Angelo Valetti
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Angelo Valetti

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Pubblicato il 2 Settembre 2020

Nasce nel 1940 a Brescia. A quindici anni comincia a lavorare alla Società elettrica bresciana che nel 1962, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, verrà assorbita dall’Enel. Si impegna sindacalmente a partire dal 1969. Viene eletto nella Segreteria della Flaei di Brescia e ne diviene successivamente Segretario generale. Dal 1978 al 1981 è componente di Segreteria della Cisl bresciana. Dal 1981 al 1982 è il primo Segretario generale del comprensorio Cisl del Garda. Dal 1982 al 1987 è nella Segreteria nazionale della Flaei. Rientra all’Enel nel 1987. Per dieci anni è membro del Collegio dei Probiviri della Flaei. È in pensione dal 1997.

 

Sono nato e cresciuto ad Urago Mella, quartiere ad ovest della città. Sono stato assunto dalla Società elettrica bresciana, che poi sarebbe diventata Enel, il 19 dicembre 1955. Avevo 15 anni e i pantaloncini corti. Ho cominciato facendo il fattorino del centro meccanografico, un settore dove lavoravano tutte donne. Andavo a scuola, andavo a lavorare, giocavo a tennis, mi piacevano il cinema e il teatro. Sono riuscito in qualche modo a prendere il diploma di ragioniere; in qualche modo perché ero una testa calda, però la ragioneria la sapevo, tanto è vero che quando mio figlio scelse la ragioneria gliela spiegai io. E la sapevo talmente bene che quando andai a fare l’esame contestai un compito perché era scritto male, rischiando di essere poi bocciato. Nel 1962 il Governo Fanfani promosse la nazionalizzazione delle imprese operanti nel settore dell’energia elettrica e istituì l’Enel. C’era da fare il centro-sinistra e i socialisti di Lombardi condizionarono il loro sostegno al Governo alla nazionalizzazione. Sulla questione la Democrazia cristiana un po’ traballò – tanto che nelle elezioni politiche del 1963 la Dc perse voti a favore dei liberali proprio perché c’era stata questa apertura ai socialisti – ma poi decise per la nazionalizzazione. Ci fu un momento in cui sembrava che il Presidente della Repubblica, che allora era Segni, non volesse firmare la Legge, ma alla fine firmò. Ricordo bene tutta la vicenda anche perché sui suoi sviluppi feci, forse, uno dei tanti miei errori. Bisogna sapere che la proposta di Legge per la nazionalizzazione dell’energia elettrica la fece Aldo Moro. Presidente dell’Enel fu nominato Vito Antonio Di Cagno, moroteo di Bari. Franco Salvi, una persona magnifica, deputato bresciano che sosteneva la linea apolitica di Moro, venne ad una riunione di sezione della Dc ad Urago Mella – io sono stato, ero e sono ancora democristiano – e quando seppe che lavoravo all’Enel mi offrì di andare a Roma con il rag. Benedetti, personaggio che poi diventò consigliere di amministrazione dell’Enel. Ma io non volevo fare politica. Quindi rimasi a Brescia. Nel ’69 ci furono in Enel un po’ di problemi perché avevamo avuto degli scontri con Donat-Cattin; avevamo una rappresentanza sindacale come Flaei a Brescia un po’ debole e alla fine mi ci trovai dentro per caso. Non ho scelto di fare sindacato, mi sono trovato lì. Io sento di appartenere alla mia categoria prima che alla Cisl. Del resto sono le categorie che mettendosi insieme hanno fatto la Cisl. Ho avuto un intermezzo di quattro anni in confederazione, un’esperienza del tutto diversa da quella in categoria dove c’è un rapporto diretto con gli iscritti e i lavoratori. In Confederazione ci sono indubbiamente tante cose da fare ma nessun impegno mirato, prevale l’aspetto “politico” e organizzativo, con competenze che possono sovrapporsi a quelle della categoria.
A livello confederale, se hai carisma – quello vero che deriva dal tuo modo di comportarti, dal tuo modo di interpretare, dal tuo modo di dare indicazioni, esempi, ecc. – non hai problemi; se invece fai riferimento allo Statuto non vai molto lontano, perché il primato è della categoria. Adesso c’è una modifica statutaria che dice che sulle questioni generali anche la Confederazione ha titolo per intervenire. Insomma, hanno cercato di mettere una pezza, sperando che el tacòn – come dicono in Veneto – non sia pegio del buso.

