Aldo Gregorelli
TORNA INDIETRO

Aldo Gregorelli

13 min per leggere questo articolo

Pubblicato il 2 Settembre 2020

Nasce nel 1937 a Villa Carcina (Bs). Laureato in Sociologia a Trento arriva all’esperienza sindacale dopo quella politica che lo vede prima assessore e poi sindaco di Villa Carcina, e infine consigliere provinciale. Nel 1979 viene eletto nella Segreteria della Cisl di Brescia e dal 1985 al 1987 ne è il Segretario generale. È stato poi parlamentare, prima alla Camera e poi al Senato.

Qual è stato il percorso che l’ha portata alla Cisl?
Come percorso professionale sono abituato a dire che ho fatto il ragioniere per vivere e il sociologo per non morire. Prima di entrare nel sindacato ho lavorato nella ragioneria dell’Inam, poi trasformata in Unità socio sanitaria. A 21 anni ho fatto l’assessore a Villa Carcina, il mio Comune; poi ho fatto anche il sindaco. Finita quell’esperienza mi hanno eletto nel Consiglio provinciale e poi sono stato Presidente dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Sono arrivato in Cisl chiamato da Castrezzati e votato nel Consiglio generale. Ho fatto parte della Segreteria dell’Unione e dal 1985 al 1987 sono stato eletto Segretario generale. Nell’87 mi sono candidato alle elezioni politiche: ho fatto due legislature, una da deputato e una da senatore. E adesso sono in pensione.

 

