Carlo Borio
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Carlo Borio

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Pubblicato il 2 Settembre 2020

Nasce nel 1947 a Brescia. Comincia la sua esperienza alla Cisl nel sindacato scuola, negli anni dei decreti delegati e della partecipazione. Diventa Segretario generale del Sism, il sindacato dei lavoratori della scuola media. Nel 1983 entra nella Segretria dell’Ust. Diventa Segretario generale della Cisl di Brescia nel 1994 e resta nell’incarico fino al 1999 quando viene eletto Segretario generale della Cisl Lombardia. Lascia la Cisl regionale nel 2008. Viene nominato Presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inpdap.

 

Come si è avvicinato al sindacato?
Non credo di avere una storia particolare. Ho un percorso tipico dei giovani che a fine anni Sessanta, inizio anni Settanta, con lo spirito di allora, leggevano le trasformazioni in atto nel Paese come un’occasione per rimodellare una società che ci stava stretta; una società conformista, una società un po’ bigotta. Io vengo dal mondo della scuola, mi avvicino al sindacato come insegnante. Insegnavo alle scuole medie e la scuola media dell’epoca era una scuola riformata: la scuola media unica era il segno di un indirizzo di marcia che si sperava avrebbe toccato poi le superiori, cosa che invece ancora oggi è oggetto di polemiche e scontri. La riforma era basata sugli elementi qualificanti di quel periodo, era una scuola che dava occasioni a tutti, una scuola che rispondeva a una società in trasformazione, dove intere classi sociali che erano sempre state escluse dal potere si affacciavano a chiedere a gran voce pari opportunità per tutti. In quel clima io insegno, vivo l’attività all’interno della scuola, e mi affaccio all’organizzazione sindacale. Organizzazione sindacale in cui noi giovani – si potrebbe dire “intellettuali”, ma era considerato un brutto termine a quell’epoca – vedevamo i metalmeccanici, più che le tre organizzazioni sindacali, come esempio di un nuovo modo di fare sindacato. Per cui io mi avvicino al sindacato, ma in questa logica. Comincio a lavorare appena fondato il Sism, sindacato scuola media superiore, con questo entusiasmo, convinto, e dopo rimarrò deluso, che attraverso la leva sindacale si potessero portare profonde trasformazioni e riforme anche in mondi che a quell’epoca erano ancora impermeabili. Comincio a fare il lavoro di consulenza: un’esperienza straordinaria. Qui a Brescia poi ho avuto un maestro straordinario, l’ingegner Mario Borgognoni, che era una figura mitica nel nostro sindacato, un uomo che proveniva dai metalmeccanici, probabilmente uno dei pochissimi ingegneri iscritti al sindacato metalmeccanici. Lavorava alla Om: ad un certo punto non ce l’ha più fatta a far battaglie interne, con tutti i soprusi che aveva subito, ed è passato alla scuola, a insegnare. Per cui ho avuto un maestro al quale riconosco le poche cose che so fare, una persona di una straordinaria rettitudine morale, un’etica profondissima, un grande rispetto verso i lavoratori. Mi insegnava di attendere sempre dieci secondi prima di parlare e di stare attento perché, nei ruoli che abbiamo, se prometti risultati che poi non arrivano, nei lavoratori crei uno scarto di fiducia che è difficile recuperare. Devo dire che se sono in Cisl è per Mario Borgognoni. La mia era una famiglia socialista. Io ho una tradizione diversa da altri nella Cisl. Sono cattolico ma non arrivo al sindacato, come succedeva spesso allora, attraverso un passaggio dalle organizzazioni cattoliche sociali o religiose al sindacato che a quel tempo era chiamato “cattolico”. E credo di essere stato non un precursore ma, insieme ad altri, una presenza nella Cisl che è servita, anche, a costruire poi, piano piano, una Cisl di un certo tipo, cioè una Cisl che lottava al proprio interno per non essere la Cisl collaterale né a un partito, né a una fede, né a dei costumi. È quello che dice il nostro Statuto, che credo sia straordinario ancora oggi. Ciò che consolida la mia scelta di fare il sindacalista, avversata anche in famiglia, è il clima sociale di quei tempi, è la reazione alla strage di Piazza Loggia: tra i morti c’erano persone che noi dovevamo incontrare quella stessa mattina per un convegno sui libri di testo, componenti della Segreteria della Cgil Scuola, amici, conoscenti. Comincio la mia attività, convinto, senza orario, portando all’interno del sindacato scuola anche tutte le mie tensioni, preoccupazioni, spirito di servizio, la voglia di disegnare un futuro, anche nella scuola, di un certo tipo. È la stagione dei decreti delegati, della partecipazione, del reclutamento di massa degli insegnanti che nasceva da un precariato diffuso. Mario Borgognoni era Segretario generale del Sism, più interessato alla categoria che ai problemi della Cisl