Alcide  Cattabriga
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Alcide Cattabriga

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Pubblicato il 3 Settembre 2020

Emiliano d’origine – nasce a Rubiera (Re) nel 1935 – bresciano d’adozione. Il suo percorso sindacale è segnato dall’incontro e dall’amicizia con Melino Pillitteri e dalla costituzione a Brescia della categoria dei chimici della Cisl di cui è stato Segretario generale per ventuno anni. Divenuto un volto molto familiare ai bresciani per una rubrica sul lavoro e sul sindacato che ha tenuto per nove anni a Teleleonessa, dopo la pensione è stato prima Presidente del Comitato provinciale dell’Inps e poi Segretario generale della Fnp bresciana.

Sono nato in provincia di Reggio Emilia, ma ho sempre vissuto a Crevalcore, in provincia di Bologna. Ho cominciato a lavorare a 13 anni in campagna con mia mamma che era la cuoca dei braccianti della grande tenuta agricola del Principe Torlonia nel comune di Crevalcore. Frequentavo la scuola di avviamento professionale e dopo l’orario scolastico, ma soprattutto d’estate, andavo al lavoro con lei. Il capo azienda di allora, che noi chiamavamo il “caporale”, mi aveva dato, come si usava, un soprannome: sgorri, mi chiamava, parola dialettale per dire di qualcuno che è sempre in movimento. Su sua indicazione andavo in bicicletta ad indicare gli spostamenti ai braccianti nei vari campi coltivati a grano, barbabietole, canapa e granoturco. Quando questi lavoratori avevano bisogno di un’informazione o di un documento, chiedevano a me di far loro da tramite con il “caporale”. “Alcide – le donne non usavano il soprannome – chiedi al caporale a che punto è la mia pratica di assegni familiari”. E così per le trattenute previdenziali e tante altre questioni. La gente non conosceva bene i propri diritti. Piano piano nel corso degli anni cominciai ad interessarmi personalmente di queste pratiche presso il sindacato, il patronato, il Comune e l’Ufficio di collocamento.
In quegli anni conobbi un sindacalista della Cisl e ne nacque un’amicizia. Nella primavera del 1957 mi disse “Perché non vieni a lavorare con me nel sindacato?”. Con l’assenso della mia famiglia, superate perplessità e preoccupazioni, accettai. Il 13 maggio 1957 iniziavo il mio percorso sindacale a Rovigo. Accettai con entusiasmo. Il Segretario della Cisl di Rovigo era Melino Pillitteri e grazie alla sua sensibilità e aiuto ho appreso e fatto le prime esperienze di “sindacalista”. Fu a casa di Pillitteri che incontrai per la prima volta Luigi Macario, allora Segretario nazionale della Cisl. La solidarietà e l’amicizia con i colleghi polesani è stata una vera scuola di vita, in una provincia molto povera ma orgogliosa e di grande umanità.
Ci sono rimasto fino al settembre del 1958, quando dalla Confederazione mi proposero un nuovo incarico: fare il dirigente di zona nel comune di Cento, in provincia di Ferrara, che contava già 20.000 abitanti in un territorio già industrializzato con aziende come la Lamborghini e la VM Motori. Avrei lavorato ad una decina di chilometri da casa: per me era un avvicinamento e poter tornare in famiglia dopo il lavoro una soddisfazione. Ricordo che il primo incontro fu con l’amico Eugenio Guarneri, il sindacalista che avrei sostituito in quanto ritornava nella sua provincia per impegnarsi nel sindacato bresciano.

