Marino Gamba
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Marino Gamba

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Pubblicato il 4 Settembre 2020

Nato nel 1940 a Palazzolo sull’Oglio (Bs) comincia a lavorare da giovanissimo prima alla Marzoli di Palazzolo sull’Oglio e poi al­la Innocenti di Milano. Si impegna con la Fim del capoluogo lom­bardo. Studia di sera e si laurea in Scienze politiche alla Statale di Milano. Nel 1977 entra nella Segreteria della Fim di Brescia e ne diventa Segretario generale l’anno successivo. Vive da prota­gonista una stagione sindacale difficilissima e tocca a lui chiude­re a Brescia l’esperienza unitaria della Federazione lavoratori metalmeccanici. Per ragioni di salute, lascia il sindacato nel 1986. Dal 1995 al 1998 è stato Sindaco di Palazzolo sull’Oglio.

 

Io ho cominciato a lavorare come operaio da un fabbro-ferraio, ero giovanissimo, avevo solo 14 anni. A 14 anni e mezzo sono sta­to assunto, sempre come operaio, dalla Marzoli di Palazzolo, che allora con 2.500 dipendenti era una delle principali fabbriche del­la provincia di Brescia. Agli inizi del 1962, volendo riprendere gli studi serali, sono andato a lavorare a Milano, alla Innocenti, una delle più grandi fabbriche del capoluogo regionale. Da operaio nel frattempo ero diventato impiegato, perché avevo frequentato dei corsi serali professionali e quindi all’Innocenti entrai come tecni­co. A Milano ho iniziato ad avvicinarmi al sindacato dei mecca­nici, la Fim, e ho conosciuto i suoi principali leader, fra cui Car-niti, che allora ne era il Segretario. Nella categoria ho fatto tutti i passaggi graduali: sono stato eletto prima nell’ente paramedicale aziendale come rappresentante della Fim Cisl, poi nella commis­sione interna e più tardi nel consiglio di fabbrica. Mi sono lau­reato in Scienze politiche alla Statale di Milano e sono diventato operatore a tempo pieno all’interno della fabbrica: l’Innocenti aveva 7.000 dipendenti e tre distacchi sindacali a tempo pieno, uno per ciascuna Federazione. Nel frattempo l’Innocenti andò in crisi e si aprì una battaglia lunghissima, conclusasi quando l’a­zienda, che era stata rilevata dagli inglesi della Leyland, finì in mano a De Tomaso. Terminata la vertenza aziendale, nella pri­mavera del ’76 sono stato chiamato a Roma a fare l’operatore al­la Fim nazionale, occupandomi in particolare di elettrodomestici, elettronica bianca ecc. Sono rimasto a Roma solo un anno e mez­zo, perché fui chiamato a Brescia dai metalmeccanici della Cisl, che avevano bisogno di integrare la Segreteria. Castrezzati stava infatti cercando un suo sostituto, in previsione del suo passaggio alla Cisl: all’interno della sua Segreteria non c’erano disponibi­lità in questo senso, e quindi fui scelto io, anche perché brescia­no. Sono arrivato nella Segreteria dei metalmeccanici a Brescia nel settembre del ’77 e nell’ottobre del ’78 sono stato nominato Segretario generale, perché una settimana prima Castrezzati era stato eletto Segretario generale della Cisl di Brescia, in sostitu­zione di Pillitteri che, a sua volta, era diventato Segretario gene­rale della Cisl Lombardia. 

Il mio percorso di approccio al sindacato è stato questo: tramite co­noscenti, colleghi di lavoro, delegati della Fim Cisl milanese, che in fabbrica mi hanno contattato, mi sono avvicinato al sindacato. Per me si è trattato un passaggio naturale, nel senso che, per for­mazione culturale e politica, ero già orientato in questa direzione e quindi per me è stato quasi ovvio iscrivermi alla Fim e quindi al­la Cisl ed entrare a far parte di questa organizzazione. 

Allora la Fim era una organizzazione un po’ atipica, nel senso che si connotava quasi come un sindacato nel sindacato. Aveva infatti un margine di autonomia notevole, anche rispetto alle Confederazioni: era partito infatti da Fim, Fiom e Uilm l’espe­rimento dell’unità sindacale con la costituzione della Federa­zione lavoratori metalmeccanici. Sulla stessa strada c’erano i chimici, i tessili e gli edili, ma erano i meccanici ad avere por­tato molto avanti l’esperienza costituendo organismi unitari e politiche unitarie. 