Com’era l’ambiente di lavoro in Cisl, quando lei è arrivato?
Era l’inizio della spaccatura dell’unità sindacale, gli anni del compromesso storico e di un forte Partito comunista. Nel ’75/’76 cominciavano già ad esserci le prime delusioni di un eventuale incontro fra cattolici e comunisti. Anche la Cisl e la Cgil cominciavano a lamentare obiettivi diversi o comunque non erano d’accordo nel giudizio sulla politica, soprattutto sulla politica dei redditi. Poi sono esplose le contraddizioni che stavano nascendo con il famoso referendum per fermare la scala mobile. Però avevamo all’interno della Cgil, della Cisl e della Uil quel fenomeno anomalo rispetto alla fisiologia delle tre organizzazioni che era la Flm, la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici con dentro le tre sigle Fiom, Fim e Uilm. Mentre per la Cgil questo era un grande vantaggio, perché la Fiom si rafforzava sempre di più in questa unità sindacale, la Fim, anche se aveva un grande capo che era Castrezzati, si riduceva per noi ad una percentuale che io chiamavo dello “zero virgola”, per cui siamo stati un po’ mangiati nelle fabbriche. Io sono stato tra quelli che ha spinto perché questa unità sindacale si disfacesse. La lotta vera fu questa. Ad un paio d’anni dal mio ingresso in Segreteria dell’Unione, chiamato come ho detto da Castrezzati, in sostituzione di quel sindacalista galantuomo che è stato Gian Franco Caffi (che tutti oggi ricordano come pittore trascurando la dedizione e la professionalità da sindacalista, prima nella Fim e poi nell’Unione), cominciarono a nascere problemi. Venni eletto in Segreteria nel novembre del ’79 con un voto molto risicato: io che ero democristiano e venivo dall’esperienza dei cattolici in politica, nel Consiglio generale venni votato dall’area socialista mentre ero malvisto dall’area dei cattolici, diffidenti nei miei confronti. Allora all’interno della Cisl c’era l’egemonia dei cattolici, dei democristiani, che facevano capo a Landi, uno della Fim Cisl. Io ero un po’ il contrario, cresciuto fra Donat-Cattin e Martinazzoli. La diffidenza era anche data dal fatto che pensavano ad una mia scalata alla Segreteria generale, che allora però non era nelle mie intenzioni. Nel Congresso del giugno 1981 fui il primo degli eletti. Con me in Segreteria c’era Emanuele Braghini, lui Segretario generale e io componente di Segreteria, però con una grande autonomia e con una grande posizione di potere, devo essere sincero, mettendo in crisi la vecchia leadership di un capo storico – al quale va sempre un grande merito – come Franco Castrezzati. Questa lacerazione, però, ci fu, anche per la vendetta di sindacalisti cacciati, allora, dalla Fim di Castrezzati che approfittando del Congresso organizzarono la loro rivincita coinvolgendo anche capi di piccole categorie. Finché rimasi alla Cisl non feci mai l’accordo unitario con la Fim, la lasciai sempre in minoranza. Poi con Peli, queste cose si dissolsero, ma io non accettai mai di accompagnarmi con loro, perché avevano un tasso di autonomia eccessivo nei confronti della politica, mentre io sostenevo che autonomia non voleva dire non fare politica, semmai non fare “partitica”, ma politica sì. Loro poi avevano sempre una certa sudditanza nei confronti della Fiom e questo mi dispiaceva. La svolta vera nel sindacato, che da Pillitteri passò a Castrezzati, avvenne con la mia segreteria. Riscattai le condizioni di tante piccole categorie che la pensavano come me, perché io venivo dal pubblico impiego, dalla categoria del parastato che aveva 700 iscritti. C’era una miriade di piccole categorie che prima erano concusse e mortificate, in sudditanza o in soggezione nei confronti dei metalmeccanici, che trovarono la forza e anche un personaggio che favorì la loro emancipazione. Curiosamente io ero un personaggio minimo, ero un apprendista stregone, perché non venivo dalla fabbrica, ero un uomo del pubblico impiego. Però feci da collante per le piccole categorie e diedi loro la forza per esprimersi: dagli alimentaristi ai postelegrafonici, ai salariati agricoli. Tutte assieme fecero questo grande riscatto e cominciarono ad avere rappresentanza in Segreteria e da allora in poi non ci fu più un Segretario generale espresso dai metalmeccanici. Dopo di me infatti venne eletto Peli che veniva dagli elettrici, poi toccò a Borio che veniva dalla scuola, a Zaltieri che proveniva dal sindacato degli agricoli. Abbiamo riscattato le piccole categorie e cominciato a leggere una realtà in grande trasformazione. Da Segretario generale ricordavo spesso al gruppo dirigente che l’azienda più grande di Brescia non era più l’Om, ma l’Ospedale civile . La trasformazione della società era già incominciata e molti nel sindacato non se n’erano accorti. Le aziende più grosse di Brescia sono l’assistenziale e il terziario, non ci sono più le grandi fabbriche. L’Ospedale civile aveva 5.000 dipendenti, l’Om 3.000. Nel mio comune c’erano 5.000 metalmeccanici: adesso ci sono 5.000 disoccupati.

 