confederale, pertanto delegava spesso a me i problemi di rapporto con la confederazione. Lui era il mio riferimento, con lui mi confrontavo su tutto, ovviamente; però aveva questa capacità di delegare, di coinvolgere e responsabilizzare i suoi collaboratori. La mia successiva esperienza sindacale è stata segnata da quell’imprinting: creare non organi monocratici ma staff, equipe di lavoro. Sono gli anni in cui l’organizzazione cominciava pian piano a condividere fino in fondo l’idea che l’unità sindacale fosse uno strumento di straordinaria importanza per raggiungere obiettivi per le classi sociali che rappresentavamo. Ovviamente questo non poteva non avere una ripercussione sul dibattito interno della Cisl, ma era evidente che era un’esigenza di alcuni territori e di alcune categorie. Ormai, si coglieva la necessità di vivere quella fase storica, al punto che qui a Brescia, sulla spinta della forza straordinaria dei metalmeccanici, avevamo fatto la Federazione Cgil Cisl Uil, con propri organi. Nel sindacato scuola si confrontavano due modelli: quello del Sinascel, cioè la scuola elementare, che aveva una tradizione fortissima e moltissimi aderenti (il Sinascel è fondatore della Cisl) e quello del Sism, il sindacato della scuola media. Entrambi interpretano tutte le novità agganciate alle riforme in atto nella scuola, ma sviluppano anche contenuti frutto delle discussioni nelle università, nei movimenti, ecc. Questa diversità, pur colma di tensioni, ci ha insegnato a cercare unità, nel rispetto delle diversità, e ha consentito di offrire al mondo della scuola bresciano un punto di riferimento positivo. Io, avendo vissuto fino in fondo quegli anni, in posizione di responsabilità anche se non di primissimo piano, nei miei ricordi vedo sicuramente un’attenzione forte al messaggio che lanciavamo da parte dei lavoratori e una conseguente fortissima crescita di iscritti. Il paese viveva però un periodo tragico a causa del terrorismo. Eppure, di fronte ad ogni azione terroristica, noi ogni volta davamo una risposta forte a difesa della legalità, a difesa della democrazia. Quando è stato rapito Aldo Moro e massacrata la sua scorta, i lavoratori di Brescia si sono fermati da soli prima ancora che noi ci organizzassimo. Ricordo che proprio quella mattina ero a Roma e mia moglie, che insegnava in una scuola media di Lumezzane, mi disse al telefono che tutti i lavoratori erano usciti dalle fabbriche, dagli uffici, dalle scuole, unendosi in una protesta di grande civiltà. A Brescia c’è sempre stata questa “tenuta” del movimento sindacale, e questo significa probabilmente che la nostra era un’immagine pulita, un’immagine di serietà, un’immagine di chi difende i propri valori all’interno di regole democratiche condivise. Quindi un sindacato “duro”, intransigente nel volere raggiungere alcuni obiettivi, ma nello stesso tempo un sindacato che ha un confine ben preciso che difende i valori democratici del nostro Paese. In questo c’è tutta la mia storia alla Cisl di Brescia. Ovviamente, dicevo, tempi non facili, tempo di dibattito, tempo di presenza forte del sindacato, per cui presenza forte significa anche discutere i problemi che sono il contesto dentro cui il sindacato si muove. Pur nella nostra autonomia, una discussione forte per i rapporti che c’erano con la politica, con i partiti, con ripercussioni anche interne, sempre nell’ambito della tolleranza, però non c’è dubbio che abbiamo passato un periodo di forte dialettica interna. Nel 1981 abbiamo avuto un Congresso che direi molto significativo, dove Castrezzati, il Segretario generale dell’Unione, viene nei fatti sconfitto. Tutto avviene senza un aperto dibattito nel Congresso e negli organismi lasciando in molti di noi un profondo malessere politico La mia categoria era in quel periodo minoranza nella Cisl di Brescia: c’eravamo noi, i metalmeccanici e i bancari. Ciò nonostante l’organizzazione vive di un clima positivo. Nel 1983 entro a far parte della Segreteria della Cisl in rappresentanza di quest’area, rifiutando proposte romane della mia categoria. Ho colto subito le difficoltà; mi sono trovato in Segreteria in rappresentanza di una minoranza, dove l’azionista di maggioranza di quella minoranza, vale a dire la Fim, si è subito chiamato fuori. Ovviamente non aveva bisogno di Carlo Borio per essere rappresentata, vista l’importanza politica e la consistenza numerica. Ho sperimentato quanto complicate possano essere le situazioni e le relazioni, soprattutto quando hai un ruolo di rappresentanza: non è un concorso per soli titoli, è un concorso per titoli ed esami, e gli esami non finiscono mai. In questo contesto, vivendo fino in fondo ogni passaggio di questa nostra organizzazione in anni molto convulsi, sono rimasto in Segreteria con Braghini come Segretario generale, poi con Gregorelli e infine con Peli.

