Emanuele Braghini
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Emanuele Braghini

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Pubblicato il 1 Settembre 2020

Nato a Brescia nel 1933, Braghini entra nella Cisl attraverso il corso lungo al Centro Studi di Firenze nell’anno 1954-55. Nei quattro anni successivi vive un’esperienza sindacale al Sud per approdare poi alla Fim di Torino. Nel 1963 torna a Brescia; dopo diversi anni nella Segreteria della Fim, fa un’esperienza alla Fulpia (industria alimentare) e alla Filca (costruzioni). Entra nella Segreteria dell’Unione nel 1979; dal 1981 al 1985 è Segretario generale della Cisl bresciana.

 

Come si è avvicinato alla Cisl?
Credo abbiano concorso diverse ragioni. La famiglia prima di tutto, l’educazione e gli esempi ricevuti dai genitori, le letture, la partecipazione ai corsi di formazione promossi dalle Acli, l’assunzione alla Om avvenuta nell’aprile 1950 e, non da ultimo, la mia passione per la montagna. Fu appunto questa passione che mi fece accettare due inviti decisivi per il mio futuro: il 25 aprile 1954 un’escursione, con alcune persone della Cisl guidate da Pietro Panzera, per l’abolizione simbolica delle frontiere al passo del Brennero; nel periodo estivo dello stesso anno, la partecipazione ad un campo scuola Cisl sui monti di Rabbi, in provincia di Trento, con altri giovani provenienti da tutta Italia. Da quel campo scuola ebbe inizio il mio percorso nella Cisl. Gli istruttori confederali, notata la mia attiva partecipazione alle discussioni, mi segnalarono per una selezione tra i candidati al corso annuale al Centro studi Cisl di Firenze. Partecipai a quella selezione più per trascorrere alcuni giorni a Firenze che per la convinzione di superare la prova. Ma una volta ritornato a Brescia fui chiamato dall’on. Angelo Gitti, allora Segretario generale della Cisl, il quale mi comunicò che avevo superato la selezione e che il corso sarebbe durato un intero anno scolastico: settembre 1954, giugno 1955. Ero felice ma anche preoccupato. Dovevo lasciare il lavoro e in casa sarebbe venuto a mancare il mio salario: eravamo in undici, una sola sorella che lavorava e il mio babbo era già in pensione, per cui la situazione economica, già precaria, sarebbe peggiorata. Fu come sempre mio padre a spronarmi dicendomi: “Questa è una strada molto importante, non è solo la Cisl che ti chiama. Quanto a noi, ci aiuterà come sempre la Divina Provvidenza”. Capii cosa voleva dire quel “non è solo la Cisl che ti chiama” e partii. Terminato il corso, nel luglio 1955 la mia prima destinazione fu Taranto dove feci un lavoro soprattutto di sensibilizzazione e proselitismo tra i lavoratori, di assistenza nelle controversie individuali: molti comizi nelle piazze dei paesi che alla sera si riempivano di salariati per i quali si cercava di ottenere qualche giornata di lavoro in più; la costituzione di “carovane facchini” in ogni paese, come risposta alla grande disoccupazione (una legge stabiliva che i lavori di carico e scarico dovessero essere fatti in proprio o assegnati alle “carovane facchini” se esistenti); tanti volantini per richiamare i diritti contrattuali, i minimi salariali per ogni categoria (purtroppo molte aziende non rispettavano i contratti e non assicuravano i lavoratori). Insomma: tanto lavoro e scarsi risultati. Ebbi non poche difficoltà anche a contenere le spese entro la cifra di 40.000 lire mensili (alla Om ne percepivo 47-48 mila) e senza assicurazione sino alla fine dell’anno perché era considerato un periodo di prosecuzione della scuola. Il primo gennaio 1956 fui assicurato, ma lo stipendio rimase il medesimo e non raramente soffrii la fame. Capitava talvolta di dover collaborare con le iniziative promosse dai sindacati locali della zona. A Rossano Calabro, in provincia di Cosenza, fui testimone di una singolare protesta. Un gruppo di raccoglitrici di olive pagate meno di quanto stabilito dal contratto, avevano promosso una vertenza sindacale collettiva. A nulla erano valsi i tentativi di mediazione svolti presso l’Ufficio provinciale del lavoro e in Prefettura. Il Segretario comunale della Cisl invitò le lavoratrici a manifestare sotto le finestre del proprietario, un barone, dicevano. A gran voce venivano reclamati i soldi, ma senza ottenere risposta. Fu a quel punto che la fantasia del Segretario comunale della Cisl escogitò un nuovo espediente. Disse infatti alle lavoratrici: “Chiaggnite! Chiaggnite!”. Seguirono urla e pianti davvero strazianti. “E tu nun chiagne?” chiese il sindacalista ad una donna che non si era unita al coro. “E nun me vene”. “Pienza a li morti tuoi e chiagne!”. E così fu! Dopo un quarto d’ora di quelle strilla lancinanti, arrivò un maggiordomo con un grosso cesto pieno di soldi che disse solennemente: “Il barone ha detto di liquidare tutte le donne”. E se ne andò. Lasciai Taranto ai primi di gennaio del 1957 e venni assunto all’Ufficio organizzativo della Confederazione. Erano stati costituiti dei “Gruppi di lavoro” volanti: uno per il settore industria, uno per l’agricoltura ed un terzo per monitorare i lavori programmati dalla Cassa per il Mezzogiorno. Fui inserito in quest’ultimo gruppo. Andavo negli Uffici della Cassa per il Mezzogiorno, ritiravo l’elenco delle opere dal quale risultava sia il tipo di appalto, il nome dell’impresa e la località dove si sarebbe svolto il lavoro. Erano appalti molto diversi tra loro: dalle opere stradali all’assesto idrogeologico e ai rimboschimenti. Riscontrammo ogni sorta di inadempienze: mancato rispetto dei contratti, mancata assicurazione di gran parte dei dipendenti, fallimentari recidivi, ricorso a prestanome e molto altro. Spesso i lavori si interrompevano dopo che l’impresa aveva incassato la prima tranche del finanziamento per poi sparire. Le riduzioni sulla cifra a base d’asta, normalmente si aggiravano tra il 30 e il 35%; in provincia di Roma un tratto di strada era stato appaltato con una riduzione dell’85%. Anche un profano avrebbe sospettato sulla possibilità per l’impresa di portare a termine i lavori. In quel periodo l’unico risultato che riuscimmo ad ottenere fu l’inserimento nei capitolati d’appalto dell’obbligo per le imprese a rispettare i contratti nazionali di lavoro.