 

Questioni generali vuol dire rapporti con enti e istituzioni, sui temi più diversi che intersecano quelli del mondo del lavoro.
Prendiamo il ’69. Quando arriva Carniti che sposa la teoria delle riforme, per la Cgil è un invito a nozze, perché vuol dire fare politica, come l’ha sempre fatta. La mia opinione invece è che per la Cisl questo ha rappresentato un momento debole, perché il cislino era cresciuto contrattando, non era cresciuto facendo la riforma della casa. Se tu vai a impegolarti sulle riforme, alla fine non sei più nello schema richiesta-trattativa-risultato-verifica. Vuoi dire la tua sulle riforme? Benissimo. Solo che devi fare i conti con i condizionamenti e le molteplici esigenze alle quali è vincolato il Governo e quindi si scolora tutto, non c’è più un rapporto diretto. Inizia lì, a mio parere, un periodo nel quale all’interno della Cisl ci sono dei cambiamenti radicali. Con esiti anche pesanti. Quando si costituì la Federazione lavoratori metalmeccanici di Brescia, gli iscritti della Fim erano circa 20.000, quelli della Fiom erano pure 20.000 e poi ce n’erano 4 o 5.000 della Uilm di Benvenuto che ragioni politiche imponevano di beneficiare. Quando finì l’esperienza unitaria, dimostrando così la velleità del progetto, la Fiom se ne andò avendo ancora i suoi 20.000 iscritti, la Fim ne denunciò mi pare 9.000, anche se in realtà saranno stati 5 o 6.000. Questo perché non siamo stati in grado di reggere il confronto: nel momento in cui si passò dalla contrattazione a un disegno più ampio che coinvolgeva scelte politiche, noi non eravamo preparati. Questa differenza esiste ancora oggi. La Cgil, invece, nasce sul modello del Partito comunista e loro, da questo punto di vista, sono sempre stati abilissimi, perché addirittura fino agli anni Ottanta, forse anche dopo, il Segretario generale era comunista. E il Segretario generale aggiunto era socialista, sempre. C’era stato un periodo in cui sembrava che i socialisti volessero lasciare la Cgil. La scelta politica della componente comunista fu quella di dare loro ruolo, in tutte le categorie, tenendoli così legati alla Camera del lavoro. E così quando si facevano le riunioni ristrette – io lo ricordo perché dopo essere stato segretario generale della Flaei di Brescia sono stato eletto nella Segreteria nazionale della categoria – quando si facevano le riunioni importanti, quelle dove si sceglie la linea da proporre negli organismi, loro avevano sempre dei problemi perché dovevano venire in due. Questa notevole capacità politica la Cgil l’ha avuta sempre – l’elezione di Bersani pare che sia stata curata e organizzata in primis dalla Cgil e quindi Bersani adesso, di converso, sarà un po’ vittima o ostaggio della Cgil – che non è tutto negativo, intendiamoci, che però ancora oggi trova la Cisl, secondo me, disarmata.

 

