Luigi Compagnoni
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Luigi Compagnoni

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Pubblicato il 4 Settembre 2020

Nasce a Brescia nel 1921, chiamato alla leva con la dichiarazio­ne di guerra di Mussolini del 1940, combatte per due anni e ne fa quattro di prigionia. Torna a casa nel 1946. Operaio degli Stabi­limenti Sant’Eustachio si avvicina al sindacato con la nascita del­la Cisl. Delegato e membro della commissione interna, viene elet­to nella Segreteria provinciale dei metalmeccanici nel 1958. Tra il 1971 e il 1972 è Segretario generale aggiunto nella categoria dei salariati e braccianti agricoli. Viene poi chiamato a rilancia­re e riorganizzare la Federazione del commercio di cui è Segreta­rio generale per tredici anni. Dal 1985 al 1989 è Segretario ge­nerale dei pensionati della Cisl di Brescia, e poi per quattro anni componente della Segreteria nazionale della categoria.

 

Sono rientrato in Italia nel 1946, dopo due anni di guerra in Alba­nia, in Grecia e poi in Africa settentrionale con la Divisione Fol­gore ad El Alamein, seguiti da quattro anni di prigionia, in Egitto, Palestina e India. Nel 1948 ho trovato lavoro agli Stabilimenti Sant’Eustachio. L’attentato a Togliatti, nel luglio di quell’anno, de­terminò un clima da rivoluzione: c’era chi in quei giorni distribui­va coccarde tricolori, altri avevano preso sassi dalla linea ferro­viaria che era all’interno dello stabilimento e piazzato le lance an­tincendio in portineria. 

La Cisl non esisteva ancora, c’era solo un embrione di corrente cri­stiana. Il giornale comunista “l’Unità” e “Radio Praga”, che tra­smetteva anche in italiano, davano notizie sulla Sant’Eustachio che non avevano nulla a che fare con la verità. Cercai anche di ca­pire come succedeva, partecipando ad un paio di riunioni della cel­lula comunista della Sant’Eustachio: l’unica cosa che capii fu però che quella non era la mia “parrocchia”. Il gruppetto che rappre­sentava la corrente cristiana mi chiese di impegnarmi, ma a me sembravano troppo tiepidi, troppo concilianti. Questa cosa mi ren­deva un po’ insofferente ma c’era il segno di una novità. E con Ca-strezzati alla Fim era cominciato il rinnovamento.

Ricordo un episodio legato alle richieste di riduzione dell’orario a salario invariato. Ero stato un mese al Centro studi Cisl di Firenze per un corso di formazione, prendendo confidenza con grafici, cot-timi e via dicendo. E durante il corso qualcuno di Aosta, e un al­tro di Torino, raccontarono di un accordo, firmato solo dalla Cisl, sulla riduzione dell’orario. Altri territori avevano in corso trattati­ve per la realizzazione dello stesso obiettivo. Una volta rientrato in azienda mi chiedevo cosa fare. Della Fim eravamo in due, cin­que quelli della Fiom. Decidemmo di muoverci insieme, con una lettera che inviammo come Commissione interna alle aziende del­la Finmeccanica. Solo sei di queste aziende risposero. Ma si fece vivo anche Giulio Pastore, Segretario nazionale dell’epoca, il qua­le scrisse ad Angelo Gitti, che a Brescia era Segretario generale della Cisl, chiedendo se eravamo ammattiti. Risposi che ci trova­vamo in un momento di elezioni di Commissione interna e che se si voleva realizzare qualcosa in un’azienda come la nostra, dove­vamo presentarci unitariamente, rimarcando comunque che la pro­posta era stata avanzata dalla Fim aziendale, condivisa successi­vamente dalla Fiom. Pastore scrisse nuovamente a Gitti: “Avendo letto la lettera degli amici della Sant’Eustachio, ho riflettuto sulla persistente difficoltà che alla base si incontra a realizzare una ade­guata scelta sindacale e salariale. Il caso della Sant’Eustachio è ti­pico: perché accentuare una impostazione unitaria quando lo stru­mento più idoneo è la Sas e il sindacato di categoria? Agli amici della Sant’Eustachio mando una lettera piana ed amichevole di chiarimento”. La cosa finì così, non certo con le nostre scuse di cui parla qualche libro sulle vicende sindacali di quegli anni. 