L’unità si avvia nel ’71-’72, diventa operativa nel ’72 e marcia sen­za intoppi per un po’ di tempo. Per una serie di motivi comincia a scricchiolare verso la fine degli anni Settanta, innanzitutto perché Cisl, Cgil e Uil si erano fermate nel processo unificatorio, per l’in­terferenza politica nel sindacato, che rimaneva forte specialmente da parte del Partito comunista sulla Cgil. Questo è stato l’elemen­to principale che ha minato l’unità sindacale; non meno decisiva fu la crisi economica e industriale che nel frattempo si era fatta molto forte accentuando i fenomeni di tensione e di divergenza in­terna al sindacato rispetto alle politiche utili per superarla. Qual­che dato per capirci: Brescia, fra l’80 e l’85, perde 27.000 addetti nell’industria: gli occupati passano da 219.000 a 192.000. Il ter-ziario, nello stesso periodo, sale da 162.000 a 186.000, con un in­cremento di 24.000 addetti. Il risultato complessivo però è di 3.000 occupati in meno, e questo pesa, tant’è che il tasso di disoccupa­zione raddoppia, passando dal 3,9% al 7,1%. In quello stesso pe­riodo, ’81-’85, gli stabilimenti che hanno più di 500 dipendenti perdono il 5% dei posti di lavoro. Nell’84 a Brescia ci sono 24 mi­lioni di ore di cassa integrazione, equivalenti a 15.000 lavoratori estromessi dal processo produttivo. Questo pesa assai sul sindaca­to dei metalmeccanici. Bisogna tener conto che nel 1980 la Flm aveva 50.000 iscritti, era quindi una categoria fortissima. A segui­to della politica di decentramento territoriale nascono poi i com­prensori sindacali del Garda e della Valcamonica. La Flm brescia­na scende così a 40.000 iscritti, che precipitano nell’84 a 28.000 iscritti e l’anno successivo a 25.000. Cominciano le grandi ristrut­turazioni nelle fabbriche e un sacco di aziende importantissime con più di 2.000 dipendenti – Pietra, Franchi ed Eredi Gnutti a Brescia; Marzoli a Palazzolo; Falck a Vobarno – vanno in crisi. A ridimen­sionare è soprattutto la siderurgia; il Governo dà addirittura in quel periodo degli incentivi al padronato per rottamare l’industria side­rurgica. Nel frattempo nel Paese, la politica che il sindacato, in par­ticolare la Flm, aveva favorito, quella di un impegno sociale più ampio che andava oltre le rivendicazioni di categoria – sviluppo del Mezzogiorno; difesa più in generale dei livelli di vita delle per­sone – comincia a risentirne, perché nel frattempo l’inflazione ar­riva quasi al 20%. Si pone quindi il problema di congelare la sca­la mobile, anche perché l’inflazione a due cifre danneggia soprat­tutto gli operai. Cominciano quindi i problemi degli accordi sulla scala mobile. Il primo accordo è del gennaio 1983, che diminuisce del 20% la copertura della scala mobile, ma soprattutto è l’accor­do del febbraio 1984, quello del congelamento definitivo, che spacca clamorosamente il sindacato, con la Cgil, e il Pci, che si schierano contro, e una tensione rovente nelle fabbriche, specie qui a Brescia dove la Cgil era molto politicizzata. Bisogna però dire che a Brescia, allora, era la Cgil che condizionava il Partito co­munista e non viceversa, e dentro la Cgil era la Fiom a decidere la linea. Noi come Fim eravamo quelli più in difficoltà, perché ave­vamo sempre praticato l’autonomia politica, e ci trovavamo a non avere supporti né da una parte né dall’altra, incontrando quindi for­ti difficoltà. In difficoltà soprattutto perché avevamo smantellato dieci anni prima i riferimenti organizzativi aziendali per spender­ci senza riserve nel processo di unificazione, mentre la Fiom, at­traverso il Pci, aveva mantenuto una rete di legami saldi. Nello stesso tempo, iscritti che militavano nella Fim, quelli dell’Om in particolare, avevano fatto un accordo interno con la Fiom, dissen­tendo dalla strategia della Cisl. Da lì partirono i cosiddetti “auto­convocati” che parteciparono a Roma alla manifestazione della Cgil e del Pci contro il congelamento della scala mobile, per cui nacque una fortissima tensione interna alla nostra organizzazione oltre che nella Flm. 