L’esperienza nel gruppo di lavoro confederale terminò con la mia nomina a Segretario generale reggente della Fim Cisl di Napoli il cui Segretario era deceduto improvvisamente. L’esperienza napoletana fu tra le più pesanti e povere di risultati. Durò fino a gennaio 1959 allorché il Congresso elesse la nuova Segreteria. Era il periodo in cui molte aziende a partecipazione statale stavano riconvertendo le loro produzioni belliche: l’ex silurificio Imena, nella frazione Baia del comune di Bacoli, fabbricò una moto leggera chiamata Baio, che però non trovò riscontro sul mercato (cosa analoga capitò anche alla Breda di Brescia con l’omonimo ciclomotore); un altro silurificio, quello di Pozzuoli, non ebbe migliore fortuna. Riprese invece bene l’Ilva di Bagnoli, mentre i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia avevano pochi ordini. Si fecero molti scioperi e manifestazioni, ottenendo però scarsi risultati. In quel periodo venni inserito nel gruppo degli istruttori confederali, compito che svolsi nei Campi scuola di Postiglione, in provincia di Salerno, per i giovani del meridione ed in molti corsi di formazione programmati in molte altre province del Sud. Dopo Napoli mi mandarono a Siracusa dove rimasi solo cinque mesi. Era il periodo in cui nella fascia costiera tra Priolo ed Augusta stavano insediandosi grossi complessi industriali del settore chimico, del cemento, della raffinazione petrolifera. Purtroppo la maggior parte della manodopera specializzata era giunta dal Nord, per cui la disoccupazione locale non ne beneficiò in modo significativo. Il Segretario generale della Cisl di Siracusa, Enzo Terranova che aveva frequentato con me il corso al Centro studi di Firenze, mi chiese di entrare con lui nella Segreteria provinciale. Mi dissi disponibile ma per un periodo non superiore ai due, tre anni. L’esigenza era però diversa, così la Segreteria confederale mi trasferì alla Fim Cisl di Torino come semplice operatore sindacale. Sin dalle prime riunioni notai la grande differenza tra l’esperienza che avevo fatto e quella che stavo iniziando. Nel meridione, non solo i lavoratori ma anche gli attivisti esigevano dal Segretario le risposte ad ogni problema; a Torino invece la riunione del Direttivo era un vero momento di confronto, di idee e di proposte alle quali tutti concorrevano, a prescindere dal loro grado di responsabilità. Avevamo creato un bel gruppo e ci proponevamo di cambiare una situazione che a nostro avviso era troppo timorosa dello strapotere della Fiat.

