Diego Peli
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Diego Peli

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Pubblicato il 2 Settembre 2020

Nasce a Concesio (Bs) nel 1946. Per molti anni protagonista della categoria degli elettrici nella quale ha ricoperto ruoli dirigenti a livello locale, regionale e nazionale, entra nella Segreteria dell’Unione all’inizio degli anni Ottanta. Ne diventa Segretario generale dal 1987 fino al 1994 quando assume l’incarico di vice presidente nazionale dell’Inas, il Patronato della Cisl. Conclusa nel 1999 l’esperienza sindacale, viene eletto per due mandati consecutivi Sindaco di Concesio. Attualmente è consigliere provinciale.

 

Quali sono state le tappe della sua esperienza sindacale?
Ho cominciato a lavorare all’Enel nel 1969 e l’anno successivo sono diventato delegato di reparto della Flaei Cisl. Subito sono stato distaccato a tempo pieno in categoria e da allora sono stato in permesso sindacale dall’Enel fino al ’99, quindi praticamente ho trascorso trent’anni da sindacalista. Nella prima parte della mia esperienza mi sono occupato del rinnovo contrattuale, in particolare sono stato assegnato alla revisione di tutti gli inquadramenti previsti dal contratto collettivo. In quella fase siamo riusciti ad avere l’85% dei lavoratori iscritti al sindacato. Da li incomincia tutta la mia storia sindacale; sono andato in Segreteria distrettuale, poi in Segreteria provinciale, sono diventato Segretario provinciale degli elettrici, sono andato in Segreteria regionale, e poi nel Consiglio nazionale degli elettrici. Agli inizi degli anni ’80 sono entrato nella segreteria dell’Unione provinciale; e sono diventato Segretario Generale della Cisl nel 1987 e ho ricoperto quell’incarico fino al 1994, quando sono diventato vice presidente nazionale dell’Inas, il patronato della Cisl, lavorando a Roma per quasi 6 anni. Sono stato anche Presidente nazionale del Fondo elettrici. Nel maggio del 1999 mi sono candidato a Sindaco di Concesio, sono stato eletto e ho ricoperto l’incarico per dieci anni. Oggi sono Consigliere provinciale e capo gruppo del Partito democratico.

 