Come Segretario ho dovuto gestire questa situazione molto diffi­cile, con grandi tensioni. A complicare di più le cose c’era Luigi Lucchini, proprietario delle Acciaierie e Ferriere Lucchini ed azionista tra l’altro della Eredi Gnutti, che in quegli anni investi­va negli scioperi per crearsi un’immagine forte da spendere in lo­co e nel paese. 

Grazie alla sua politica antisindacale divenne presidente degli in­dustriali bresciani e poco dopo presidente di Confindustria. Luc-chini mi ha anche portato in Tribunale – dirò tra poco perché – con una causa che è durata dieci anni e che si è finalmente chiusa in Corte d’Appello con la definitiva sentenza assolutoria. 

C’era dunque una situazione pesantissima. Il referendum sulla sca­la mobile dell’85 completa il quadro. Vincono le nostre argomen­tazioni ma il sindacato ne esce a pezzi. Noi prendiamo atto di que­sta rottura, usciamo dalla Flm, anche fisicamente, e facciamo il tes­seramento per conto nostro. È un passaggio che ci costa tantissi­mo, perché perdiamo moltissimi iscritti. Dei 10.000 iscritti che pensavamo d’avere ne tesseriamo meno di 6.500. La Fiom ne ha quasi 16.500; 1.000 la Uil. C’è anche un gruppo di lavoratori che tiene solo la tessera della Flm. Anche la Cisl di Brescia si spacca clamorosamente, e prima della Cisl la stessa Fim. Nel Congresso dell’81 infatti mi ritrovo con un pezzo di Segreteria che mi rema contro e lo scontro è inevitabile. 

La frattura interna si consuma sulla concezione dell’autonomia del sindacato. Dalla mia Segreteria, perché costretti da me con il mar­chingegno della sfiducia tecnica, escono Gianni Vezzoni, Mario Gregorelli e Rodolfo Valentino. Questo accade a febbraio. A giu-gno andiamo al Congresso: io ottengo l’80% dei consensi, loro me­no del 20%. Lasciano quindi gli incarichi a Brescia e vengono spo­stati nei comprensori del Garda e della Valcamonica. Questa frat­tura interna alla Fim si ripercuote, direi si ribalta, sulla Cisl, ma si ribalta in senso opposto. Cioè nel senso che il Congresso Cisl, che si svolge una settimana dopo quello della mia categoria, apparen­temente si presenta tranquillo, unanime, nel senso che tutti sono d’accordo con la relazione del Segretario, tant’è che Castrezzati nella replica conclusiva non fa che prendere atto che c’è consenso su tutto. Solo che, al momento del voto, Castrezzati prende molto meno della metà dei voti congressuali: a Castrezzati vanno 23.000 voti, a Gregorelli più di 33.000 e a Braghini 26.600. È evidente quindi che c’è stato un pilotaggio dei voti che, secondo me, è sfug­gito di mano persino agli stessi organizzatori di questa manovra, cioè a Gregorelli e a Braghini. La mia opinione è che loro voles­sero dare il segnale che erano forti all’interno della Cisl e quindi in grado di condizionarla, ma la manovra è in parte sfuggita loro di mano, andando oltre quanto prefissato. Castrezzati si dimette immediatamente e lascia la Cisl. Dice basta, prendendo atto che è stato sconfitto dal voto congressuale. 