 

Come è maturata la sua candidatura alla Segreteria generale?
Ad un certo punto le cose sono cambiate e si vuole cambiare anche gli uomini. Nella Cisl bresciana c’è stata questa esigenza e io ho accettato di essere candidato in alternativa al Segretario generale di allora che era Diego Peli. Ovviamente, anche in questo caso, è stato un processo che abbiamo tutti evitato di rendere critico per l’organizzazione. Voglio dire che anche in questo caso, con la presenza del Segretario nazionale Sergio D’Antoni, abbiamo evitato di dare un’immagine di una Cisl che si lacerava, ma di una Cisl che aveva finito un’esperienza e ne iniziava un’altra. Vengo eletto Segretario generale nel ’94. Sono gli anni in cui a Brescia viviamo una lacerazione forte con la Cgil. Sono gli anni della prima riforma delle pensioni, delle piattaforme di 10 punti, 7 punti, 8 punti, dove la polemica tra le sigle sindacali si acuisce. E da noi questo assume una turbolenza diversa rispetto ad altri territori, perchè a Brescia si confrontano organizzazioni di massa che hanno una storia radicata nel territorio e nel mondo del lavoro e che sia pure diverse hanno sempre inseguito l’unità. A Brescia la Cisl e la Cgil sono entrambe molto forti anche nel settore industriale, pertanto nelle fabbriche c’è stato lo scontro. Su questo essere forti entrambi, il modello bresciano va a radicarsi sempre più e l’unità, a Brescia, è un’unità a cazzotti, ma è un’unità; un’unità dove ci si insulta, ci si dice di tutto, ma è un’unità. L’esperienza bresciana è unica. Ci sono territori simili a Brescia da un punto di vista socio-economico, penso a Vicenza, Monza, Lecco, ma poi ci sono caratteristiche diverse; l’esperienza sindacale è ancorata al territorio, è frutto di umori, di situazioni socioeconomiche, della storia della sua comunità.