La Segreteria in carica evitava di giungere a rotture con l’azienda. La parola sciopero era bandita da ogni assemblea, comunicato, o volantino rivolto ai lavoratori. La Fiat era riuscita ad evitare tutti gli scioperi dal 1948 al 1962. Anticipava il sindacato offrendo benefici che alla fine condizionavano la libertà dei lavoratori. Le case messe a disposizione dei dipendenti – cintate e con la guardiola come le case dei signori – non erano altro che un modo per controllare i lavoratori anche fuori dal luogo di lavoro: mi capitò di contestare un licenziamento per scarso rendimento e per tutta risposta mi fu presentata una nota con l’elenco degli orari in cui quel lavoratore rientrava a casa di notte!
Anche la mutua Fiat, con provvidenze migliori dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie e medici propri, era un modo per controllare lo stato di salute dei lavoratori. Si verificarono alcuni casi in cui i medici con la loro certificazione (“Non è più idoneo a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto”) sancirono il licenziamento di alcuni operai. Anche il “premio di collaborazione” aveva il solo fine di impedire ogni fermata di protesta. I lavoratori l’avevano capito e difatti i lo chiamavano “premio antisciopero”: bastava astenersi dal lavoro anche poche ore che si perdeva l’intero importo del premio che era assai consistente, se ricordo bene quasi mezza mensilità! Molti altri furono i condizionamenti posti in atto: i reparti confino, la minaccia di trasferimento ad altro stabilimento ecc. Troppo lungo sarebbe richiamarli tutti.
In questa situazione si rese necessaria un’azione capillare per sensibilizzare i lavoratori alla necessità di liberarsi dai tanti condizionamenti. Alla Om di Brescia avevano già iniziato la lotta contro il premio antisciopero. D’accordo con Franco Castrezzati costituimmo un coordinamento per assumere decisioni comuni. Nel frattempo la nuova Segreteria Fim si era rinnovata: oltre a me c’erano Renato Davico e Alberto Tridente. Studiammo un piano che oggi potremmo definire di guerriglia. Siccome i lavoratori non si fidavano l’un l’altro, cercammo di far riuscire gli scioperi costruendo dei momenti di solidarietà tra piccoli gruppi. Il messaggio era il seguente: il lavoratori della linea dei torni si trovino in un posto concordato (quelli di un’altra linea in un altro posto e così via); se siete tutti presenti restate fuori, altrimenti entrate. Non volevamo infatti mettere a rischio di licenziamento i lavoratori. Distribuimmo molti volantini, non solo ai cancelli della Fiat ma anche davanti alle chiese: avevamo il sostegno delle Acli e di un battagliero cappellano di fabbrica che richiamato dal suo Vescovo per un volantino si difese mostrando di averlo copiato da uno scritto del Vescovo di Genova!
Attraverso questa azione capillare anche i lavoratori della Fiat parteciparono agli scioperi per il contratto nazionale del 1962. Al primo sciopero aderirono solo alcune migliaia di lavoratori; al successivo, quello de 23 giugno 1962, la percentuale di adesione in tutti gli stabilimenti della Fiat raggiunse l’80%, la maggior parte registrata nello stabilimento di Mirafiori, cuore della produzione automobilistica. Un vero successo: con la firma dell’accordo venne abolito il premio antisciopero.