Nella Fim i giochi si spostano sull’esito della vertenza della Eredi Gnutti, quella vertenza tremenda che si concluderà solo nel 1982. Mi si attaccava perché l’avrei gestita in modo verticistico, senza coinvolgere tutta la Cisl, sicché di fatto avrei implicitamente favo­rito la Fiom e la Cgil. Cose assolutamente non vere. Eravamo tutti in grande difficoltà su queste vicende, stretti per di più in una crisi tremenda a livello generale da cui era difficile uscirne. Come ho detto, l’anno prima ero stato querelato da Lucchini per una mia di­chiarazione su un giornale locale in cui sostenevo che la vertenza sindacale alla Eredi Gnutti era stata usata da Lucchini per modifi­care gli equilibri azionari di quella società. La questione diventò an­che argomento di dibattito politico con i partiti bresciani che pren­devano posizione per questo o per quello. Quasi una conferma al fatto che anche nella crisi della Cisl, oltre a questioni di potere e di rivalse personali, avevano pesato i legami di qualche dirigente con la Democrazia cristiana, partito del quale Gregorelli diventerà qual­che anno dopo deputato. Dicevo delle rivalse personali. Castrezza-ti è stato un leader fortissimo, a volte contestato fuori dalla sua ca­tegoria e nel mondo sociale e politico, ma amato e rispettato nella Fim; un uomo di grande rigore, di grande onestà culturale e politi­ca, capace, che in vicende precedenti si era scontrato con moltissi­mi anche dentro la Cisl, e alcuni di questi gliel’avevano giurata. La Fim stessa, già nel Congresso del ’76 aveva avuto uno scontro vio­lentissimo con il gruppo Om – un gruppo dichiaratamente filo-de­mocristiano, il gruppo di Landi – e anche questa vicenda aveva la­sciato dei forti strascichi dentro e fuori la Fim. Tutte queste vicen­de si condensano nel Congresso dell’Unione, come in parte era ac­caduto nel Congresso della Fim, con tre miei colleghi di segreteria che si erano illusi di avere più potere schierandosi con il gruppo Om e con chi nella Cisl stava preparando la fronda. Non essendo riu­sciti a giocare in modo vincente la loro partita nella Fim, la delu­sione si proietta nel Congresso della Cisl, saldandosi con questi vecchi rancori personali e con la voglia degli uomini più legati al­la Democrazia cristiana di conquistare visibilità e più spazi di po­tere. Castrezzati era un cultore dell’autonomia del sindacato, come lo ero io del resto, e quindi eravamo più isolati all’esterno. Tutto questo insieme di elementi sfocia nella vicenda congressuale che, ripeto, secondo me è andata oltre le intenzioni dei proponenti. Lo­ro pensavano di dare solo un segnale forte, di sminuire cioè il con­senso attorno a Castrezzati, facendolo uscire votato appena appena e di segnare la loro presenza condizionante, invece Castrezzati prende molti meno voti del previsto e quindi è evidente che la que­stione è scappata di mano in modo drammatico. 

Quando si fanno questi ragionamenti poi si deve sempre conside­rare quale peso aveva la Fim nella Cisl: allora era il 30% dell’or­ganizzazione, dieci anni dopo peserà invece per il 10%. 

Tornando al Congresso Cisl, le categorie del pubblico impiego so­prattutto – che avevano vissuto con insofferenza l’egemonia cul­turale e politica della Fim, che a volte era stata anche forte, con uo­mini come Castrezzati, proprio grazie al suo carisma – si ribella­no e avanzano le loro richieste cominciando a modificare gli as­setti di potere interni. A parte il potere personale, tutto ciò, in ter­mini di politica culturale, si traduceva sostanzialmente in una mag­giore attenzione ai partiti, e quindi alla Democrazia cristiana. Do­po la rottura dell’unità sindacale, in termini di politica sindacale infatti non ci sono state divergenze evidenti tra Cisl e Fim. Anche perché a livello nazionale la Cisl va avanti ancora nelle sue politi­che, Carniti è ancora Segretario generale, e anche poco dopo quan-do arriva Marini non cambiano sostanzialmente i modelli contrat­tuali e la politica rivendicativa della Cisl. Cambia invece il rap­porto di forza qui a Brescia, per la situazione particolare in cui si trovava il sindacato bresciano e per il desiderio più o meno recon­dito dei partiti di riequilibrare quel potere di supplenza che il sin­dacato aveva esercitato a lungo. Ciò accadeva più in generale in Italia, tra gli anni ’70 e i primi anni ’80, ma a Brescia fu assai for­te questo ruolo di supplenza, quindi è chiaro che i partiti si ripren­dono i loro spazi, e se li riprendono con gli interessi. Il Partito co­munista con qualche difficoltà perché, ripeto, era la Cgil che di fat­to condizionava il partito e quindi ci è voluto parecchio tempo per rovesciare questa situazione, alla fine non del tutto risolta per lo scioglimento del Partito comunista. Nella Cisl bresciana invece si è notato in modo più evidente questo riallineamento. Non intendo con questo fare delle accuse nel senso che la Cisl sia diventata al­lora cinghia di trasmissione dei voleri della Dc, assolutamente no. Dico solo che c’è stato un riallineamento palese, con uomini più sensibili e attenti alle esigenze del partito, mentre noi eravamo at­tenti soprattutto alle esigenze generali dei lavoratori. I partiti non li ignoravamo, ma venivano in seconda linea. 