Comincio dunque il mio mandato in un periodo molto duro, perché le scelte nazionali, stavolta, ci dividono a Brescia, non a Roma. E il mio battesimo del fuoco è stato proprio un dibattito unitario, alla Camera di Commercio, presente Cofferati, sulla riforma delle pensioni. L’esito è clamoroso perché, nonostante la presenza di Cofferati, che aveva fatto una scelta unitaria, da noi condivisa, la Cgil bresciana si oppone ad un documento di approvazione della riforma. A Brescia c’è la rottura, a Roma l’unità. A quel punto io non accetto di fare le assemblee unitarie. Mi arrivano pressioni da tutti, dalla stessa Cgil. E anche a livello nazionale c’è preoccupazione. Nel giro di sette giorni riconvoco una grande assemblea dei delegati, questa volta solo Cisl, sempre alla Camera di Commercio, con la presenza di Sergio D’Antoni. E cosi andiamo avanti. Nelle fabbriche c’erano tensioni, perché in ogni luogo di lavoro ci si chiedeva di fare l’assemblea unitaria e noi dovevamo spiegare anche ai nostri questa scelta; è stato difficile, ma a un certo punto bisognava pur scegliere. Credo che Brescia sia stata l’unica provincia in cui non si fecero assemblee unitarie. Questo è stato il mio “primo giorno” da segretario generale! Poi ci sono state le grandi piattaforme, abbiamo fatto un Primo Maggio divisi, così come siamo andati divisi ad un anniversario del 28 maggio, il giorno della strage di Brescia: la tensione era forte, preoccupante, ma siamo riusciti a non abdicare le nostre idee.
Ciò nonostante devo dire che ho sempre avuto un rapporto di grande rispetto con i segretari generali della Cgil. Tra noi non è mai venuto meno il rispetto personale e la parola data. Era importante questo stile perché era il segnale da dare in una situazione molto tesa, nei luoghi di lavoro bastava poco per perdere il controllo. Invece, vedendo che nonostante tutto c’era il rispetto fra di noi, si gestiva la situazione. Su quello ho sempre lavorato, per la difesa delle idee della Cisl ma allo stesso tempo perché non venissero meno le condizioni per recuperare, dove possibile, il rapporto unitario. Faccio il congresso del ’97 con un consenso talmente esteso da essere preoccupati.Visto che ero considerato da molti un dirigente “atipico”, essere votato quasi all’unanimità significa però che anche i criteri di valutazione pian piano cambiavano, cambiava la storia, cambiava tutto. Fatto il congresso del ’97, io ero tranquillo. Vivevo bene nella mia città, con la mia gente; i figli crescevano, cominciavano proprio in quell’anno l’Università. E proprio per questo continuavo a rifiutare ruoli nazionali nella scuola. Ricevo però la proposta di andare a Milano a fare il Segretario generale della Lombardia al posto di Pezzotta, che va a Roma in Segreteria confederale. Io sono un bresciano vecchia maniera, considero che in Lombardia ci sia un confine fra noi e Milano. Dover andare tutti i giorni a Milano, in una struttura dove il rapporto con i lavoratori si allontana, mi lascia perplesso. L’idea poi di dover rappresentare una realtà sindacale con 800.000 iscritti, di essere coinvolto nelle dinamiche nazionali perché rappresenti la più grande struttura italiana, il dover andare a Roma più spesso, mi preoccupa. È una dimensione che avrei voluto evitare, ma avevo già rifiutato di andare a Roma nella mia categoria, e non è giusto insistere in questo atteggiamento. Per questo accetto di candidarmi. Lo scontro non è da poco: mi trovo con territori divisi, categorie divise fra me e il candidato proposto da Milano. Nel 1999 vengo eletto Segretario generale della Cisl Lombardia con il 51% dei voti: due anni più tardi, al congresso del 2001, dopo avere sanato la lacerazione, con una segreteria unita e con tutti i territori partecipi del governo della struttura regionale, vengo confermato nell’incarico con il 98% dei voti. Credo di aver fatto un buon lavoro per rendere sempre più forte il rapporto fra la struttura della Lombardia e i dirigenti sul territorio e nelle categorie. Nel 2004 accade un fatto straordinario: rappresentando un possibile obiettivo terroristico mi viene assegnata una scorta. Sembra una cosa normale, ma in realtà cambia la vita, soprattutto per noi bresciani, un po’ schivi, un po’ riservati, che tra l’essere e l’apparire preferiamo l’essere. Cambia la vita anche perché si cerca di evitare di pesare su chi deve lavorare per proteggerti, per cui si aboliscono anche le cose più normali, come andare al cinema o andare allo stadio, vedere una mostra o uscire con gli amici. Così ho fatto fare una vita non semplice anche alla mia famiglia, e di questo mi rammarico. Ho retto questa vita fino al 2008, quando, ritenendo di aver terminato il mio percorso, ho dato le dimissioni da Segretario generale della Lombardia. Oggi rappresento l’organizzazione in un altro campo: l’Inpdap, l’ente previdenziale dei lavoratori pubblici con più di 4 milioni di pensionati e 2.800.000 lavoratori aderenti. Un istituto da difendere perché il pluralismo di enti previdenziali sia esperienza da non disperdere, e al tempo stesso da cambiare perché la società oggi impone nuovi compiti.

 

Come giudica la Cisl oggi e quali sono le prospettive future?
Ognuno è portatore di una sua esperienza, un modo di fare, che è molto importante in una realtà complessa come il sindacato, per guidare l’organizzazione confrontandosi con il presente. Oggi il nostro Paese vive una crisi economica senza precedenti per i suoi effetti globali, per la rapidità con cui si è sviluppata e si trasforma. Non è semplice comprendere precisamente cosa sta accadendo e con quali implicazioni. Inevitabilmente c’è incertezza e paura per il futuro. Credo che Bonanni abbia colto, ed io lo condivido, la necessità di dire chi siamo in modo più deciso, più forte, ribadendo il progetto della Cisl rispetto non solo all’oggi. Un nostro slogan congressuale di qualche anno fa diceva: “Guidare il cambiamento”. La dimensione della crisi ci fa consapevoli che l’insieme del cambiamento dipende da una molteplicità di centri decisionali di potere. Quindi occorre avere la capacità di cogliere al volo, con una velocità straordinaria, le opzioni rispetto agli interessi che rappresentiamo, e questo come Cisl possiamo farlo perché abbiamo un’organizzazione più flessibile, più pragmatica. Credo che la Cisl stia lavorando bene rispetto alle straordinarie difficoltà che viviamo. Non è facile per Bonanni dire alcune cose: sarebbe più semplice, nel rapporto con l’insieme dei lavoratori, con la Cgil, non decidere mai, non assumere decisioni difficili. Bonanni ha scelto una strada diversa: affrontare le novità, contrattare tutto senza tabù per difendere il ruolo fondamentale dal sindacato. Gli iscritti, i lavoratori, i pensionati, ci chiedono risultati e di dare conto delle nostre azioni: su questo il Segretario generale è molto concreto e sono convinto riuscirà a fare la Cisl sempre più forte e presente nel mondo del lavoro.