Quali sono stati i momenti più significativi della sua vita nella Cisl?
Innanzitutto quelli nella mia categoria. Gli elettrici sono stati una vera fucina di dirigenti. In quell’epoca molti sindacalisti degli elettrici erano utilizzati nelle Segreterie dell’Unione e di altre categorie, anche per il fatto che erano comunque sempre pagati dall’azienda. Allora la sindacalizzazione era enorme, il rapporto con i lavoratori era quotidiano, con tante, tantissime assemblee, di giorno, di sera, addirittura di notte, per cui il contatto era un contatto epidermico con la gente, si viveva un rapporto diretto, di stima, di grande fiducia, di coerenza, di sacrifici e bisognava rispettare tutti i ruoli. Il delegato di fabbrica era ascoltato dalla gente e avere il consenso dei delegati non era facile, ma quando si aveva il consenso si aveva in mano la struttura, per cui si aveva un rapporto importante, si riuscivano a fare delle scelte. Abbiamo fatto delle grandissime battaglie con la Cgil, come quella epica sulla scala mobile del 1985, forse la battaglia più difficile perché noi avevamo un gruppo di autoconvocati nella Cisl di Brescia, guidati da Paletti e Landi, che adesso sono carissimi amici, che erano sull’altro versante, tanto è vero che Paletti parlò in piazza San Giovanni nella manifestazione organizzata dalla Cgil nazionale che era contro l’abolizione della scala mobile. Mentre noi con Carniti eravamo favorevoli. Brescia ha vissuto una stagione difficilissima. Il Segretario della Cgil, Gianni Pannella, socialista, era favorevole, e l’area socialista della Camera del lavoro lo seguiva, ma il resto no. Noi venivamo attaccati continuamente, insultati e spintonati in assemblee con centinaia e centinaia di lavoratori: ricordo un’assemblea alle acciaierie Stefana di Nave, gli sputi che ho ricevuto mentre salivo sul palco, insulti personali pesantissimi, una pressione anche fisica molto difficile da sostenere. Eppure siamo riusciti a fare una grandissima battaglia di democrazia, di civiltà, perché è stata una scelta che alla fine si è dimostrata vincente. Ma è stata dura, soprattutto negli ambienti dove la Fiom era maggioritaria. Ricordo che allora nella Fiom c’erano dirigenti come Cremaschi, che poi diventerà un grande personaggio della Fiom nazionale, Sabattini che era già Segretario nazionale, Pedò che poi diventerà Segretario generale della Camera del lavoro, e poi Greco e Duina, tutti personaggi che affrontavano le sfide con grande preparazione: allora i sindacalisti studiavano davvero! Per cui le battaglie in assemblea erano battaglie fatte sui contenuti, violente ma su cose vere. Oggi non è più così, oggi è più battaglia per i “sì” e per i “no”, mi sembra una battaglia alle volte stucchevole, tra chi lancia sempre “no” intransigenti e chi cerca di trovare le soluzioni per poter andare avanti. Ho vissuto gli anni dell’unità sindacale, con quell’esperienza che oggi quasi nessuno ricorda della Flm, che era in via Creta, dove si faceva sindacato unitario. Un’esperienza che né io né il mio amico Castrezzati – che nel 1978 sarebbe diventato Segretario generale della Cisl – abbiamo mai visto di buon occhio perché capivamo che era una forzatura. Non era una fusione, come pensavano loro, ma semplicemente un’incollatura che alla prima difficoltà cede. Sono così grandi le differenze di impostazione culturale, etico e sociale che ancora oggi il discorso dell’unità sindacale, intesa come sindacato unico, non regge. E non reggerà finché ci saranno gruppi dirigenti talmente intransigenti che pensano ossessivamente al nemico da abbattere. Certo, per paradosso, ai miei tempi, negli anni ’60-’70 era la Cisl che non firmava i contratti di lavoro. Li firmava la Cgil, con il Ministro Donat-Cattin. Oggi chi firma i contratti sono Cisl e Uil, la Cgil non ne firma più neanche uno, proprio per questa sua grande intransigenza, che in alcuni casi ha un senso, ma che nella maggioranza dei casi è veramente solo protesa a ricondurre una lotta di classe che non c’è più storicamente. Il risultato è che non ci sono più neanche gli operai. Ai miei tempi il tesseramento era fatto dalle categorie dell’industria, oggi è fatto prevalentemente dai pensionati, per cui pensare che ci sia ancora lotta di classe è anacronistico. Allora c’erano dieci, dodici milioni di operai: oggi sono meno della metà. In compenso abbiamo quindici milioni di lavoratori autonomi, partite Iva, lavoratori precari. Il mondo è cambiato: la Cisl tenta a fatica di cambiare e la Uil un po’ si accoda, ma quella che ha più difficoltà verso i cambiamenti è la Cgil e il suo gruppo dirigente, almeno in quello bresciano. In sostanza il sindacato non ha vissuto il dramma della caduta del muro di Berlino, cioè il crollo dell’ideologia comunista che nel mondo politico ha permesso l’annullamento di alcune forze politiche e l’esplosione di altre nelle quali si cerca di fare qualche ragionamento più ampio, più vasto, che non sia quello della sinistra o della destra. È un controsenso che oggi ci siano ancora tre