Quali sono i passaggi più significativi di quel periodo?
Sicuramente il referendum sulla scala mobile del 1985. Afebbraio un decreto del Governo Craxi aveva tagliato quattro punti percentuale al sistema, convertendo in Legge un accordo tra le associazioni imprenditoriali, Cisl e Uil. Nella Cisl di allora, quella di Carniti, c’era il prof. Tarantelli, un economista che venne ammazzato dalle Brigate rosse il 27 marzo 1985 proprio per la sua proposta di superamento della scala mobile. Egli era l’ideologo della critica alla politica della scala mobile: un meccanismo infernale che si autoalimentava rincorrendosi tra l’aumento di salario con la scala mobile e l’aumento dell’inflazione. Con l’inflazione al 21% la scala mobile era la voce più grossa della retribuzione: su una busta paga di 1.800.000 Lire, oltre la metà era determinata dalla scala mobile. Il sistema era stato concesso a suo tempo dagli industriali, innamorati anche loro, come Brescia, della Cgil di Lama, che era il sindacato più forte, e dei comunisti. Non è che Agnelli non stimasse Macario o Carniti, ma stimava e faceva gli accordi con Lama più che con noi perché nella fabbriche c’era la Cgil. Poi si sono accorti che con la Fiom c’erano anche le Br, ma in quegli anni concessero la scala mobile. Contro il blocco della scala mobile ci fu la grande battaglia del mondo della sinistra comunista e della Cgil che fece ricorso al referendum. Tutti in Italia pensavano che avrebbero vinto. ABrescia, che era una delle aree dove sembravano tutti a favore del ripristino della scala mobile, la Cisl – anche andando contro un pezzo di Democrazia cristiana che riteneva sbagliato il blocco della scala mobile, andando anche contro alcune fabbriche, controllate dalla Fim, dove io venivo contestato – fece campagna per sostenere il taglio della scala mobile. La vera grande battaglia che ha dato visibilità a noi della Cisl è stata questa: aver vinto sul referendum e dimostrato che, se non si aveva paura, si riusciva a sconfiggere la sinistra comunista e soprattutto a non fare demagogia su uno stipendio che non valeva più niente. Fu quella battaglia sul blocco della scala mobile che distinse molto la Cisl dalla Cgil. Anzi, da allora abbiamo cominciato ad avere la nostra identità e siamo stati anche stimati dagli imprenditori, cosa non trascurabile. Infatti noi eravamo per il confronto, eravamo comunque per la concertazione, non per lo scontro. Il sindacato è fatto per contrattare e firmare accordi, non per snobbarli. È troppo comodo avere il consenso di chi è in opposizione perenne e godere, lucrare, del vantaggio dell’accordo fatto dai “moderati”. Quelli che usavano la parola “moderati” non conoscevano Robespierre che diceva che “la moderazione sta alla castità come il moderatismo sta all’impotenza”; noi eravamo “moderati”, non “moderatisti”. Con gli uomini intelligenti della Cgil di allora – Marino Ruzzenenti, un duro, ma anche un intellettuale; Aldo Rebecchi, un grande amico che era Segretario generale della Camera del lavoro – ci si rispettava. Capivano che avevo ragione io, capivano che avevo tirato fuori dall’anonimato la Cisl. Non l’anonimato inutile, perché Castrezzati, lo ripeto, fu un grande leader. Però i tempi erano diversi. Gli anni in cui c’era stato bisogno di una grande unità, quelli della strage di Piazza della Loggia, per fronteggiare il rigurgito di fascismo e di terrorismo, erano ormai alle nostre spalle. In quel momento storico era la politica dei redditi su cui non eravamo d’accordo, soprattutto sul fatto di usare il muso duro sempre. Noi avevamo la grande tradizione del pubblico impiego che non è certamente guerrafondaio; loro raccoglievano tutti gli estremismi, anche quelli che erano nei Ministeri, alle Poste, proprio quelli che riuscivano a fare più disastri in quegli anni, che sono stati anni di dolore. Tarantelli era professore all’Università, aveva la tessera del Partito comunista in tasca, era iscritto alla Cgil: però era un intellettuale della Cisl.

 

Come era il rapporto con gli imprenditori?
Sono diventato Segretario generale quando presidente della Associazione industriale bresciana era Luigi Lucchini. Ho avuto con gli imprenditori scontri violenti, soprattutto attraverso i giornali che utilizzavo molto per spiegare e sostenere le nostre posizioni. Con la gestione Lucchini non ebbi un buon esordio personale, non perché ero contro di lui, ma contro l’intransigenza che aveva nelle fabbriche. Non compresero che la mia era una rivendicazione di identità, avevo bisogno di affermare un’identità, una distanza dalla Cgil. Quando poi si sono accorti che usavo la stessa durezza anche per dire che non ero d’accordo con gli scioperi – ai miei metalmeccanici dicevo che un sindacato non può prosperare facendo macerie del proprio mondo, facendo chiudere le fabbriche – capirono che la mia era una equidistanza da loro come uomo del mondo del lavoro. Nel frattempo dicevano di me che ero un politico prestato al sindacato, perché non ero l’uomo della fabbrica, ma che ero un rappresentante del mondo che stava mutando. Ho avuto, credo, un certo “senso della profezia”. I profeti non dicono che una cosa può accadere, ma che deve accadere; credono che sia un’immanenza. Ho capito il mio tempo. Pillitteri ha avuto il suo tempo, Castrezzati è stato un lottatore, hanno fatto le loro battaglie, per carità, molto meglio di me, ma allora serviva fare le battaglie. Io ho fatto altre cose, mi sono distinto, ho fatto in modo che la Cisl sentisse l’orgoglio di essere Cisl, ed è stato bello per questo. Tutti gli uomini che ci sono stati dopo di me sono stati dei moderati. Io no. Perché io socialmente sono un estremista, un sociologo, sono un rivoluzionario; politicamente sono un moderato, ma è diverso.