Se nella Fim il rinnovamento era cominciato con il Congresso del 1958 e l’elezione di Castrezzati, in Cisl si accompagnò al dibattito sulla incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali: Gitti, il Segretario generale dell’Unione, era parlamentare; Albini, Segreta­rio organizzativo della Cisl, era Assessore del Comune di Brescia; Apostoli, Segretario dei salariati agricoli, era Vice presidente del­l’Amministrazione povinciale. Chi poteva sostituirli? A Brescia non c’erano ancora persone pronte per quell’incarico. La Confederazio­ne propose Melino Pillitteri che era Segretario generale della Cisl di Rovigo. E qui comincia la grande operazione, la grande battaglia, che porta a completamento il rinnovamento nella organizzazione. 

Le categorie avevano un solo operatore a tempo pieno: ai metal­meccanici c’era Castrezzati. Io avevo il distacco permanente dalla Sant’Eustachio, così come lo aveva un membro di Commissione in­terna della Cgil; non ero ancora a tempo pieno, anche se lo ero di fatto visto che stavo sempre in sede dove assicuravo la presenza in ufficio. In quel periodo non si trovava un militante disponibile a la­sciare l’azienda, cioè il posto sicuro e lo stipendio: nel sindacato gli stipendi non sempre venivano pagati, c’erano degli acconti: soldi non ce n’erano veramente. Allora Pillitteri ci propose come opera­tore Alcide Cattabriga che abitava a Cento di Ferrara ed aveva la­vorato con lui a Rovigo. Cattabriga arrivò e per i primi tempi visse praticamente in ufficio: di giorno lavorava, la sera apriva la branda e dormiva lì; il mattino la richiudeva e tutto ricominciava. Questo per dire com’erano i tempi: duri, di veri sacrifici. 

Da Torino, nel 1963, arrivò, o meglio, ritornò a Brescia, Emanue­le Braghini che io avevo visto partire a 19 anni per frequentare il corso annuale a Firenze. Dopo il corso venne incaricato di segui­re i meccanici di Taranto, poi andò a Siracusa, Roma, Napoli e To­rino. Un giorno venne in ufficio e mi disse: “Compagnoni, sono in difficoltà. I miei figli sono diventati quattro, mia moglie non ce la fa. Qui a Brescia io ho la famiglia, e tornerei volentieri, anche co­me delegato. Pensi che potrebbe essere possibile come delegato di zona a Lumezzane?”. Mi alzai dalla scrivania dicendogli: “Ben­venuto! Siedi, questo è il tuo posto”. 

In quel periodo Castrezzati faceva parte anche della Segretria na­zionale della Fim ed io lo sostituivo. Quando lui mi telefonava io registravo per non dimenticare i suoi consigli e le sue indicazioni. Così guidavamo l’organizzazione. 

A febbraio del 1971 a seguito di alcuni malintesi, mi dimisi dal­la Segretaria dei metalmeccanici, deciso a lasciare il sindacato Dissensi di carattere politico determinarono le mie dimissioni dalla Segreteria provinciale, unitamente a quelle di Emanuele Braghini; successivamente rassegnarono le dimissioni anche quattro operatori: Pietro Tognoli, Luigi Torchio, Emilio Tedoldi e Dante Franceschini. Il Consiglio provinciale della Fim, convo­cato per discuterne – io e Braghini non partecipammo – prese at­to delle nostre dimissioni determinate dal dissenso verificatasi con il Segretario generale ed il gruppo dei dirigenti aziendali del­la Om: non volevamo arrivare alla conta per non dividere e dan-neggiare quello che, insieme, avevamo contribuito a costruire. L’intervento tempestivo di Carniti, che era diventato Segretario generale della Cisl, portò all’inserimento di Braghini nel sindaca­to degli alimentaristi di cui divenne Segretario generale. Io invece divenni Segretario generale aggiunto della Fisba, la ca­tegoria dei salariati e dei braccianti agricoli, collaborando al con­tempo con il Segretario generale dell’Unione per gli aspetti or­ganizzativi; tra le altre cose mi venne affidata la redazione del settimanale “Impegno sindacale” e successivamente quella di “Informazioni e notizie”. 