La Cisl ferrarese a Cento contava su un largo consenso rispetto ad altre zone dove la Cgil era largamente maggioritaria. E questo mi dava anche stimoli e soddisfazione. Mi muovevo sempre in bicicletta, fino a quando da Roma mi fecero arrivare un motorino. Finalmente potevo spostarmi facilmente e rapidamente sul territorio. Intanto il Segretario comunale della Democrazia cristiana mi chiese di presentarmi alle elezioni amministrative. Allora non esisteva l’incompatibilità e c’erano molti dirigenti impegnati nel sindacato come nei partiti, nelle amministrazioni comunali e in Parlamento. Così fui eletto consigliere comunale a Cento dove mi fermai per tre anni.
Quella di Cento è stata una bellissima esperienza. Sarei rimasto volentieri ma una telefonata dalla Confederazione mi preannunciò un altro cambiamento: Pillitteri, che nel frattempo era stato mandato alla Cisl di Brescia e ne era diventato Segretario generale, mi chiese infatti di raggiungerlo. Era per me una nuova esperienza in una grande provincia dove la Cisl era una presenza significativa. Accettai anche perché sapevo di poter contare sull’aiuto di Melino per il nuovo impegno. Arrivai Brescia il 13 dicembre del 1961: il giorno di Santa Lucia. Ricordo che alla stazione venne a prendermi Guerino Galeazzi con un Fiat 600; lo nomino volentieri per il prezioso lavoro che ha svolto in tanti anni con generosità e passione. La sede della Cisl era in corso Matteotti, quasi di fronte alla Chiesa di San Nazaro, ma dopo poche settimane si trasferì in Viale Italia. Fu nella nuova sede che Pillitteri mi presentò a Franco Castrezzati e Luigi Compagnoni, Segretari della Fim, che mi accolsero con disponibilità e sincera amicizia. Cominciai così a lavorare come operatore alla Fim Cisl. Brescia era la capitale del settore meccanico, di quello siderurgico e della produzione armiera. La nostra attività era articolata; si svolgeva soprattutto davanti alle fabbriche, in occasione degli scioperi, dell’elezione delle commissioni interne per la rivendicazione dei premi di produzione, per i contratti.
Dopo alcuni mesi la Segreteria della Fim mi propose di seguire la zona di Lumezzane, grande comparto della posateria e rubinetteria. Lumezzane aveva oltre 20.000 abitanti e contava centinaia d’imprese e piccole aziende scarsamente sindacalizzate. È stato un periodo veramente importante e di grande impegno, durato fino al 1964. In quell’anno a Brescia nacque la Federchimici Cisl e la Segreteria dell’Unione mi chiese di seguire la nuova categoria: a conti fatti sono rimasto Segretario generale dei chimici per ben 21 anni, fino al 1985. A mio parere questo “mestiere”non era solo un lavoro: c’era grande passione e convinzione negli ideali. Ci sono anche adesso, ma i tempi sono cambiati. Nel 1964 la Federchimici non era molto numerosa ma, nel corso degli anni diventò una categoria importante e significativa perché si aggregarono altri settori. Due le cose significative e importanti che hanno lasciato un segno: primo, il problema dell’ambiente nel settore chimico e il cottimo nella ceramica e nella plastica. Qui a Brescia, ma anche in altre realtà, noi della Cisl volevamo che il cottimo fosse regolamentato. Gli industriali ti chiedevano di lavorare anche 50 ore settimanali ma avevamo conquistato le 40 ore e si insisteva per affermare questo diritto.

L’altro problema era l’ambiente. Ambiente che era poi il problema della salute, soprattutto nel caso della Caffaro, ma anche in altre realtà, come ad esempio a Lumezzane, dove per lavorare il bronzo e pulire le posate, chissà che cosa respiravano gli operai. Quindi il problema della salute cominciava a venire avanti. Queste sono state le grandi battaglie della Cisl bresciana, complessivamente, ma anche delle categorie dell’industria come i metalmeccanici e i chimici. L’altro aspetto, collegato a questo, era quello delle miniere, soprattutto in Val Trompia. Io ne seguivo due che poi hanno chiuso perché troppo insalubri. Le condizioni di lavoro erano veramente terribili: c’erano molti minatori ammalati di silicosi, la malattia della ceramica e dei minatori, provocata dalla inalazioni di polveri di silice. I lavoratori non chiedevano solo gli aumenti ma volevano salvaguardare la loro salute. Infatti noi insistevamo molto nelle assemblee e nelle riunioni dei Consigli di fabbrica sulla salvaguardia della salute, soprattutto negli anni ’70 e ’80. Incominciammo allora – oltre al discorso del salario e alla riduzione dell’orario a 40 ore, il sabato, i turnisti, i premi di produzione – ad affrontare il problema della salvaguardia della salute poiché centinaia di lavoratori si ammalavano.