 

Come sono stati i rapporti con la Chiesa e con l’associazionismo cattolico?
I cattolici in politica pretendevano che i cattolici che militavano nel sindacato dovessero obbedire al partito; pensavano che avremmo dovuto ridurci all’obbedienza ed io questo non lo accettai mai. Anche Castrezzati non accettò mai questa paternità, questa benevolenza di guardarci come se fossimo dei figli minori che dovevano obbedire alle istituzioni. Invece no, l’autonomia valeva anche nei loro confronti. Quando ero in Parlamento ci fu da votare sulla guerra in Iraq ed io che avevo mio cognato segretario del Vescovo di Brescia sapevo della forte contrarietà della Chiesa. Ma Martinazzoli, che è stato il mio maestro, mi disse: “Tu sei deputato del popolo italiano, non del Vaticano”. Ecco l’interpretazione della nostra autonomia anche rispetto alla Chiesa. Con le Acli la Cisl ha sempre avuto qualche piccolo screzio, sia per una loro posizione di eccessiva condiscendenza a sinistra, sia perché talvolta sembravano volerci insegnare a fare i sindacalisti. Da qui le discussioni, le polemiche sui giornali, soprattutto sul settimanale della Diocesi, “La Voce del Popolo”. Io invece ho avuto un buon rapporto con le Acli, anche perché non potevo avere nemici su tutti i fronti, dalla Cgil ai padroni. Erano i tempi della grande lotta che ci fu per l’invasione di campo da parte delle Acli, che allora erano totalmente occupate dall’area che si rifaceva all’on. Capra, a Landi, a Picchieri: da loro Castrezzati doveva difendersi anche aspramente. L’avvento della mia segreteria fu visto dalle Acli come una possibilità di pace. Ed io la feci con Sandro Albini che ne era il Presidente e con il quale ci fu una possibilità di alleanza. Ma le Acli cominciarono a perdere la loro natura battagliera. Anche il confronto sulle pagine de “La Voce del Popolo” dove si alternavano gli interventi, andò scemando di interesse. Noi eravamo forti, avevamo trovato la nostra organizzazione.

E invece con la Democrazia cristiana?
Io ero democristiano, però non sono mai andato in via Tosio, che era allora la sede del partito. Non ero per niente affatto un frequentatore delle chiese della Dc, ero un democristiano di base, di area sociale, la sinistra sociale, che partì da Donat-Cattin ed arrivò a Moro. E poi Martinazzoli. Io arrivo alla Cisl dopo aver fatto il consigliere provinciale quando Martinazzoli era Presidente della Provincia. Sono sempre stato molto intimo con lui e poi mi ispiravo anche un po’ alla sua politica. Senza perdere mai autonomia. Al contrario della Cgil che quando parlava il Pci non poteva più dire niente. Noi avevamo un bagaglio culturale e di valori riconducibile alla Dc, ma anche una autonomia vera rispetto al partito. E infatti non sono mancati gli scontri. Come quello che ho ricordato sul referendum per abrogare il decreto che aveva bloccato la scala mobile: il Segretario del partito, Gervasio Pagani, sosteneva che bisognava votare a favore del referendum, cosi come lo sosteneva Landi del resto. E questo solo a Brescia, perché nel resto d’Italia la Dc invece era favorevole a fermare la scala mobile, che voleva dire fermare il disastro del Paese. Sono stati anni di intense scelte politiche e sociali, forse più difficili da far comprendere ai lavoratori, ma di grande innovazione.