La Fiom bresciana noi l’avevamo definita allora il “sindacato del no”. Diceva “no” a tutto, salvo poi fare accordi nelle singole fabbri­che dove aveva la maggioranza, accordi secondo me discutibili, a volte anche al ribasso. Dal punto di vista generale poi, la Fiom ri­fiutava ogni tipo di gestione “contrattata” della crisi, non ricono­sceva nei fatti che stava cambiando il panorama industriale e socia­le del paese e che quindi bisognava modificare anche le politiche contrattuali. La vicenda della scala mobile è un esempio illuminan­te. Ma anche le politiche di ristrutturazione aziendale nella siderur­gia. Era evidente che la siderurgia, a livello locale, strutturata com’e­ra, non avrebbe retto a lungo e che i paesi emergenti avrebbero vin­to la battaglia: avevano costi più bassi d’energia elettrica, di mate­rie e di manodopera. Brescia pagava in quegli anni il prezzo di un apparato industriale scarsamente avanzato da un punto di vista tec­nologico e organizzativo; pagava la sua frammentazione produttiva; pagava un ritardo di lettura della evoluzione dei mercati. La Marzoli faceva dei buoni prodotti meccano-tessili, ma alla lunga non avreb­be retto perché il tessile si stava trasferendo nei paesi dell’Est euro-peo e dell’Asia, quindi inevitabilmente anche le fabbriche che co­struivano macchinari tessili nascevano o si spostavano in quelle aree. L’industria armiera era anch’essa in obsolescenza e con spazi di mercato sempre più ristretti, tant’è che la Franchi, seconda fab­brica storica del settore, salta. L’industria dei laminati e trafilati va anch’essa all’aria, e saltano un sacco di fabbriche, non solo la Lmi di Villa Carcina che aveva più di 1.000 dipendenti, ma anche la Re-daelli di Gardone Valtrompia, e con loro altre aziende ancora. C’e­ra, insomma, un apparato industriale debole che si stava sfaldando. La ristrutturazione era inevitabile. La Fim, ma devo dire anche la Cisl, voleva gestire la ristrutturazione, la Fiom voleva semplice­mente contrastarla. Ancora oggi la Fiom bresciana è un sindacato che fa difficoltà sulle questioni generali, perseverando in un pec­cato di origine ai danni della classe operaia, che è quello di gesti­re in termini politico-ideologici le vicende sindacali. Queste han­no ovviamente riflessi politici, ma vanno gestite soprattutto in ter­mini contrattuali, tenendo conto, oltre che dei bisogni dei lavora­tori – che sono oggi assai diversificati – anche della realtà econo­mica e produttiva, nonché dei risvolti sociali generali. 

Io sono tra quelli che ha sperimentato la vita in fabbrica prima del ’69, prima cioè delle conquiste dello Statuto dei lavoratori, e ricor­do benissimo come si stava in fabbrica allora, ricordo la debolezza di un sindacato diviso e quanto questa pesava nei rapporti di forza con il padronato in generale e le singole aziende. So cosa è costato arrivare alle 40 ore settimanali, mentre quando sono entrato in fab­brica poteva capitarti di doverne fare 48 di ore. Il potere da con­quistare in termini di emancipazione da parte della classe operaia era talmente grande che il bisogno di mettere insieme le forze era palese e faceva saltare tutte le divisioni che c’erano state fino allo­ra. Brescia è stata una delle culle dell’unità sindacali. Uomini co­me Castrezzati hanno costruito l’unità sindacale a Brescia perché avevano capito che solo così si potevano recuperare gli spazi di for­za e di potere dei lavoratori dentro le fabbriche e nella società. Ad arrestare il processo è l’interferenza della politica e visioni divari­canti sul come affrontare gli effetti della crisi economica. 

E perché noi usciamo così penalizzati dall’esperienza della Flm? Perché la nostra gente era quella che aveva creduto fino in fondo al processo unitario. Noi avevamo tagliato tutti i ponti con la nostra organizzazione, noi avevamo speso tutto nel processo unitario. 

