Gianpietro Usanza
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Gianpietro Usanza

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Pubblicato il 3 Settembre 2020

Nasce a Brescia nel 1941. Operatore sindacale dal 1973, dirigente della categoria del pubblico impiego dal 1974, vive da protagoni­sta la nascita, nel 1981, dell’esperienza dei Comprensori sindaca­li. Nel 1982 viene eletto Segretario generale del Comprensorio del Garda e ricopre l’incarico fino al 1993 quando viene deciso il su­peramento di quella struttura e il rientro del territorio nell’Unione di Brescia. È stato componente della Segreteria della Cisl di Bre­scia. Attualmente è responsabile del Centro di assistenza fiscale.

 

Come si è avvicinato al sindacato? 
Ero alle dipendenze del Comune di Brescia dal 1964 dopo aver vinto il concorso per Vigile urbano, e partecipavo, come tutti in quegli anni, alle assemblee che il sindacato promuoveva all’inter­no del settore per un miglioramento della categoria sul piano eco­nomico e professionale. 

Nelle varie discussioni e dibattiti non ero sicuramente l’ultimo a prendere la parola. Questo penso sia uno dei motivi per il quale nel 1973, l’allora responsabile sindacale della Cisl per gli enti locali, vo­lendo potenziare la presenza del nostro sindacato all’interno del Co­mune, mi chiese la disponibilità per fare un’esperienza a tempo pie­no seguendo l’intero settore degli enti locali a livello provinciale. 

Questa prima significativa esperienza si è protratta fino al 1981. Un’esperienza ricca di soddisfazioni anche se di notevole impe­gno, ma a diversità di oggi molto partecipata, sentita. 

Certo erano gli anni dove i lavoratori dovevano lottare per migliora­re la loro condizione economica, previdenziale, normativa, ma furo­no anche anni dove si potevano misurare positivamente i risultati. 

Nel 1979, a livello confederale e d’intesa con le altre organizza­zioni sindacali, durante l’Assemblea organizzativa si è assunta la decisione politica di istituire sull’intero territorio nazionale i Com­prensori. Una scelta nata dal dibattito che a livello nazionale ave­va coinvolto tutti i partiti e che sembrava dover portare alla sop­pressione delle Province. 

Anticipando i tempi ed in concomitanza del Congresso del 1981, il sindacato istituì ufficialmente i Comprensori. Fu così che nac­que il Comprensorio Garda-Alto mantovano, del quale nel 1982 assunsi l’incarico di Segretario generale, in sostituzione di Ange-lo Valetti chiamato a Roma alla Segreteria nazionale della Flaei. Era, quello del Comprensorio, un territorio sicuramente non mol­to omogeneo, che andava dai confini con la provincia di Trento nell’alta Valsabbia fino alla sponda bresciana del Lago di Garda, da Limone a Sirmione; c’era poi l’intero territorio della Bassa bre­sciana tra Montichiari e Ghedi, per finire con l’aggregazione di no­ve comuni dell’Alto mantovano, da Goito a Castiglione delle Sti-viere. Un territorio dove unendo comuni di due province, si ave­vano anche due esperienze completamente diverse di fare sinda­cato: nel bresciano si è sempre stati abituati a un sindacato impe­gnato nelle contrattazioni, nelle rivendicazioni all’interno delle aziende, nell’autonomia decisionale, nel coinvolgimento delle isti­tuzioni pubbliche e private, e, perché no, nel conflitto; nell’Alto mantovano molto veniva deciso dalla politica, poco o nulla dai confronti istituzionali e dalla conflittualità. 

Una cosa ha però sempre accomunato entrambi i territori: il man­cato riconoscimento dei Comprensori sindacali da parte delle isti­tuzioni pubbliche (Prefetture, Regioni, Province, Camere di com­mercio) e private (Associazioni industriali, Confapi, Associazioni artigiani e Commercianti). 

Questo ha sempre creato gravi difficoltà perché i Comprensori non si vedevano riconosciuto alcun vero ruolo politico sindacale nel territorio. 