 

Quali erano i rapporti con le istituzioni locali?
Provincia e Comune hanno sempre avuto grande rispetto per il sindacato, anzi, c’era anche un po’ di timore. Era molto diverso da adesso. Oggi del sindacato – come si è letto in una recente indagine – pare non fidarsi più nessuno, perché è un sindacato che non fa accordi, un sindacato che non ha più idee, che è vuoto, un sindacato dei pensionati. In quegli anni il sindacato contava. In Loggia e in Broletto gli amministratori erano quasi tutti democristiani, come al solito intimiditi rispetto alle battaglie sindacali. Volevano un sindacato se non proprio moderato almeno dialogante. Sapevano che io ero un democristiano che non aveva mai rinnegato la tessera, e come me lo erano altri. Compreso Castrezzati, che era soprattutto un cattolico, era un uomo della Resistenza, che però voleva distinguersi dai democristiani. Quando mi propose di entrare in Segreteria mi disse: “Chiamo te perché sei democristiano, ma non sei con Landi, sei del pubblico impiego e sei uno che non piega la schiena”. Più tardi, purtroppo, io sono stato considerato come quello che lo ha pugnalato, ma non è andata così. È il consenso che è venuto a mancare nel voto, ma io sono stato interpretato come Bruto che aveva ucciso Cesare, e me ne dispiace perché io Castrezzati l’ho stimato e lo stimo molto, e poi mi ha chiamato lui alla Cisl, mi ha inventato lui.

 

Come è cambiato il sindacato dal periodo in cui lei era segretario?
È cambiato perché è cambiata la composizione, perché è cambiato il sistema di produrre, perché l’Italia è segnata dal terziario, con sempre meno aziende. E il sindacato è soprattutto il sindacato dei pensionati. Un sindacato potentissimo e ricco che vive con i soldi degli iscritti dei pensionati e di altre categorie che hanno entrate non direttamente collegate alle tessere. Non essendoci più il rinnovo della delega – perché la delega non la tocca nessuno, neanche Cremaschi, il più feroce dei sindacalisti della Cgil che era allora un altro dei miei maggiori competitori e antagonista – il sindacato va avanti. Questo però è il conservatorismo del sindacato ed io queste cose le dicevo già ai miei tempi. Se oggi si dovesse per incanto tornare alla scelta dell’iscrizione al sindacato e al versamento dei contributi mensili, metà degli iscritti non si iscriverebbe più. Oggi nelle fabbriche e nel pubblico impiego ce ne sono poche di disdette, ma se si facesse tabula rasa ricominciando tutto da capo, probabilmente il sindacato morirebbe. La possibilità di trattenere sullo stipendio la delega sindacale arrivò con il famoso sciopero dei metalmeccanici dell’autunno caldo, con Donat-Cattin e il presidente degli industriali metalmeccanici – un industriale del mio paese – Francesco Carpani Glisenti. Prima come si faceva? Nelle fabbriche, nella busta paga c’era dentro l’assegno con la quota sindacale. In portineria c’erano tre cassette, una per ogni sigla, e i lavoratori mettevano l’assegno nella cassetta del loro sindacato. In quegli anni però i comunisti, mettendosi vicino alle cassette, diciamo che “aiutavano” i lavoratori a scegliere. Il sindacato è potente perché ha i soldi, senza soldi non riuscirebbe a fare niente. Io sono innamorato della Cisl, ma di quella dei padri fondatori. Adesso è una roba moderata, il sindacato è vecchio, e anche nel sindacato c’è opportunismo.

Come è stato affrontato nel sindacato il problema della deindustrializzazione a Brescia?
Le fabbriche chiudono. Tu puoi resistere, ad esempio, quando il padrone non ti dà il denaro, quando si tratta di decidere che investimenti fare, perché vuol dire che l’azienda è ancora viva. Ma quando una azienda come la Tlm decide di chiudere lo stabilimento di Villa Carcina, quando Marchionne decide di spegnere Termini Imerese, c’è poco da fare. Quando il nascente sistema industriale italiano decise che non si faceva il trasporto su rotaia perché altrimenti la Fiat avrebbe dovuto rinunciare a 100.000 dipendenti, e si cominciarono a costruire le autostrade anche se c’era più bisogno di costruire case, cosa avrebbe dovuto fare il sindacato? È un sistema incartato su se stesso Qui non è colpa del sindacato. È il sistema Italia, che dovendo difendersi dal comunismo e da tante altre cose non poteva rischiare di doversi difendersi anche nei confronti della disoccupazione. Doveva industrializzare il Sud e l’ha fatto. Che poi sia avvenuto in modo surrettizio e senza un progetto di sviluppo industriale armonico, è dimostrato dal fatto che ad ogni segnale di crisi le prime aziende che hanno chiuso sono state quelle del Sud.