Come ogni bresciano, come ogni sindacalista, anch’io porto vivissima nella memoria la tragica mattina di quel piovoso 28 maggio del 1974 in Piazza della Loggia quando, durante lo sciopero antifascista di 4 ore promosso da Cgil, Cisl e Uil venne fatta scoppiare una bomba, in fondo alla piazza, dalla parte opposta a quella del palco che come sempre era stato allestito a ridosso del Palazzo municipale. Ricordo le parole di Franco Castrezzati, che era l’oratore della manifestazione, la concitazione e lo sgomento di quegli attimi. Ricordo anche Giorgio Leali della Cgil che urlava: “Venite sotto il palco!”. Altri invitavano ad allontanarsi defluendo nella vicina Piazza della Vittoria, dove andai anch’io. Una giornata drammatica. Una ferita profondissima che vide il movimento sindacale bresciano fortemente coeso nella ferma risposta al terrorismo e nella difesa della democrazia. L’unità sindacale sembrava proprio a portata di mano in quegli anni. Io devo dire che ho sempre avuto un rapporto buono, positivo con i colleghi di Cgil e Uil. Nel 1974 si era già deciso di fare l’unità sindacale e stampata la tessera della Fulc, Federazione unitaria lavoratori chimici. Come i metalmeccanici avevano fatto la Flm, noi abbiamo fatto la Fulc. Sembrava che ci fosse la decisione di fare l’unità, che tutto fosse stato deciso, compreso l’assetto di segretria: il mio collega dei chimici della Cgil sarebbe andato alla categoria degli alimentaristi ed io sarei diventato Segretario della Fulc. Poi invece non se ne fece nulla.