Oggi è cambiato tutto. Oggi per difendere il lavoro ci sono lavo­ratori che salgono sui tetti, sulle gru. Ma se per difendere un di­ritto essenziale, direi naturale, addirittura vitale com’è il lavoro, bisogna ricorrere ad atti così estremi, che noi non avremmo mai immaginato nella nostra esperienza sindacale, vuol dire che qual­cosa di grave è capitato. È successo che per una serie di circo­stanze complesse, nella percezione sociale di questi ultimi 15 an­ni, il lavoro è diventato secondario, quasi irrilevante, Intanto la società è cambiata profondamente e ad una velocità impressio­nante: è un cambiamento di cultura, di valori, di ruoli. Oggi sa­rebbe impensabile mettersi ad organizzare scioperi per lo svi­luppo del Sud come facevamo noi quarant’anni fa: probabil­mente gli operai prenderebbero i dirigenti sindacali a pedate nel sedere. Allora era del tutto naturale, normale, occuparsi delle questioni generali del Paese. C’è oggi un individualismo forte, esasperato, viscerale, che domina anche nel mondo del lavoro e rende persino difficile mettere insieme gli interessi di tutti lavo­ratori. Quindi io non invidio i miei ex colleghi che oggi fanno i sindacalisti, perché immagino quanto sia complicato costruire politiche che tengano insieme tutti i lavoratori. Difficile anche perché oggi il sindacato, onestamente, da un punto di vista poli­tico, è scarsamente tenuto in considerazione. Negli anni ’70 e ’80 se il sindacato diceva qualcosa di serio, contava veramente. Quando decideva uno sciopero generale, faceva cadere il Gover­no. Adesso lo sciopero generale è quasi un’arma spuntata. Il cam­biamento è stato fortissimo, è mutata la società, è cambiato il mondo del lavoro, sono cambiate le professioni, i mestieri e quindi i livelli di formazione professionale degli operai e le loro mansioni. Sono cambiate le aspettative, i bisogni degli operai e la loro collocazione politica: oggi a Brescia quasi la metà degli operai vota per la Lega Nord. Il sindacato dunque ha seri pro­blemi a definire politiche di solidarietà. Come spiegare tutto ciò se non con questo mutamento culturale fortissimo che c’è stato nel Paese? Credo che oggi sia davvero molto difficile fare il sin­dacalista. Anche a noi non sono mancate le difficoltà. La mia esperienza fu difficilissima, drammatica per molti aspetti, tanto che mi è costata la salute, però i contorni dello scontro erano chiari, erano chiari gli assetti valoriali, il gioco politico era an­cora evidente. Oggi questa chiarezza non c’è, è difficile indivi-duare obiettivi condivisi, valori accettati, e quindi richieste sul­le quali si può costruire una politica, una strategia unificante ef­ficace. Oggi è molto più difficile. Tra l’altro oggi più della metà degli iscritti al sindacato è fatta di pensionati: come si fa a met­tere d’accordo le diversità di aspettative tra attivi e pensionati? 

Errori clamorosi ne abbiamo fatti anche noi. Non vorrei sembra­re presuntuoso, ma avevamo capito che la società stava cam­biando, forse non con l’immediatezza necessaria, forse non co­gliendo fino in fondo lo spessore del mutamento che si stava pro­spettando, ma avevamo intuito che cosa stava capitando. La no­stra difficoltà fu nel trasferire sull’insieme del sindacato questa intuizione e quindi l’esigenza costruire modelli innovativi di sin­dacato e di rivendicazione sindacale. Perché allora la rivendica­zione era solo la rivendicazione salariale, punto e a capo. Sala­rio, inquadramento unico, professionalità, ma non bastava più questo discorso, non bastava assolutamente, andava accompa­gnato da un ripensamento in profondità. Se dovessi farmi dei rim­proveri, e qualcuno me ne faccio, è che ci siamo fatti trascinare in vicende nelle quali non occorreva spendere tutta la nostra ener­gia, ma avremmo dovuto giocare di più la partita sui temi veri del cambiamento. Che ad un certo punto esigeva che ci liberassimo della zavorra di quel pezzo di sindacato che a priori contrastava ogni possibilità di cambiamento. Ci volle un fatto straordinario come lo scontro sulla scala mobile per chiudere l’esperienza del­la Flm, ma già nel ’79 dicevo nelle mie relazioni che la strada dell’unità era finita, che bisognava tornare indietro. 

Ovviamente non poteva farlo da sola la Fim di Brescia. Bisognò che si arrivasse al referendum sulla scala mobile e alla rottura del mondo del lavoro con gli scioperi della Fiat, cioè con la mar­cia dei 40.000, perché anche il sindacato di Torino si accorges­se di questo cambiamento, e così pure anche a Milano. Quei pro­cessi si sono negli anni ramificati in una complessità scorag­giante. Ma è in questa difficoltà che c’è ancora spazio per il sin­dacato, per la Cisl perché i lavoratori hanno pur sempre bisogno di essere tutelati e rappresentati sia in fabbrica, sia nel Paese. E la Cisl, per la sua storia, per la sua cultura e per la sua prassi con­trattuale ha tutti i requisiti per svolgere al meglio questo impor­tante compito.