In Fisba il mio maestro fu Giovanni Rossi, “Gioanì” per tutti quel­li che l’hanno conosciuto. Percorreva centinaia di chilometri in bi­cicletta per far arrivare la Cisl nelle cascine della Bassa bresciana. Anche se io avevo il lusso della 600, solo con l’aiuto di Giovanni riuscii a rendermi utile e a fare il mio lavoro al meglio. Ci capitò di conoscere due ex sindacalisti della Cgil – Bruno Sa­cerdoti, ex Segretario della Fiom e Loris Abbiati, ex Segretario dei salariati e braccianti di Brescia – che lavoravano a Praga nella Fe­derazione sindacale mondiale. Proponemmo loro di organizzare un viaggio in Cecoslovacchia, cosa che fecero, per uno scambio sin­dacale. Partimmo: io e Giovanni Rossi per la Cisl, uno della Uil e tre della Cgil. Ad ospitarci, a Praga, era il sindacato confederale cecoslovacco. Ma dopo un solo giorno di incontri, forse per alcu­ne mie domande che il collega della Federbraccianti ritenne im­pertinenti (era stato un anno in Russia per imparare a fare il co­munista) ci mandarono a fare turismo a Mariànské Làzné, una sta­zione termale della Boemia. Un mese più tardi toccò a noi in Ita­lia ospitare la delegazione cecoslovacca alla quale parlammo del­la nostra esperienza e del nostro modo di fare sindacato. Quando la delegazione tornò a Praga restammo in contatto per un po’ di tempo tramite lettera, fino a quando Sacerdoti mi chiamo è mi dis­se di non scrivere più: “Quei quattro che avete ospitato a Brescia sono stati accusati di deviazionismo, forse perché hanno riferito troppo bene quello che fa il sindacato in Italia”. 

Anche se c’era molto da fare, io alla Fisba ci stavo benissimo. Un giorno però Pillitteri mi chiamò e mi disse: “La Cgil ha nel setto­re commercio 2.000 iscritti e tre persone che li seguono. Noi non abbiamo nessuno. La Fisba può camminare tranquillamente anche senza di te: vuoi provare a rilanciare questa categoria in casa no­stra? Potrebbe diventare importante anche all’interno della Cisl”. Dai braccianti agricoli passai quindi alla Fisascat che se all’inizio era stata una delle categorie più forti della Cisl, poi era stata com­pletamente abbandonata. L’elezione nella Segreteria nazionale di Dionigi Coppo aveva avuto una specie di effetto domino: Coppo – che diventerà Segretario generale aggiunto, poi Senatore e infi­ne Ministro del lavoro – era a Brescia Segretario dei tessili. Una volta partito per Roma della categoria dovette occuparsene diret­tamente Carlo Albini, il quale però, oltre ad essere Segretario ge­nerale aggiunto della Cisl di Brescia era anche assessore al Co­mune di Brescia. Gli impegni parlamentari di Angelo Gitti, che della Cisl era il Segretario generale, facevano però ricadere molto lavoro sindacale su Albini, il quale affidò allora la categoria dei tessili a Dino Maceri togliendolo dal commercio. 

Da qui l’abbandono della Fisascat, tanto che nel 1961 non sapen­do da chi far rappresentare i lavoratori del commercio di Brescia al Congresso nazionale che si svolgeva a Rimini, la Cisl mandò un metalmeccanico, Franco Corselli, che lavorava all’Atb ed era il Se­gretario della sezione aziendale dei tre stabilimenti. 

Quando arrivai alla Fisascat, era il 1972, la categoria aveva for­malmente 600 iscritti, calcolati però utilizzando il “cambio sviz­zero”, come dicevamo in quel tempo: in realtà saranno stati una cinquantina di iscritti. Ed io ero il Segretario generale. Cosicché fin dall’inizio chiesi aiuto un po’a tutti. Una domenica mattina ero impegnato con alcuni amici (tra i quali c’era anche Mario Clerici) a piegare i giornali della Fim e ad incollare gli indirizzi per la spe­dizione. “Vi do una notizia – annunciai a tutti – Pillitteri mi ha chie­sto di seguire il commercio. Ho accettato. Adesso però datemi una mano perché devo mettere assieme un certo numero di iscritti”. In­somma, primum vivere, deinde philosophari. Mandai un breve co­municato al Giornale di Brescia: “Ha avuto luogo il Congresso dei lavoratori del commercio, del turismo e dei servizi. Dopo ampio dibattito, preso atto dei risultati positivi conseguiti, ha eletto Lui­gi Compagnoni Segretario generale della categoria”. 