sindacati, quattro con l’aggiunta del sindacato autonomo Ugl. Anche la rappresentanza d’impresa è ben messa: da noi abbiamo tre associazioni dell’artigianato e due realtà imprenditoriali. Ma tutto ciò non ha più senso. Se si analizzano le politiche sindacali di lungo periodo si identificano chiaramente due grandi filoni, per cui avrebbe senso l’esistenza di due realtà sindacali. C’è poi il problema della sindacalizzazione dei lavoratori. Ormai oggi il sindacato vive di servizi (anche dal punto di vista delle risorse) e vive dei pensionati (che sono la categoria più grande). Ma un sindacato in cui i pensionati superano ormai largamente il 50% del tesseramento e in cui i servizi non sono attività specifica del sindacato ma servizi che si fanno per conto del Governo, è una organizzazione che si sta adagiando su un crinale un po’ più difficile. Quella degli anni ’70-’80 era un’altra esperienza. Abbiamo vissuto la chiusura di grandi aziende come l’Idra, l’Atb, la Berardi, la Franchi. Anche allora la crisi era difficile, le aziende venivano occupate, si protestava, si bloccavano strade e ferrovie per garantire almeno parte del salario. Abbiamo avuto stagioni in cui i lavoratori per sei, sette, otto mesi non percepivano il salario. Le battaglie con Lucchini erano battaglie epiche, forti, però erano battaglie di un sindacato molto pragmatico, che andava a valutare i problemi che c’erano sul tappeto. Diciamo che c’era rapporto con la gente, le battaglie non erano solo economiche o del posto di lavoro ma erano proprio sul piano dei diritti della persona della sicurezza nei luoghi di lavoro. Lo Statuto dei lavoratori è frutto di quella stagione. Si sono introdotti i Consigli di fabbrica. Insomma, una fase di grandi conquiste di grandi confronti. Ricordo le battaglie tra impiegati e operai, una divisione forte all’interno del sistema contrattuale; la battaglia dei quadri, i 40.000 di Torino, quella grande marcia che sembrava annunciare lo sfondamento del sindacato dei quadri e che invece si è sciolto come neve al sole. Tutti fenomeni forti ai quali si davano letture e risposte adeguate. Ricordo nella stagione politica la rivoluzione del ’69, la strage di Piazza Loggia, le pressioni e gli attentati di stampo fascista, le Brigate rosse e i gruppi veterocomunismi: siamo riusciti a mantenere la barra al centro e abbiamo difeso la democrazia, la libertà e i diritti individuali. Allora eravamo di fronte alla battaglia fra il Partito comunista e la Democrazia cristiana, cioè fra due impostazioni ideologiche che si contrapponevano, e lo scontro era forte. Oggi la situazione è molto diversa, non c’è rischio per la democrazia, per cui tutte le battaglie diventano più attutite, più semplici, magari più complesse nelle loro diramazioni, ma non sono battaglie di principio. Ogni epoca ha la sua storia, ha i suoi dirigenti: non si possono fare paragoni tra il sindacato di ieri e di oggi. Oggi il sindacato sta facendo una battaglia per i redditi, per chi non ha lavoro, per chi è precario: battaglie di grande legittimazione, ma non sono più le battaglie di principio di un tempo. Ce n’è meno bisogno di ieri, questo è pur vero, però, ad esempio attorno agli incidenti sul lavoro, c’è ancora molto da fare. Come sulla difesa dello Statuto dei diritti dei lavoratori, attorno al quale, e spiace doverlo registrare, c’è un continuo tentativo di ridimensionamento. Durante il periodo in cui lei è stato Segretario generale, com’erano i rapporti con l’associazionismo cattolico? Il sindacato era talmente forte e autonomo che vedeva sempre con difficoltà le associazioni cattoliche. Dal canto suo la Chiesa ha sempre avuto un atteggiamento di attenzione al mondo del lavoro e delle imprese. L’interclassismo era la strada da seguire, per cui i rapporti ruotavano all’interno di questa sfera. Noi eravamo abbastanza arroganti e pensavamo di rappresentare in esclusiva il mondo cattolico nel mondo del lavoro. Certo, c’erano anche le Acli, allora forti, ma proporzionalmente ai rapporti col sindacato, deboli. Oggi la debolezza vale per entrambi. Fino al 1968 erano la nostra fonte primaria di operatori e dirigenti sindacali, anche perché in quegli anni le Acli avevano una capacità formativa straordinaria; oggi questo scambio di risorse umane con la Cisl è ridotto quasi a zero. Ricordiamoci poi della rottura in seno alle Acli – voluta dalla Chiesa – dopo la scelta socialista fatta dall’associazione. Io sono stato uno dei pochi dirigenti Acli che non ha votato quella scelta, e infatti stato cacciato. Da quella rottura c’è stata la nascita del Movimento Cristiano Lavoratori, una scissione che ha indebolito molto le Acli. Oggi questo dualismo dovrebbe essere superato. La resistenza ad unirsi è data dall’attività dei servizi fiscali e dall’attività di patronato. Hanno capacità economiche, sono autosufficienti, possono addirittura fare investimenti importanti grazie alla politica dei servizi: Acli e Mcl vivono di quelle strutture di servizio che oggi fanno vivere anche il sindacato.