L’unità sindacale è ancora un “sogno”. C’erano delle resistenze da parte di alcune categorie, dibattiti interni anche nella Cgil. Però a Brescia la Flm aveva già una sede unitaria; noi non ancora, però svolgevamo un’intensa attività unitaria con la Filcea Cgil e la Uil in un rapporto leale e positivo. Quello che ci ha distinto sempre dalla Cgil, in verità, era ed è la questione dell’autonomia: tanto noi eravamo orgogliosamente gelosi della nostra soggettualità politica e tenevamo i partiti, anche quelli a noi idealmente più affini, a debita distanza, tanto la Camera del Lavoro era vincolata al Partito comunista. E questo è stato sempre un elemento incombente sulle relazioni industriali, che a Brescia, con una classe imprenditoriale molto forte, non sono mai state semplici. Anche per questo si preferiva fare la trattativa in sede di Associazione industriale bresciana, perché c’era la garanzia della sua applicazione. Per me è sempre stato importante parlare, dialogare, far conoscere le ragioni del sindacato. Per dare visibilità alle questioni del mondo del lavoro e del sindacato, ho tenuto per nove anni, in una delle prime emittenti televisive locali di Brescia, che si chiamava Teleleonessa, una rubrica settimanale che ha visto la partecipazione di centinaia di ospiti e che aveva un notevole ascolto. Nel 1985, maturati i 35 anni di anzianità, sono andato in pensione: la Cisl bresciana e la mia Federazione nazionale mi hanno festeggiato con tanto di medaglia e orologio! Dopo il pensionamento ho continuato il mio impegno per la Cisl prima come Presidente del Comitato provinciale dell’Inps, e poi, nel settembre del 1989, nella Federazione pensionati dove sono stato eletto Segretario generale. In quel periodo il sindacato aveva suddiviso la provincia in tre aree: Brescia, Valcamonica e Garda. La categoria contava già 22.000 iscritti, che diventarono 30mila dopo il superamento dell’esperienza dei Comprensori e il rientro del Garda con Brescia. Già allora la categoria era prossima a rappresentare il 50% degli iscritti alla Cisl bresciana. I principali temi in discussione negli anni in cui sono stato alla guida dei Pensionati della Cisl sono stati quelli della non autosufficienza e l’aggancio delle pensioni alla dinamica salariale (una Legge successiva fissò poi l’aumento delle pensioni con scadenza annuale sulla base dell’inflazione programmata). L’attività e le e le iniziative erano unitarie con lo Spi Cgil e la Uil Pensionati perché i problemi e le rivendicazioni erano comuni. Iniziammo a fare proposte e a trattare con i Comuni realizzando 160 accordi considerati un modello di contrattazione a livello locale per aiutare gli anziani. All’interno dell’organizzazione non volevamo essere considerati residuali. Io mi sono sempre battuto perché noi fossimo considerati una vera categoria e non una semplice associazione di anziani. Il sindacato dei pensionati doveva avere la stessa dignità delle altre categorie, come del resto sosteneva con forza Pillitteri che era diventato Segretario nazionale della Fnp. La categoria si è estesa a livello locale con la costituzione delle Leghe e la possibilità di incontrare i pensionati in centinaia di assemblee. È stata un’esperienza che mi ha fatto conoscere tanti coetanei e apprezzare l’impegno di moltissime persone a fare volontariato per gli altri mettendo spesso a frutto le esperienze maturate nelle diverse categorie di provenienza. Anche per questo io credo che il Segretario dei pensionati debba sempre venire da una categoria per contribuire con la sua esperienza e capacità a lavorare sulla specificità della Fnp ma in stretto raccordo con il resto dell’organizzazione. In questo senso, quando sono stato Segretario della Fnp di Brescia, abbiamo sempre assicurato la nostra partecipazione e il nostro sostegno alle categorie degli attivi nelle loro manifestazioni. Varie sono le attività che la Fnp ha promosso e sviluppato in quegli anni: l’Università degli anziani diretta da Santo Parisi; la costituzione del Premio “Solidarietà per l’anziano” intitolato alla memoria di Pietro Panzera, dirigente storico della Cisl, che ogni anno premia persone e associazioni che hanno prestato aiuto e sostegno agli anziani; le “Sere d’estate” per gli anziani in città che ha visto la partecipazione nel corso degli anni di centinaia di anziani nei vari quartieri di Brescia. Ma nell’elenco delle cose fatte non posso non ricordare la rubrica televisiva “Noi pensionati” che con impegno non indifferente tenevo settimanalmente a Teletutto, la più vista delle emittenti locali, che vedeva protagonisti medici, sindacalisti ed esponenti della società bresciana dando quindi voce all’anziano non come un “peso” ma come risorsa da valorizzare a beneficio della società. E poi ancora la nascita dell’Antea, Associazione nazionale terza età attiva che la Fnp di Brescia è stata tra i primi a costituire e che ho avuto la soddisfazione di presiedere per tutto il mio mandato; ricordo che cominciammo con la famosa esperienza dei “Nonni Vigili”, che davanti alle scuole e nei parchi cittadini garantivano serenità e sicurezza ai bambini, e poi la presenza di tanti nostri volontari nelle case di riposo. Molto più di recente sono stato coinvolto nella costituzione di un’altra associazione che si chiama “I Cislini” che vorrebbe riunire tutti coloro che oggi sono in pensione dopo una vita trascorsa nella Cisl. Ma sono anche impegnato come dirigente del Movimento cristiano lavoratori, perché come tanti miei colleghi non accetto di fare solo il pensionato. Aconclusione di questa mia “chiaccherata” posso dire che vedo il sindacato molto diverso. Il lavoratore oggi si reca al sindacato perché ha bisogno dei servizi: il Caf e il patronato sopra tutti gli altri. In passato era consuetudine per molti lavoratori e attivisti “dopo il lavoro” passare alla sede della Cisl per informare ed avere notizie, e molti di noi erano presenti fino a tarda sera. Oggi siamo davanti ad una profonda trasformazione del sindacato anche se il cittadino, il lavoratore e anche il giovane hanno bisogno, come ai miei tempi e forse anche di più, di risposte e di fiducia. Si tratta di fare in modo che, abbinato a questo aumento dei servizi che viene offerto al lavoratore corrispondano anche quegli ideali che furono alla base della nascita delle intuizioni dei nostri padri fondatori. Oggi la Cisl bresciana è una realtà riconosciuta, autorevole e forte, molto forte con i suoi quasi 100 mila soci. Un risultato dietro il quale ci sono centinaia di persone, attivisti e commissari di fabbrica, come Lorenzo Lamberti, Italo Casari, Luigi Mastaglia, Narciso Salomoni, Egidio Zubani, Luciano Bordonali, Giovanni Calzoni, Francesco Bianchi (meglio noto come “Patamì”), Natalino Fregoni, Nevio Petretti (che è stato il primo Segretario dei Pensionati di Brescia), Enzo Astolfi, Luigi Setti, Pasquale Paternuosto, Bruna Zanoni, Pierfranco Gozza, Graziella Pertica, Katia Danesi, Giovanna Bonfadelli, Giuseppe Sandrini, Pietro Tognoli, Emanuele Braghini (presidente della Cooperativa conoscere per migliorare – Università della terza Età), Gian Battista Brivio, Luciano Ciocchi, Carlo Borgomeo, Carlo Lodigiani, Gianbattista Malerba, Giuseppe Linetti. Probabilmente dimentico tanti, ma li accomuno in questo elenco con tanta gratitudine: poso dire di avere avuto il privilegio di conoscerli, di lavorare con loro, di contribuire a fare grande e forte la Cisl. “Dammi Signore, l’umiltà del fiore che lungo i fossi nasce a primavera – ha scritto in una poesia l’amico Santo Parisi – Dammi il sorriso fresco dell’aurora, la pace calma delle notti chiare. E fa sì che mai si spenga nel mio cuore l’ansia del bene, la fiamma dell’amore”. Mi è sempre piaciuta e penso che possa essere un buon programma di lavoro per ogni sindacalista della Cisl.