Quali furono le vicende che segnarono il periodo che ha vissuto nella Segreteria dell’Unione?
Nel 1978 il Segretario generale della Cisl di Brescia, che era Pillitteri, andò alla Cisl regionale. A Brescia venne eletto al suo posto Franco Castrezzati, che fino ad allora era stato alla Fim. Castrezzati, a Brescia, è stato il sindacato, un uomo di sicuro riferimento. Gli toccò di vivere un periodo abbastanza tormentato. Secondo me anche lui, passando da una categoria, fra l’altro una categoria strutturata come la Fim, a una destrutturazione permanente come la Cisl – perché la Cisl è una destrutturazione permanente, dove non c’è mai niente di definito – probabilmente non si trovò molto a suo agio. Nel nuovo ruolo lui ritrovò sulla sua strada sindacalisti che erano usciti dalla Fim, nel periodo della sua Segreteria, perché sconfitti nel confronto politico interno; era gente comunque valida che Pillitteri impiegò nella Cisl. Quando Castrezzati diventa Segretario generale, quelli là si organizzano. Io che in quel periodo ero Segretario organizzativo dell’Unione, e che in vista del congresso del 1981 cercavo di capire con i dirigenti se ci sarebbero stati dei problemi, mi sentivo rispondere da tutti che non c’era proprio niente. Nel frattempo c’era stato un grosso scontro, perché Franco Castrezzati pretese di portare in Cisl anche Gianfranco Caffi, che nella segreteria della Fim era sostanzialmente il numero due. Poi tra i due si arrivò a un momento di confronto abbastanza duro sulla vicenda Lucchini e Caffi si ritirò e ritornò a lavorare in Fiat. Questo va ricordato perché sono pochissimi quelli che dopo un incarico sindacale tornano a lavorare: Gianfranco Caffi è stato uno di quelli; Aldo Gregorelli un altro; e il terzo sono io. Caffi fu poi eletto consigliere comunale a Brescia nelle liste del Partito socialista e con il suo voto, contro la decisione del suo stesso partito, tenne in piedi la Giunta Trebeschi. In Cisl si pose così per Franco Castrezzati il problema della sostituzione di Caffi in segreteria. Ed arrivò Aldo Gregorelli, il quale è tutto meno che uno stabilizzatore. Mi ricordo che il suo biglietto da visita fu una sbrigativa dichiarazione sulla colletta per una quarantina di lavoratori licenziati dalla Fiat perché sospettati di terrorismo: “Ma siete matti? Io di soldi per loro non ne tiro fuori”. Gregorelli si era laureato in sociologia a Trento, dov’ero iscritto anch’io. Era di una simpatia umana incredibile e ci conquistava anche per questo. Aveva capacità di analisi e visione. “Il futuro non è dei metalmeccanici – diceva in quegli anni che erano quelli d’oro dell’industria – il futuro è nella pubblica amministrazione, nel pubblico impiego, nella sanità. I metalmeccanici conteranno sempre meno”. Sembravano delle sparate, anche perché l’Om aveva allora 6.000 dipendenti. Ma nel giro di qualche anno si arrivò alla marcia degli impiegati e dei quadri della Fiat contro i picchetti degli operai che impedivano l’ingresso in fabbrica! E siccome io ritengo che chi sa vedere più lontano degli altri ha una marcia in più, bisogna riconoscere a Gregorelli qualità superiori a chi vive di quotidianità, e anche in Cisl purtroppo, spesso si vive di quotidianità. Ma torniamo al Congresso del 1981. Dalla votazione per il Consiglio generale Franco Castrezzati usci molto male. Ricordo che la sera stessa dello scrutinio io e Diego Peli, anche lui della Flaei che diventerà poi Segretario generale della Cisl, andammo da Franco perché girava voce che volesse dare le dimissioni. Cercammo di convincerlo sottolineando che il Segretario generale non lo eleggeva il Congresso, ma il Consiglio generale e che quindi le preferenze con cui si veniva eletti dal Congresso contavano relativamente: aver preso solo la metà dei voti del Congresso era certamente un dato politico da valutare, però questo non comportava che lui non fosse più Segretario generale. Noi eravamo certi che se si fosse presentato al Consiglio generale sarebbe stato rieletto con quasi tutti i voti. Non ci fui niente da fare: aveva già scritto la lettera di dimissioni. Fu una decisione coraggiosa che oggi, forse, nessuno farebbe più. La situazione era confusa e complicata. Si creò un vuoto e domandarono anche a me se volevo fare il Segretario generale. Declinai l’invito. Venne eletto Emanuele Braghini, uno nato nella Fim di allora, una brava persona con un passato da sindacalista e preparato contrattualmente.

 

E lei divenne invece Segretario generale del neonato comprensorio del Garda.
Sì, nel 1981. Sul finire degli anni Settanta il sindacato decise di darsi non più un’organizzazione per province ma per zone, pensate come presidio intermedio più efficace fra la Regione e i Comuni. Era il periodo in cui noi del sindacato credevamo di decidere tutto! Qui in Lombardia si decise di fare, oltre alla zona di Brescia, ovviamente, altre due zone: Valcamonica e Garda. Per cui io passai dalla Segreteria dell’Unione a fare il Segretario generale della Cisl Garda e Alto mantovano. Aprii sul territorio due sedi distaccate – sedi Cisl, non sedi unitarie come fecero quelli della Valcamonica – senza disporre di una lira di contributo dal regionale (mentre gli amici della Valle ricevettero dalla Usr 100 milioni). Con l’aiuto determinante e gratuito di quasi tutto il direttivo della Flaei del Garda feci la ristrutturazione della sede, una magnifica palazzina in via Sant’Angela Merici a Desenzano. Per circa due mesi uscivano dal lavoro e si tuffavano nella ristrutturazione della sede: c’era il segretario zonale Zambarda, scomparso poi prematuramente, con Apollonio, che oggi continua la collaborazione con i pensionati Cisl, con Benedetti che coordinava i lavori della ristrutturazione; e poi Peli, Podavini, che dà ancora una mano con le denunce dei redditi, Mesar, Borra ed altri che adesso non ricordo. Riuscii anche a pubblicare il primo numero di un giornale della Cisl del Garda. Poi però Franco Filippini, allora Segretario regionale della Flaei, mi propose di candidarmi per la Segreteria nazionale della Flaei. Non era un gran momento per me, anche per ragioni personali, ma alla fine accettai e così andai a Roma. Al mio posto, dopo uno scontro durissimo con alcune categorie, venne eletto Segretario generale del Garda Gianpietro Usanza che era con me nella Segreteria del comprensorio e che in precedenza era stato nell’Unione di Brescia Segretario del sindacato dei lavoratori comunali. Io sono stato poi a Roma cinque anni. Finita quell’esperienza nazionale sono tornato a lavorare all’Enel.