L’esperienza dell’unità d’azione nacque con il contratto del 1962 e a Brescia Franco Castrezzati ne è stato l’antesignano; noi a Torino lo seguivamo tenendoci in contatto. Fu Franco Castrezzati a fare i primi volantini unitari. All’inizio erano volantini separati ma con lo stesso testo. I comizi si facevano assieme ma da due microfoni diversi. La Cisl era rigida riguardo a questi comportamenti. Lo slogan di Giulio Pastore era: “marciare separati e colpire uniti”. A Torino sempre per il contratto del 1962 io avevo creato seri problemi alla Federazione nazionale firmando il primo accordo di acconto alla Indesit. Quando si dichiarano gli scioperi per il rinnovo del contratto, ci sono sempre delle aziende che offrono subito l’aumento salariale richiesto per essere esentate dalle successive azioni sindacali. Questa linea è sempre stata respinta dal sindacato: non si accettano acconti finché la Confindustria non firma il contratto. Ma quella volta la cosa era diversa. L’azienda si dichiarava disposta ad accettare tutte le nostre richieste, compresi i diritti sindacali. Chiamai al telefono Volontè, allora Segretario generale della Fim Cisl nazionale e gli dissi che avrei firmato l’accordo. Volontè urlò nella cornetta che non potevo farlo. Io insistetti ma non riuscii a convincerlo. Firmai comunque quell’accordo e con me lo firmò anche il rappresentante della Fiom Cgil. Da molte parti è stato scritto che i primi accordi a rompere il fronte padronale furono sottoscritti alla Oliveti e alla Fiat; in realtà, a quella data io di accordi ne avevo già sottoscritto una trentina. Fu allora che Volontè convocò il Direttivo nazionale stabilendo che quella era la linea da seguire, sempre che le aziende accettassero tutte le nostre richieste.
L’8 febbraio 1963 venne proclamato per la prima volta dalle Confederazioni uno sciopero generale unitario del settore industriale che costrinse la Confindustria a sottoscrivere il contratto: era il 17 febbraio 1963. In quel contratto venne riconosciuto il diritto alla contrattazione articolata e al sindacato la funzione di agente contrattuale a tutti i livelli. Alla fine del 1963, problemi familiari – stava per nascere il mio secondo figlio ed io e mia moglie non sapevamo a chi chiedere aiuto per il primo – mi indussero a dimettermi dalla Segreteria della Fim Cisl di Torino per potermi avvicinare o alla mia famiglia o a quella di mia moglie a Napoli. Fu Franco Castrezzati a darmi la possibilità di rientrare a Brescia offrendomi di fare l’operatore alla Fim Cisl di Brescia. Prima di tornare a casa partecipai al Centro studi di Firenze, nelle due ultime settimane di dicembre, ad un Corso di formazione per tecnici contrattuali. E proprio la contrattazione sarebbe stata negli anni successivi il mio compito principale.  Gli anni in cui ho operato alla Fim Cisl di Brescia, prima come semplice operatore e poi entrando in Segreteria con Franco Castrezzati e Luigi Compagnoni, sono stati tra i migliori di tutta la mia esperienza sindacale, sia per l’alto livello di sindacalizzazione raggiunto, che per i molti accordi aziendali sottoscritti. Si andava affermando uno degli obiettivi prioritari della politica salariale della Cisl annunciata fin dal 1953 al Convegno di Ladispoli: la contrattazione articolata nella fabbrica, il salario collegato alla produttività aziendale, qualifiche legate alle mansioni effettivamente svolte. Se nel ’53 la Cgil si era scagliata duramente contro la proposta della Cisl accusandola, dopo aver diviso i lavoratori nel 1948, di frantumare la loro unità con salari che sarebbero stati diversi da fabbrica a fabbrica, ora venivano presentate richieste unitarie alle controparti basate sulla nostra politica salariale contrattuale.