 

E con la politica?
Tutti i dirigenti della Cisl erano tesserati o comunque vicini alla Democrazia cristiana, anche se il rapporto con il partito era per noi un po’ particolare. Ci sentivamo infatti un’enclave all’interno della Dc, perché eravamo sì del partito, però noi facevamo corporazione, facevamo gruppo. Noi avevamo soprattutto rapporti con il territorio: i nostri delegati erano consiglieri comunali, erano nelle sezioni della Dc. C’era nella Cisl anche una piccola venatura socialista che nei metalmeccanici andava oltre e si confondeva nell’estrema sinistra. Non a caso è dalla Fim milanese che è nata Radio Popolare; allora in categoria c’era Tiboni, personaggio dell’estrema sinistra di grandissimo rilievo. Per la verità c’erano democristiani anche in Cgil, i quali si giustificavano dicendo che la maggioranza degli operai era iscritta alla Cgil e dunque era naturale la loro adesione. Oggi invece si vedono molte scelte di convenienza e non di principi. E siccome prevalgono le convenienze, visto che la fine delle ideologie ha sdoganato tutte le forze politiche, la scelta è su chi offre di più. Se il giorno dopo la scelta non interessa più, si cambia e nessuno ha niente da dire e non succede proprio nulla.

 

Del rapporto con la Cgil ha gia parlato a lungo. Resta qualcosa da aggiungere?
In tutta la mia esperienza sindacale pochissime volte ci siamo trovati completamente d’accordo. Ricordo invece gli scontri nelle grandi fabbriche – Idra, Cotonificio Ferrari, Migliorati, Atb – dove alla fine si arrivava a contarsi. Allora i contratti e gli accordi interni venivano tutti legittimati dal referendum dei lavoratori. Oggi non lo si fa più.

 

