purtroppo io ho dovu­to gestire una categoria e poi un territorio che hanno avuto sempre problemi enormi. Se per successo si intende che si sono chiuse ver­tenze dove si sono spuntati aumenti strabilianti, allora non è il mio caso, perché il mio è stato un percorso “in tutt’altre faccende af­faccendato”. Ma come non ritengo di potermi ascrivere alcun suc­cesso, non credo di dovermi imputare degli insuccessi: vivendo in questa categoria, avendo dovuto seguire questa categoria e non un altra, la situazione data era quella descritta. Se poi vogliamo par­lare del territorio camuno che ho seguito, allora il tema centrale della mia azione è stato quello di arginare la de-industrializzazio­ne. In Valcamonica abbiamo perso tutta la siderurgia. Avevamo 20 forni fusori, che vuol dire 20 acciaierie: sono sparite tutte. Quan­do l’Europa ha ritenuto di ridurre la capacità produttiva italiana, con incentivi di un certo peso, i nostri piccoli imprenditori hanno chiuso tutti. Avevamo anche una serie di laminatoi: oggi siamo ri­dotti all’osso. Del tessile ho già detto. Nell’area del nostro basso Sebino bergamasco adesso sta entrando in crisi tutta la chimica, poiché l’automobile è in difficoltà e quelle aziende sostanzial­mente lavorano, al 90%, per l’industria automobilistica: il risulta­to è quello che si vede.

Questi non possono certo essere chiamati successi, ma alcuni ri­sultati siamo riusciti ad ottenerli: la ferrovia c’è ancora e la super­strada, pur tra mille difficoltà ed esasperanti lentezze, va avanti, e al suo completamento è legato il possibile ritorno un Valle di qual­che azienda. La grande speranza è che qualcosa di nuovo si apra in Valcamonica. Oggi questo territorio torna a fare i conti con l’e­migrazione: ovviamente non ha più le dimensioni del passato, an­che perché non c’è più mercato, non c’è più una forte richiesta co­me nel lontano passato. Ma è un fenomeno che c’è. 

Sono andato in qualche scuola a parlare ai giovani della necessità di saldare i percorsi formativi a quelli occupazionali, e per questo mi sono tirato addosso le ire di molti genitori. Ma ogni anno in Val-camonica si continuano a sfornare centinaia, per non dire migliaia, di geometri, di ragionieri: tutta gente candidata alla disoccupazio­ne già in partenza, giovani che – a meno di proseguire con gli stu­di universitari – non avranno alcuna possibilità di collocazione. L’alternativa è che si adattino a fare anche quello per cui non han­no studiato, capacità quest’ultima assai notevole nei camuni. Ma non sarebbe meglio provare a mettere insieme scuola, domanda e offerta di lavoro? Non sarebbe bello poter avviare una stagione di programmazione per lo sviluppo che coinvolga da subito anche la scuola? Io penso di sì.

E me lo auguro per il nostro futuro.