Mi misi subito al lavoro. C’erano una decina di contratti che do­vevano essere rinnovati: commercio, pubblici esercizi, mense aziendali, studi professionali, portieri, parrucchieri, lavoratori ter-mali, autogrill, guardie giurate, grossisti di medicinali. L’azienda dove avevamo il maggior numero di iscritti si chiamava Cavelli-ni, un grosso emporio che aveva un centinaio di dipendenti, circa la metà con in tasca la tessera della Cisl. Non eravamo invece pre­senti nella grande distribuzione. Così un giorno, avendo saputo che la Cgil avrebbe tenuto una riunione alla Standa mi presentai an­ch’io e, ovviamente, presi la parola. Cominciammo così ad inse­rirci e a fare i primi iscritti. 

Fu proprio durante un’assemblea alla Standa che conobbi Enrico Mazzetti, che era della Cgil ma che con alcuni colleghi passò alla Cisl collaborando con me fino a succedermi nell’incarico di Se­gretario generale, ruolo che ricoprii dal 1972 al 1985, anno in cui andai in pensione. Lasciai una Fisascat ben organizzata, con due operatori – Mazzetti, appunto, e Franco Corselli – un’impiegata e… il personal computer. 

Pochi mesi dopo il pensionamento mi arrivò una telefonata di Ne­vio Petretti, Segretario generale dei pensionati della Cisl che mi invitava ad un incontro con il Segretario generale dell’Unione Al­do Gregorelli. Fu lui a farmi la proposta di sostituire Petretti, in procinto di diventare Segretario regionale della categoria, alla gui­da dei pensionati di Brescia. 

Verificato l’orientamento degli altri componenti della Segreteria della Fnp, accettai. Venni prima cooptato nel Consiglio generale e poi eletto all’unanimità. Divenni anche presidente della Coopera­tiva “Conoscere per migliorare” che avvalendosi della collabora­zione delle due Università presenti a Brescia, organizzava corsi sulla salute e sulla terza età, con relatori come il prof. Marco Tra­bucchi, il dott. Renzo Rozzini, il dott. Angelo Bianchetti – che og­gi sono primari – e altri medici neo laureati. Ogni incontro era aperto da una comunicazione sindacale in tema di assistenza e pre­videnza, seguita poi dalla lezione del medico e da uno spazio per domande e risposte. Grazie al rapporto con la Cattolica e la Stata­le, organizzavamo anche i corsi di quella che si chiamava “Uni­versità degli anziani”. Scorrendo i programmi di quella attività c’è da rimanere stupiti per la molteplicità dei temi affrontati: storia delle religioni, storia della musica, politica, ecologia, il cervello dell’uomo, la Rivoluzione francese, il Medioevo, il Barocco, l’A­frica. Altre cose che si facevano con la cooperativa erano gli in-contri nei quartieri sull’educazione sanitaria e le serate con gli an­ziani. Insomma, un’attività molto significativa. 

Nel 1989 il Congresso regionale dei pensionati si tenne a Ponte di Legno ed io venni eletto alla presidenza dei lavori. Era presente anche il Segretario nazionale, Gianfranco Chiappella, il quale tornò a chiedermi, come aveva fatto nei mesi precedenti, di entra­re nella Segreteria nazionale. Avevo sempre rifiutato dicendo che non avevo né le capacità né la cultura per farlo. Ma in una pausa del Congresso, Chiappella chiamò a raccolta i bresciani dicendo loro che sarei dovuto andare a Roma. Io cercai di dire la mia, ma arrivarono calorosi e sinceri applausi, baci e abbracci. Venni elet­to nella Segreteria confederale con la responsabilità dell’ammini­strazione: rapporti con i fornitori, personale, gestione del patrimo­nio immobiliare, verifica dei bilanci di tutte le strutture territoria­li e regionali. Per dare un’idea della situazione che trovai, basta di­re che nel 1988 su oltre 170 territori solo 31 avevano presentato i bilanci, nessuno in partita doppia: consistevano in un foglio di car­ta qualunque sul quale erano indicate sommariamente le entrate e le uscite. A Brescia io avevo già iniziato a utilizzare il computer per la gestione della contabilità e l’indirizzario degli iscritti. Af­frontai subito il lavoro quanto mai impegnativo dell’introduzione dell’informatica in tutte le strutture territoriali della Fnp. C’era al­lora una società d’informatica promossa dall’Inas, di cui era di­ventato Presidente Melino Pillitteri. Ma per gli obiettivi che ave­vamo noi non andava bene. Su questa cosa ci scontrammo con Pil-litteri, e alla fine realizzammo autonomamente un nostro pro­gramma di gestione degli iscritti ed uno per i bilanci. 