 

C’è stata un’evoluzione organizzativa tra le varie categorie all’interno del sindacato?
Alcune categorie si sono unite perché da sole non avevano possibilità di continuare e perché alcuni settori produttivi sono spariti o quasi. Basti pensare all’enorme ridimensionamento del comparto tessile a Brescia, oppure alla trasformazione nel comparto degli alimentaristi. Ma anche al sindacato scuola che ha assorbito, a dispetto delle grande spaccatura che c’era un tempo tra di loro, il sindacato della scuola elementare e il sindacato della scuola media, oltre quello dell’università.

 

La Cisl di Brescia come si è collocata nel panorama nazionale?
Non so adesso, ma noi a livello nazionale contavamo. Si era sempre nei Consigli nazionali, Pillitteri era uno che poteva diventare anche Segretario confederale, Castrezzati era un’espressione della Fim a livello nazionale. Ci sono stati molti uomini della Cisl bresciana che sono diventati segretari delle loro categorie nazionali, ad esempio Valetti negli elettrici; e poi abbiamo avuto Regenzi in Segreteria confederale. Brescia ha sempre avuto ascolto. Diverso è che noi ascoltassimo loro, perché ad esempio Carniti è venuto diverse volte a Brescia a impormi, a dirmi di prendere la Fim in segreteria, ma io non gli ho mai detto di sì una volta, anche se stimavo Carniti. In realtà loro mi hanno vissuto come un traditore, ma io credevo di non dover niente a nessuno. Se mi lasciavano all’Inam andava bene lo stesso, io non avevo chiesto niente.

 

Quale ritiene sia stato il suo maggiore successo e il peggiore fallimento?
Nel sindacato nessun fallimento per quello che ho sostenuto, anche perché non ho mai fatto l’estremista in niente. Il successo, secondo me, è quello di aver dimostrato che era finita la storia dei conflitti fra sigle, di aver dato alla Cisl la dignità di stare in piedi, di avere dato a tutta la Cisl questo senso della propria identità, mentre prima i metalmeccanici erano tutta la Cisl e gli altri si sentivano derelitti o subalterni. Io ho dato a tutte le categorie l’orgoglio di sentirsi Cisl, e questo lo rivendico: c’era un unico sentire e sentirsi tutti importanti. Come il Manzoni che dice “io non c’era, che la sacra vittrice bandiera salutata quel dì non avrà”. Io credo sia stato questo: l’aver fatto sentire tutti dignitosamente importanti per quel ruolo che avevano, per il peso che avevano, ma non di essere schiacciati. La vera rivoluzione è stata questa, avendo con me tutti i “segretarini”, che magari in principio copiavano le relazioni che facevo io, ma poi alla fine avevano imparato. Mi vanto anche di aver avviato un processo di alfabetizzazione del sindacato. Nella prima relazione che ho fatto in Cisl, quando ho usato la parola “obsoleto” si è alzato un sindacalista dei chimici dicendomi di parlare facile. Ed allora gli ho spiegato che nel vocabolario le parole erano tutte importanti: non è che strappando le pagine del vocabolario le cose diventano facili. E da allora tutti hanno cominciato a scriverle le relazioni, non solo a fare interventi a braccio. Poi la prima cosa che tutti facevano arrivando in Cisl era leggere i giornali: tutti, non solo il Segretario generale, tutti i segretari leggevano il giornale. Aver dato l’orgoglio cislino a tutti è un merito che mi ascrivo, ma che mi ascrivono anche quelli che hanno la memoria buona.