Quali sono stati i maggiori conflitti durante la sua Segreteria?
Sono diventato Segretario generale nel 1987, al termine della lunga battaglia sulla scala mobile, subentrando a Gregorelli che era stato candidato alle elezioni politiche di quell’anno. Dopo il referendum c’è stata una fase di assestamento, il tentativo di recupero di un rapporto con la Cgil che non c’era più, anche per il passaggio di testimone alla guida della Camera del lavoro tra Gianni Pannella (un grande amico che ricordo con intensità e con il quale qualcosa si è potuto fare) e Gianni Pedò (con il quale c’era una grandissima difficoltà di rapporto). Aciò si aggiungevano i problemi interni alla Cisl, perché si arrivò alla resa dei conti con gli autoconvocati e i sostenitori che avevano nella Fim. In quel periodo è nata una grande voglia di rivalsa sulla categoria. La Fim che era un po’ l’anima culturale, l’anima forte all’interno del sindacato, è stata messa sotto processo, con grossi problemi, perché poi, come in tutti i processi, ci sono i favorevoli, i contrari, chi si astiene. Allora c’era chi chiedeva l’espulsione per questo e per quello, c’era gente della Fim che invece li difendeva. Da lì è partita la rottura tra la Fim e le categorie che si erano schierate dalla sua parte e il resto dell’organizzazione, con tutta una serie di conseguenze, anche sul piano personale, che inevitabilmente nascono da tensioni così forti. Si riuscì comunque, per un certo periodo, a mantenere un equilibrio. Ma la Fim, che si sentiva assediata, puntava alla conquista della Segreteria dell’Unione. La maggioranza delle categorie cercava però di resistere a questa politica. Bisogna ricordare che la Fim non era mai entrata nella Segreteria della Cisl dopo la gestione Castrezzati, che è stata una gestione difficile. Nella vicenda, siamo tra il 1993 e il 1994, un ruolo molto negativo è stato quello di Gregorelli, che era già fuori dalla Cisl. Sfruttando le spinte della Fim, non volendo perdere il controllo delle categorie, appoggiò la scelta della Fim e del Sism, da cui veniva Carlo Borio che allora era il mio aggiunto, di rovesciare la mia Segreteria. Lo fece facendo sottoscrivere alle categorie un documento nel proprio ufficio, all’esterno della Cisl, creando un grande imbarazzo. Il tutto fu risolto con la mediazione del Segretario nazionale D’Antoni. In questo contrasto si sono create rotture personali molto pesanti ancora oggi difficilmente sanabili. Io penso che in quel frangente la Cisl ha perso la sua autonomia, perché le categorie, Fim compresa, hanno firmato un documento ubbidendo ad un dictat politico. È stato un periodo molto difficile, anche sul piano personale, lo stesso che ha vissuto Castrezzati. Per un decennio non sono più neanche andato in Cisl, ma io dico sempre “viva la Cisl”, perché la guerra degli uomini non c’entra nulla con la guerra delle idee.

 

Quali sono state le grandi trasformazioni che l’hanno coinvolta come sindacalista?
Abbiamo vissuto stagioni di mutazioni straordinarie, ad esempio fabbriche che chiudevano e centri commerciali che aprivano. Io ho visto il passaggio dalla strutturazione aziendalistica e industriale a una stagione terziaria, al ridimensionamento del comparto agricolo. E la Pubblica amministrazione assorbiva le eccedenze occupazionali di quei processi di trasformazione: ricordo per esempio tutte le assunzioni fatte in Provincia come organici per le guardie ecologiche, quelle venatorie e la manutenzione stradale. La mia generazione aveva in testa un percorso chiaro: lavoro, grande azienda, pensione e liquidazione. Oggi una cosa di questo genere è impensabile, e non solo perché non ci sono più le grandi aziende ma perché tutto il ciclo è segnato dalla precarietà: ormai ci sono i precari anche nel sindacato. Un’altra grande trasformazione è quella dei consumi. Se un tempo i consumi alimentari impegnavano una parte molto rilevante dello stipendio dei lavoratori, oggi sono una piccola frazione soverchiata da altri consumi, quelli legati agli oggetti ai quali deleghiamo il compito di raccontare chi siamo, o meglio, chi vorremmo essere: penso alle automobili, penso alle protesi tecnologiche che accompagnano la nostra vita come telefoni cellulari, computer, televisori, lettori multimediali. Tutto questo ha dei costi che sommati a spese necessarie come quelle della casa mettono sotto stress il bilancio familiare. Forse in altre fasi di crisi economica la cassa integrazione permetteva comunque di vivere dignitosamente: oggi non è più sufficiente. Se pensiamo all’incidenza dell’affitto per una famiglia, ci rendiamo conto che chi vive di cassa integrazione non ce la fa. Consumi e povertà, nuove povertà. Questo è ancora un altro dato di riflessione che è sotto gli occhi di tutti, di chi vuol vedere, ovviamente. Ci sono nuove povertà che avanzano. La povertà degli anni ’70 e ’80 era una povertà molto solidale: comunque si mangiava tutti. Oggi il mondo è sicuramente globalizzato ma molto più individuale, e la solidarietà è venuta meno. Ed è tempo di convincersi che la povertà comincia a riguardare anche le famiglie italiane. Mentre un tempo parlando di povertà si pensava a chi non aveva da mangiare, oggi bisogna pensare a chi non riesce a pagare l’affitto o il mutuo della casa, le bollette, le medicine. Io ho cominciato a lavorare alla Eredi Gnutti nel 1963. Dopo due settimane da quando ero entrato in azienda era iniziata l’occupazione della fabbrica, durata due mesi: due mesi senza stipendio. Si viveva di solidarietà, la solidarietà della gente, quella che passando davanti alla fabbrica lasciava qualcosa da mangiare, un pezzo di carne, magari una bottiglia di vino. Quando ero piccolo andavo in bottega e la spesa veniva segnata su un libretto, perché si pagava quando mio padre prendeva lo stipendio. In forme diverse oggi si è tornati a quella modalità di rapporto e di pagamento. L’Auchan di Concesio dà la possibilità di rateizzare il carrello alimentare. Il Comune distribuisce il buono alimentare per andare a far la spesa al supermercato: non ci sono soldi, c’è il buono, c’è la rateizzazione. Non sta certamente a me dare consigli al sindacato perché non ne faccio più parte, anche se sono ancora regolarmente iscritto, ma bisognerebbe pensare di più alle nuove povertà, entrarci dentro, capirle, e fare qualcosa. È un tema sociale su cui lavorare. Certo è difficile, quasi eroico come ai tempi dei patti agrari o dei primi contratti aziendali. Ma andrebbe fatto.