Gli anni che seguirono furono segnati da una grave crisi economica e congiunturale con un calo dei livelli occupazionali. Solo la contrattazione aziendale consentì il raggiungimento di alcuni risultati, ma soprattutto fece progredire l’esperienza unitaria. Nel novembre del 1966 per la prima volta anche a livello nazionale Fim, Fiom e Uilm definirono una piattaforma unitaria con al centro delle richieste i diritti sindacali. Purtroppo quel contratto nazionale si concluse deludendo le aree più sindacalizzate del paese, soprattutto Brescia. Unico passo in avanti importante fu il riconoscimento della trattenuta dei contributi sindacali a mezzo delega consegnata all’azienda la quale a sua volta avrebbe versato l’importo corrispondente all’organizzazione indicata dal lavoratore.

Il sindacato certamente non si arricchì, ma ciò consentì l’assunzione di nuovi operatori sindacali. Il 1969 vide nuovamente in prima fila i metalmeccanici decisi a conquistare quei diritti sindacali ancora negati tra i quali soprattutto il diritto di assemblea in fabbrica. Fu il contratto immediatamente precedente la Legge 300 del 20 maggio 1970, meglio conosciuta come “Statuto dei diritti dei lavoratori”. Nonostante molte ore di sciopero la Confindustria negava ogni concessione, soprattutto alla richiesta di poter effettuare ore di assemblea pagate in fabbrica con la partecipazione di sindacalisti esterni. Decidemmo allora di dare “una spallata” alla trattativa: i dirigenti sindacali sarebbero entrati in fabbrica nonostante il rischio di denuncia di violazione di domicilio. Eravamo consapevoli dei rischi. Ci dicevamo: “O tutti in galera o qualche cosa succederà”. La tecnica era la seguente: si proclamava lo sciopero con uscita dallo stabilimento; una volta fuori, noi ci saremmo confusi in mezzo agli operai facendoci trascinare all’interno. Di fronte a quella massa di gente le guardie non potevano fare nulla. Non mancarono le denunce, ma fortunatamente la firma del contratto, avvenuta il 28 dicembre 1969 con il riconoscimento di quel diritto, l’approvazione dello Statuto ed una opportuna amnistia ci risparmiarono la prigione. Ciò che i metalmeccanici avevano conquistato nel contratto nazionale di lavoro ora valeva, per legge, per tutti i lavoratori. Era un pezzo di democrazia rimasta fino ad allora fuori dai cancelli della fabbrica che ora entrava in ogni luogo di lavoro. A febbraio del 1971 a seguito di alcuni malintesi, mi dimisi dalla Segretaria dei metalmeccanici, deciso a lasciare il sindacato. Fu Pierre Carniti, Segretario nazionale della Fim, che mi affidò l’incarico di provvedere alla stesura dei contratti nazionali appena siglati. Facevo settimanalmente il pendolare tra Brescia e Roma, ora per il contratto con la Confapi poi per quello della Confartigianato ed infine per quello degli Orafi ed Argentieri. Carniti ebbe modo di apprezzare il mio lavoro e mi invitò a restare a lavorare nella Federazione nazionale a Roma. L’offerta mi lusingava, ma la famiglia – avevamo già quattro figli – fu per me un richiamo più forte. A Brescia mi stavo già cercando un lavoro, rifiutando le offerte che mi venivano dal mondo imprenditoriale, ma alla fine accolsi la proposta di Melino Pillitteri, Segretario generale dell’Unione provinciale della Cisl, di dirigere la categoria dei lavoratori dell’industria alimentare dove rimasi fino al marzo 1976; dal 1976 al gennaio 1979, anno in cui Melino Pillitteri lasciò Brescia per assumere l’incarico di Segretario generale della Cisl Lombardia, passai alla Filca, la federazione dei lavoratori delle costruzioni. A sostituire Pillitteri venne eletto Franco Castrezzati ed io con lui entrai nella Segreteria dell’Unione Sindacale Provinciale.

Come è diventato Segretario Generale della Cisl?
Ricordo molto bene quel Congresso del 9 e 10 giugno 1981, al Franciscanum di Brescia, anche se non ne ho un buon ricordo. Contrariamente al passato, quando nei congressi capitava di confrontarsi su posizioni politiche contrapposte (compatibilisti o incompatibilisti: bisognava decidere se i sindacalisti potessero continuare a svolgere il loro mandato pur essendo parlamentari o con altri incarichi amministrativi o di partito; tesi 1 o tesi 2: decidere o meno di autosciogliere l’organizzazione per favorire l’unità sindacale) nel Congresso della Cisl bresciana del 1981 non vi era alcuna contrapposizione politica, né di gestione e men che meno ideologica. Forse maturarono antiche riserve verso i metalmeccanici che si erano sempre considerati, a mio avviso giustamente, degli apripista nella lotta per le conquiste sindacali. E Franco Castrezzati proveniva dai metalmeccanici. Aciò possiamo unire aspirazioni personali che non riguardavano certamente me, anche se ne fui coinvolto. La riunione dei Segretari di categoria, che precedette il Congresso nella Scuola delle Suore Canossiane di Mompiano, divenne poi per tutti la “congiura dei canossiani”. Al Congresso non emersero critiche verso la Segreteria uscente, ma il risultato delle votazioni penalizzò in modo significativo tutti i suoi componenti. Se ricordo bene, Gregorelli, io e Castrezzati venimmo a trovarci per numero di voti solo dopo il settimo posto. Castrezzati lasciò la Cisl bresciana con una lettera nella quale sottolineò come, in un momento così difficile per il sindacato e soprattutto per la Cisl, non potesse mancare la fiducia più ampia di tutta l’organizzazione. Si aprirono delle consultazioni interne dalle quali emerse chiara la rottura con i metalmeccanici, per cui la Segreteria che venne costituita rappresentava solo la maggioranza. Fu Pillitteri a condurre le consultazioni e quando si rivolse a me chiedendomi che intenzioni avessi risposi in modo deciso: “Io mi propongo come Segretario Generale”. Melino rimase sorpreso e perplesso, anche perché sapeva che in tanti anni di permanenza nell’Organizzazione – ne erano già passati 26 – io ero sempre stato disponibile a spostarmi dove c’era bisogno senza discutere. La mia intenzione era quella di cercare di mantenere quel poco di unità con le altre organizzazioni, soprattutto la Cgil, ormai in crisi. Difatti il mio primo atto dopo essere stato eletto Segretario generale, in polemica con alcune categorie, fu quello di partecipare alla marcia per la pace Perugia – Assisi, purtroppo colorata da una maggioranza di bandiere rosse.