 

Da che cosa è stata determinata la scelta di tornare al suo posto di lavoro?
Per me il sindacato non può essere un’esperienza a vita, perché anche questo alla fin fine toglie vivacità al sindacato. C’è un modo infallibile per valutare un dirigente sindacale: basta vedere cosa lascia quando va via. Chi si preoccupa del contingente di solito lascia terra bruciata. Il vero dirigente, invece, crea le alternative. Alla Flaei, che è una categoria piccola, dopo di me i Segretari generali sono stati Diego Peli, Franco Filippini, Ettore Mainetti; e poi Angoni, tecnico dalla testa fine che, unico o quasi, si licenzia dall’Enel e fonda una sua società; Gino Corti, che poi andrà alla Flaei regionale; Vincenzo Bazzana e oggi Daniela Manessi che svolge il suo ruolo con energia e competenza. Secondo me le donne che si mettono in gioco hanno una marcia in più, un passo in più degli uomini, che non deriva dalle quote rosa ma dalla loro forza generatrice.

 

Come è stato il rientro in Enel?
Sono stato fortunato, bisogna riconoscerlo. Rientrai nel 1987 andando a lavorare in un settore dell’Enel dove veniva anche un po’ valorizzata la professionalità che avevo acquisita nel sindacato, perché si dovevano tenere i rapporti con le istituzioni, con gli enti locali. Da questo punto di vista, sono stato molto favorito, anche se bisogna dire che tu arrivi lì e hai un capo al quale devi rispondere, hai il badge che registra entrata e uscita, quindi sei controllato; devi fare ogni mese tutte le notifiche dei costi, le spese della macchina. Nel sindacato se ne vedono invece di tutti i colori: se volete sapere come va il sindacato, basta fare un giro nel parcheggio per capirlo. Ad eccezione della Flaei, perché per le macchine non abbiamo il trattamento economico delle altre categorie. Quindi, per tornare alla mia esperienza, io non posso lamentarmi, perché in Lombardia c’erano tante cose importanti, l’Enel aveva problemi con tutti i Comuni, aveva rapporti con la Regione per le Leggi sulle linee, sulle cabine: è stata davvero una grandissima esperienza, molto bella, che ho concluso il primo luglio del 1997 quando sono andato in pensione.

 

Quali sono stati negli anni i cambiamenti principali che ha visto nella Cisl?

I cambiamenti principali secondo me derivano – e ripeto che sono l’unico a dare questa interpretazione e quindi vale per quel che va­le – dal salto che è stato fatto nel ’69 quando Pierre Carniti, che pe­raltro è stato, secondo me, l’ultimo vero Segretario generale della Cisl, fece quella scelta delle riforme. Qui c’è stato un salto di qua­lità, in un modo o nell’altro, ma secondo me la Cisl era in fuori­gioco. Poi ci fu il problema dell’unità sindacale. Gli anni difficilis­simi del terrorismo. Dopo la marcia dei 40.000 a Torino, l’altro scontro vero fu quello sulla scala mobile, con la Cisl schierata per il superamento di quel meccanismo. Pierre Carniti rischiò l’infarto in quel periodo e andò a fare assemblee in tutta Italia per far pas­sare la linea della Cisl. La linea di chi sa guardare avanti. La Cisl è nata e si è affermata perché ha avuto molti dirigenti straordinari, che guardavano avanti. La Cgil, invece, non ha avuto dirigenti straordinari, nemmeno Di Vittorio lo è stato. Carniti è stato invece un dirigente vero, quello che decide, che accetta la sfida rischian­do anche in prima persona. 