Anche il sindacato ci ha messo del suo, intendiamoci. Nella Cisl, nonostante i deliberati degli organismi, non una sola categoria ha mai riconosciuto la struttura comprensoriale, alcune per le esigue dimensioni che non consentivano la presenza di un operatore sul territorio, altre per scelta politica. C’è sempre stata una volontà, questo in modo particolare da parte della Cisl di Mantova, di ne­gare qualsiasi collaborazione con la nostra struttura, sia politica che organizzativa, in modo tale che si potesse rimettere in di­scussione se non i Comprensori in quanto tali, almeno l’aggrega­zione del territorio mantovano al Comprensorio del Garda. Anche la Cisl bresciana non era totalmente convinta della novità, ma va riconosciuto che la maggioranza della dirigenza non creava osta­coli politici organizzativi al territorio, lasciando la piena autono­mia decisionale. 

Queste nostre strutture hanno sicuramente risentito della mancata decisione della politica di costituire i Comprensori territoriali, con il risultato che l’unica istituzione presente sul territorio del Garda in quel periodo erano i Consorzi sanitari di Zona. 

Con questo quadro politico, istituzionale e sindacale, come Cisl del Garda abbiamo deciso di impegnarci tutti insieme, Segreteria e ca­tegorie, nel potenziare la nostra presenza sul territorio, all’interno delle fabbriche e nei singoli comuni, ampliando la presenza dei ser­vizi, che è stata anche una delle motivazioni principali della nuova organizzazione territoriale. 

Alla nascita del Comprensorio nel 1981, la presenza della Cisl sul Garda consisteva in un paio di operatori delle categorie più significative, come meccanici ed edili, mentre per le altre cate­gorie tutto era gestito centralmente da Brescia. 

L’unica presenza sul territorio era data da una sede Cisl nel Co­mune di Gavardo, dove per un paio di mezze giornate alla setti­mana era presente un operatore del patronato: non c’era altro e tut­to veniva seguito dalle categorie con riferimento a Brescia. 

La diversità positiva del territorio mantovano è stata la presenza del­la Cisl con alcuni recapiti del patronato e di alcune categorie nei cen­tri più significativi: Castiglione, Goito, Guidizzolo, Cavriana. 

Non avendo un riconosciuto e sufficiente ruolo politico sul terri­torio, abbiamo perciò impegnato i nostri sforzi per ampliare e qualificare la nostra presenza. Si è cominciato con un secondo operatore per il patronato e si è utilizzata la potenzialità delle ca­tegorie dei pensionati che hanno messo a disposizione un grup­po preparato di agenti sociali per coprire i nuovi recapiti aperti nei Comuni. 

Abbiamo poi istituito l’ufficio vertenze con un operatore a tempo pieno e abbiamo iniziato ad aprire nuove sedi sul territorio, con i relativi servizi e la presenza di operatori categoriali. È stato aper­to il servizio Sicet a tutela degli inquilini, ed in più sedi decentra­te anche il servizio fiscale. 

Per dimostrare la positività della scelta basta un dato significati­vo. Nel 1981 complessivamente ci eravamo costituiti in Com­prensorio con 15.200 iscritti fra attivi e pensionati; nel 1993 quando si è decisa la chiusura dell’esperienza gli iscritti erano più di 23.000, il 51% dei quali erano lavoratori attivi; c’erano poi, e ci sono tuttora, sette sedi Cisl, a Vestone, Vobarno, Salò, Ga­vardo, Desenzano, Montichiari e Ghedi; una nel mantovano, a Castiglione delle Stiviere. 

 

Come si è arrivati alla decisione di superare l’esperienza del Com­prensorio?
Molteplici sono state le motivazioni, oltre a quella già citata della mancanza del riconoscimento politico ai Comprensori all’interno della Cisl, nel nostro territorio ma anche negli altri livelli dell’or­ganizzazione: a livello regionale, ad esempio, la questione è sem­pre stata molto dibattuta, in special modo all’avvicinarsi delle As­semblee organizzative di metà mandato (1987, 1991) o congres­suali (1985, 1989, 1993).

Vanno però considerati anche atri aspetti. Il primo è la rotazione che è sempre avvenuta nei dirigenti categoriali: era sufficiente che il nuovo dirigente eletto fosse poco convinto della realtà del Comprensorio – perchè propenso al rientro nell’Unione oppure perchè attratto dal ruo­lo a livello centrale – che tutto diventava motivo d’indebolimento. 

Un altro problema era che il dibattito sui Comprensori non avve­niva solo in casa Cisl, ma anche nella Cgil che aveva congiunta­mente a noi nel 1981 fatto la scelta. Con una differenza però che non poteva non influenzare il nostro confronto interno: la Camera del lavoro di Brescia, infatti, aveva deliberato nel 1990 la sop­pressione della struttura comprensoriale del Garda. 