Quali sono state le principali questioni che si è trovato ad affrontare da Segretario generale?

Il quadro non era certo dei più rosei, ma in passato avevo dovuto affrontare, in particolar modo a Napoli, situazioni con problemi molto più gravi, sia interni che esterni all’organizzazione. Naturalmente la mia preoccupazione maggiore era quella di cercare di ricomporre l’unità interna. Era inaccettabile per me sapere che proprio la mia categoria, i metalmeccanici, nella quale non solo avevo vissuto i primi anni da operaio della Om, ma che soprattutto mi aveva visto partecipe di tante lotte ed accordi, sia a Brescia che a Torino, non si sentisse rappresentata dalla mia Segreteria. In accordo con i miei colleghi Aldo Gregorelli e Diego Peli, e in seguito a ripetuti incontri, si decise di portare i componenti della Segreteria a quattro con l’inserimento di Carlo Borio. Al Congresso del 1985 la Cisl bresciana si presentò unita. L’altro tema centrale della mia Segreteria fu l’unità sindacale dei lavoratori. La crisi che aveva investito il nostro paese si rivelò la più lunga dal dopoguerra. Anche in provincia di Brescia i segni devastanti colpirono molti lavoratori con riduzioni occupazionali in molti settori. La ripresa dell’inflazione impoveriva le famiglie. Gli imprenditori naturalmente approfittarono dell’indebolimento della forza dei lavoratori per rivalse di ogni tipo. A livello nazionale, un accordo che ridimensionava il potere di recupero degli effetti dell’inflazione attraverso la scala mobile portò al congelamento di alcuni punti della contingenza scatenando il dissenso tra molti lavoratori. Una manifestazione della Cgil trovò sostegno in una parte di lavoratori metalmeccanici della Cisl che si costituirono in un gruppo denominato “autoconvocati”. Per molte ragioni quelle lacerazioni impedivano di ricostruire un minimo di azione unitaria tra le organizzazioni sindacali. Era necessario superare la tendenza in atto nel sindacato a discutere esclusivamente dell’immediato e del contingente. Certo non si poteva sfuggire ai problemi che nascevano giorno per giorno, ma era necessario impostare un discorso di lungo periodo. Il sindacato che con il contratto degli anni Settanta era entrato in fabbrica ora doveva dimostrare di non rimanervi rinchiuso, ma di saperne uscire guardando ai problemi generali e di costruire un nuovo progetto di solidarietà. E alla fine a Brescia si arrivò a proporre unitariamente un progetto che tendeva al superamento della cassa integrazione a zero ore o ai licenziamenti attraverso contratti di solidarietà. Lasciai l’organizzazione, che mi aveva consentito di arricchirmi umanamente e spiritualmente, ai primi di maggio del 1985 dopo aver presentato al Congresso una Cisl unita anche se con grossi e nuovi problemi con i quali misurarsi, forte della sua esperienza e capacità progettuale. Salutai tutti richiamando un articolo dello Statuto della Cisl nel quale si afferma che bisogna operare per una giusta soddisfazione dei bisogni materiali, culturali e morali. Da tempo meditavo sulla strada che i lavoratori avevano compiuto con le loro organizzazioni sindacali dagli anni dell’immediato dopoguerra. È fuor di dubbio che ci fosse stato un miglioramento nella soddisfazione dei bisogni materiali, come pure a livello culturale, ma a livello morale (oggi scriveremmo etico, che è la stessa cosa) la strada era stata compiuta a ritroso. È questa la ragione che mi sollecitò a lasciare la Cisl per dedicarmi alla formazione dei giovani. Parlai di questo mio desiderio in un’intervista al settimanale “La Voce del Popolo”. Padre Umberto Scotuzzi, direttore del Centro di Formazione Professionale dell’Istituto Artigianelli di Brescia, lo accolse e mi diede la possibilità di parlare, già dallo stesso anno scolastico (1985-86) in tutte le classi un’ora alla settimana.