Io ero convinto della necessità di abolire la scala mobile: avevo se­guito un corso di formazione alla Cisl a Firenze con Ezio Taran­telli (ucciso dalle Brigate Rosse nel 1985 proprio per gli studi che portarono all’abbandono della scala mobile) che ci aveva spiega-to e dimostrato la perversione del meccanismo. Eravamo arrivati ad avere un’inflazione al 20% e per gli aumenti di stipendio non ci davano più i soldi ma i buoni del tesoro (che io portai nella cas­saforte della Cisl perchè era sicura, salvo che un bel giorno la cas­saforte la rubarono!). Nel mio comprensorio avevo dei problemi con le categorie, a partire dalla Fim, perchè nessuno era d’accor­do sul taglio della scala mobile. Ma quando Carniti venne a Bre­scia, in una sala strapiena alla Camera di commercio – la più gran­de che c’era allora in città – alla fine convinse tutti. 

Dopo quella battaglia, secondo me, la Cisl perde la sua funzione perché non sa più vedere lontano e scommettere sul futuro. L’ulti­mo a scommettere sul futuro è stato Carniti andando in tutta Italia a spiegare ai lavoratori perché era giusto togliere la scala mobile. Oggi non ci rendiamo conto della cosa terribile e straordinaria che è stata quella vicenda. 

Sulla scala mobile ci fu la spaccatura con la Cgil di Lama. Per la verità si seppe poi che Lama non era d’accordo che il Pci indices­se il referendum. Fu Berlinguer a imporlo, e Lama, da comunista, organizzò quella grande manifestazione in piazza San Giovanni, alla quale aderirono i fimmini di Brescia, collegati al gruppo Lan-di, anche loro “per il referendum, perché non si può tagliare il sa­lario ai lavoratori”. Naturalmente nel corso della manifestazione diedero la parola al fimmino di Brescia, perché quelli della Cgil non sono stupidi, sanno far politica! 

Quello dell’abolizione della scala mobile fu in Cisl l’ultimo atto di coraggio applicato, perché di coraggio in termini di delibere se ne trova ancora, anche se si esaurisce subito dopo la votazione. Il Consiglio nazionale della Cisl, nel ’97, Segretario generale D’An-toni, votò una delibera all’unanimità in cui si diceva che si sareb­be data un’organizzazione per giovani che avevano la partita Iva, per gli extra-comunitari, che sarebbe nato un sindacato di cittadi­ni, ricompattato il mondo cattolico e molto altro ancora. Dissi tra me: finalmente si ricomincia a guardare avanti! Ci fu naturalmen­te uno scontro con la Cgil – che come prima scelta difende sempre lo status quo – ma io presi coraggio e mi impegnai su quel versante perché mi sembrava che fosse la strada giusta. Ma in periferia non cammina niente e non cammina niente neanche adesso, e di quel documento non si ricorda più nessuno.

Dopo D’Antoni c’è stato Savino Pezzotta, una brava persona, stu-penda per vissuto familiare, per vissuto personale, per coerenza personale. Ma per chi ha una responsabilità, la distinzione è fra chi è capo e chi non lo è. Savino è tutto ma non è un capo. Ha avvia­to un percorso positivo con il Patto per l’Italia scatenando le ire, come al solito, della Cgil, ma poi è stato abbandonato. Quando s’è accorto che Bonanni aveva costruito attorno a se un consenso tale da metterlo in minoranza, Savino al posto di fare la battaglia poli­tica ha rinunciato ed è andato via.

I metodi di Raffaele Bonanni possono anche non piacere, ma alla fine fa scelte importanti che secondo me lo riabilitano. Per esem­pio la presa di posizione contro il sindacato unico dei giornalisti e l’idea di fondare un altro sindacato per avere anche nel giornali­smo due idee diverse di come funzionano le cose. Ma anche l’an­dare contro i veti della Cgil, come quello sulla riforma della con­trattazione. Su questo terreno non si era mai fatto niente per il ve­to della Cgil. Bonanni ha avuto il coraggio di rompere lo schema, e oggi la riforma della contrattazione – riconoscimento del terri­torio, decentramento contrattuale, produttività – è una realtà.