Nonostante questo abbiamo provato a mantenere la nostra struttu­ra, ma ovviamente si sono aggiunte ulteriori difficoltà, al punto che con il congresso del 1993, d’intesa con la Cisl regionale si è deci­so il rientro delle strutture comprensoriali. 

La positività dell’esperienza del Comprensorio del Garda, anche se soltanto dal punto di vista organizzativo, costringeva l’Unione di Brescia ad aprire durante il congresso un dibattito finalizzato al potenziamento dell’attività sull’intero territorio, con l’apertura di nuove sedi di zona e il decentramento di nuovi servizi, ricono­scendo nel nostro impegno il risultato raggiunto. 

 

E a livello territoriale, quali sono state nel suo periodo le batta­glie principali? 
Pensando a quel periodo non posso non ricordare la battaglia nata a seguito del referendum indetto dalla Cgil sull’abolizione della scala mobile. 

Un periodo pesante per il clima politico che si era creato: il dibat­tito su questo tema aveva coinvolto l’intero paese ma nello stesso tempo lo aveva anche diviso. 

Vi era una netta divisione fra Cgil da una parte e Cisl e Uil dal­l’altra. La stessa Cgil al suo interno aveva la componente sociali­sta che si era diversificata dal resto dell’organizzazione. 

I partiti avevano fatto altrettanto: il Partito comunista era al fian­co della Cgil. 

Nelle fabbriche si vivevano tutte queste divisioni, le assemblee era­no molto partecipate, c’erano grandi discussioni, dibattiti politici. Certo, dopo l’esito positivo del referendum, con l’affermazione del­le tesi sostenute anche dalla Cisl, è stato più facile riconoscere che era stato anche un periodo esaltante per l’attività sindacale. 

C’è stato poi l’impegno dell’organizzazione durante i rinnovi contrattuali, sia a livello nazionale che, a maggior ragione, per quelli aziendali. 

Così pure tutte le gestioni delle varie crisi aziendali che hanno portato alla riduzione del personale o alla chiusura delle fabbri­che più significative del territorio, dalla Falck all’Olcese, dal Calzaturificio di Gavardo al Cbo e all’Esport per dire solo delle realtà più grandi. 

 

È stato possibile costruire rapporti con le istituzioni e con i parti­ti politici?
Fermo restando, come ho spiegato prima, le difficoltà del ricono­scimento istituzionale del Comprensorio, riuscivamo comunque a sviluppare un dialogo positivo con le Amministrazioni locali su tutti i problemi sindacalmente e socialmente più rilevanti, soprat­tutto in presenza di problemi occupazionali e vertenze. Anche con i partiti il dialogo era aperto. I partiti non facevano discriminazio­ni fra la struttura sindacale di Brescia e il Comprensorio del Gar­da: se promuovevano iniziative o dibattiti eravamo invitati al pari degli altri territori. 

Qual è la sua lettura di ciò che oggi il sindacato si trova a vivere?
È fuor di dubbio che viviamo un difficile periodo dell’economia caratterizzato da profondi mutamenti che ricadono principalmen­te sulle famiglie, sui giovani, sul mondo del lavoro in generale. L’attuale frammentazione del mondo del lavoro, la precarietà, le difficoltà dei giovani che sono i soggetti che più pesantemente sopportano il peso e le conseguenze di questi cambiamenti. Da tempo la Cisl chiede che si mettano in atto politiche di svilup-po, interventi a favore dei lavoratori e dei pensionati per rilancia­re i consumi, interventi a sostegno delle famiglie, per il recupero del potere di acquisto delle pensioni, per non parlare della riforma organica del fisco partendo da una vera ricerca degli evasori fi­scali. Purtroppo si favoriscono invece le speculazioni finanziarie e non c’è in nessun politico la volontà di dare risposte concrete sul fisco, solo parole. 

 

Come vede la Cisl dei prossimi anni?
Un’organizzazione capace di rivendicare sempre la sua autonomia, coerente con i principi che sono all’origine della sua costituzione. Una Cisl impegnata a rappresentare i lavoratori ed i pensionati per migliorare la loro condizione, con il dialogo, il confronto e la di­scussione, per avere risposte adeguate, coscienti che le divisioni indeboliscono l’intero movimento sindacale.

L’unità serve e deve essere sempre ricercata, senza però rinuncia­re mai ai principi e ai valori della nostra organizzazione.