Se nel giugno del 1989 negli uffici della sede nazionale della Fnp esisteva un solo computer, nel giro di quattro anni ogni operatore aveva il computer sulla scrivania, e la quasi totalità delle strutture territoriali era collegata in rete con la Federazione nazionale e pre­sentava i bilanci, buona parte dei quali in partita doppia, elaborati con unico programma. 

La Federazione Nazionale dei Pensionati poteva contare su un gruppo di collaboratori veramente capace. Andavo continuamen­te in giro per l’Italia nelle nostre sedi territoriali con un tecnico e un’impiegata per favorire l’utilizzo dei due programmi e spiegare come gestire in concreto la contabilità e l’indirizzario: non ho mai avuto problemi. Ritornavo in sede e la mia segretaria aveva già predisposto il materiale necessario ad altre riunioni che nel frat­tempo lei aveva già programmato. 

Nell’aprile del 1993 Pillitteri venne eletto al posto di Chiappella; se prima ancora della sua elezione a Segretario generale della Fnp mi aveva confermato il suo dissenso sui criteri operativi che ave­vo adottato, pochi mesi dopo decise di fare a meno del ruolo di Se­gretario amministrativo accentrando alla Segreteria generale ogni incarico di carattere amministrativo. Io decisi di non accettare al­tri incarichi e tornai a Brescia. 

Sono stato rispettato da molti, criticato da altri; per far bene il mio lavoro ho disturbato e rotto le scatole a parecchie persone, non ho rimpianti, non ho nostalgie. 

Ho sempre detto apertamente quello che pensavo. Come quando da Segretario generale dei pensionati di Brescia venni invitato ad una riunione degli amici di Gregorelli a Manerbio. C’era una tor­ta in mezzo al tavolo con scritto: “Viva il nostro deputato”. A con­ferma di quello che gli avevo detto fin dall’inizio: “Tu sei venu­to alla Cisl perché stai studiando da onorevole e utilizzi il sinda­cato per fare questa cosa: io non sono d’accordo”. Naturalmente ci scontrammo. 

Oggi ho novant’anni, ormai lontano dall’attività della Cisl. In oc­casione di momenti particolari vengo invitato e accolgo l’invito sempre volentieri. Con immenso piacere vedo il continuo miglio­ramento dell’organizzazione sul piano culturale e l’apprezzamen­to per la sua presenza nella società bresciana. 

Una considerazione che mi sembra interessante e stimolante è che agli inizi della Cisl a Brescia i dirigenti li importavamo, negli anni successivi è stata Brescia a mettere a disposizione queste figure. Mario Borgognoni è stato il primo Segretario regionale del Sism; Giuseppe Sandrini Segretario nazionale del Sinascel; Alfonso Ros­sini Segretario nazionale della scuola; Cesare Reboni Segretario na­zionale dei postelegrafonici; Angelo Valetti e Franco Filippini Se­gretario nazionale e Segretario generale aggiunto della Flaei; Pie­tro Apostoli Segretario nazionale della Fisba; Franco Castrezzati Segretario nazionale della Fim; Cesare Regenzi Segretario nazio-nale della Filca, poi Segretario Confederale e attualmente consi­gliere del Cnel. 

E se penso all’attuale Segretario generale della Cisl di Brescia, Re­nato Zaltieri, il mio pensiero va al lontano 1972, quando con il compianto Bernardo Rocca lo incontrai al suo paese e gli proposi di diventare capo Lega della Fisba di Isorella. 

Dobbiamo essere orgogliosi dell’apprezzamento che la Cisl rice­ve sul piano nazionale: può essere dovuto, in parte, alle capacità dei nostri amici, ma io sono convinto che principalmente lo si de­ve a tutti quei cislini che lontano dai riflettori e dalle tribune han­no sacrificato il loro tempo con generosità per costruire questa no­stra grande organizzazione.