Ha ricordato l’uccisione di Tarantelli da parte dei brigatisti ros­si. Come rilegge oggi la pagina buia del terrorismo italiano? Brescia ne ha una memoria vivissima: l’attentato di Piazza della Loggia, uno degli episodi più sanguinosi dello stragismo nero di quegli anni. Quel giorno, relatore ufficiale della manifestazione sindacale era Franco Castrezzati. Anche in Cisl, in quei giorni, fu trovata una bomba: non scoppiò, per fortuna e ce la siamo dimen­ticata! E poi quel tragico rimpallarsi di episodi tra terrorismo ne­ro e terrorismo rosso. A mio parere anche il sindacato – e lo dico sapendo quanto sia facile farla adesso l’affermazione – allora è sta­to molto timido nei confronti del terrorismo. E lì c’era di mezzo sicuramente la Cgil, ma c’eravamo di mezzo anche noi. A Brescia si fece un accordo fra le tre Segreterie per andare a fare assemblee in tutte le aziende e nelle scuole per parlare del terrorismo. Se gli studenti non mostravano alcun interesse, nelle fabbriche l’aria era viziata dallo slogan velenoso “né con lo Stato né con le Br”. La ve­ra presa di coscienza operaia del terrorismo arriverà purtroppo tar­di, con l’assassinio di Guido Rossa. È da quel momento che il Pci matura l’idea che questi si dicevano terroristi rossi ma erano an­che contro i comunisti. Da allora in poi le cose si sono chiarite, so-lo da allora però. I giornali sono degli ottimi libri se si vuole ave­re un’idea di cosa è stato quel periodo: al di la della tiepidezza nel­l’affrontare la realtà del terrorismo – non so per quanto tempo an­darono avanti a parlare delle “cosiddette Brigate rosse” – c’erano anche lì cose incredibili. Un giorno andai a fare un incontro con il Sindaco di Brescia Trebeschi il quale, sconvolto, mi fece vedere un settimanale che aveva pubblicato un inserto per spiegare come si organizzava una rivolta cittadina. 

C’eravamo tutti, e dunque non c’è possibilità di dispensare col­pe. La verità è che per lungo tempo nessuno ebbe il coraggio di affrontare di petto la situazione. Il discrimine fu l’omicidio del­l’operaio Guido Rossa, che diede ai comunisti il coraggio di di­re basta.

 

Quali sono a suo avviso le priorità per il futuro della Cisl?
Io penso che in futuro il peso delle categorie dei lavoratori dipen­denti andrà via via calando mentre cresceranno i giovani del lavo­ro cosiddetto atipico, flessibile, autonomo; gli stranieri; il sinda­cato dei cittadini, che nella Cisl è ben rappresentato dall’Adicon-sum, l’associazione dei consumatori.

E poi sarà sempre più importante la formazione, ma una formazio­ne che deve affondare le radici sul perché tu sei nella Cisl. Si fanno tanti bei corsi di formazione, ma se tu non spieghi perché scegliere la Cisl e non la Cgil, tu non vai da nessuna parte, avrai dei bravi tec­nici e basta. Perché tu dirigente ti senti parte della Cisl? Cos’è che ci differenzia dalla Cgil? Nelle assemblee la gente capisce subito se ci credi o se non ci credi nelle cose che dici. Se ci si spenderà su que­sto, disposti a far battaglie con la Cgil – perché ci saranno sempre battaglie da fare con la Cgil, per le concezioni diverse della società, della vita – io credo che la Cisl troverà ancora il consenso di molti. Il sindacato deve rappresentare una forza intermedia tra il potere po­litico, il Governo, i partiti e la società, in contrapposizione all’idea americana che passa dal Governo al cittadino! Noi siamo diversi, non siamo americani! Quindi se il sindacato fa politica, è chiaro che non funziona più come punto intermedio, perché è una ripetizione del partito, che si chiami Democrazia cristiana o Partito comunista, e viene a mancare un tassello di democrazia fondamentale. Questo è il messaggio della Cisl che si è tradotto in autonomia, perché la Cisl si fonda sull’autonomia dalle istituzioni, dai partiti, dai Go-verni, dai padroni, per usare un lessico che non mi piace ma che fa capire bene. Ed è questo che ravviva la democrazia. Ma quanti so­no quelli della Cisl che vanno in assemblea a dire le cose come le sto dicendo io? E facendolo non voglio certo offendere la Cgil, per-ché ognuno fa le scelte che vuole nel sociale e nella vita. Io ho fat­to le mie e ho cercato di dirle chiaramente in questa intervista. La mia scelta è una scelta che dura dal ’49 e della quale non mi pento assolutamente.