 

Cosa pensa della Cisl di oggi e delle sue prospettive?
Io sarò sempre grato alla Cisl, sempre, a tutti, tranne forse a qualche persona che secondo me ha utilizzato il sindacato per altri fini. Ma sono capitoli chiusi. Bravi i dirigenti di oggi come erano bravi quelli di ieri. Io non invidio quelli di oggi e loro non invidieranno quelli di ieri. La storia è fatta così, la storia deve sempre guardare avanti. Soprattutto, come ho detto poco fa, noi dobbiamo stare attenti a non dare mai troppi consigli a quelli nuovi. Abbiamo vissuto un’esperienza e possiamo parlare in base all’esperienza, ma non sempre l’esperienza è l’indirizzo esatto per il nuovo. Può aiutare in alcuni momenti di difficoltà, in alcuni momenti dove non si capisce dov’è il bandolo della matassa. Ma spesso chi ha esperienza tende a comportarsi da conservatore, non da progressista. Le esperienze non vanno piazzate, vanno messe a scaffale perché chi ne ha bisogno possa attingervi liberamente, vedere se c’è qualcosa che gli interessa, che gli è utile. Certe volte penso a cosa farei se oggi fossi io il responsabile della Cisl. La risposta è molto semplice: non lo so. Per la testa passano mille ragionamenti e paralleli con quel che si è vissuto, ma siccome le controprove non sono possibili, è meglio neanche farli. Ho sincero rispetto per il gruppo dirigente di oggi, che sta facendo quello che può, secondo il proprio indirizzo, secondo la propria stagione. Io mi auguro che perlomeno il patrimonio ideale della Cisl continui, ma spero che continui anche il filone sindacale perché fino a che ci saranno lavoratori ci sarà il sindacato. E guai a noi se non ci fosse, con la sua capacità di confronto e di proposta, di dialettica e di composizione. Meglio che il sindacato sbagli facendo chiasso piuttosto che star zitto e acconsentire. Come nella parabola dei talenti, è sempre meglio fare e sbagliare, mai rinunciare. Chi rischia, fa. Stare fermi è sempre un errore.