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La Cisl denuncia: i medici sono sfiniti  manca personale
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La Cisl denuncia: i medici sono sfiniti manca personale

La Sanità al tempo del Covid: difficoltà in tutti gli ospedali

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Pubblicato il 13 Gennaio 2022

Le pagine bresciane del Corriere della Sera dedicano oggi ampio spazio alla situazione della sanità nel nostro territorio che è tornata sotto pressione per il costante aumento dei ricoveri di pazienti colpiti dal virus Covid 19. Il quotidiano ha intervistato Angela Cremaschi, segretario provinciale della Cisl Funzione Pubblica. Ecco il testo dell’intervista realizzata da Matteo Trebeschi.

 

 

La Cisl denuncia
i medici sono sfiniti manca personale

 

Sfiniti. Medici, infermieri e operatori sanitari sono sempre più stanchi. E le nuove assunzioni non bastano, denuncia la Cisl: di fatto i nuovi ingressi sono già stati «compensati da tutte le attività extra legate al Covid», ossia ricoveri, vaccinazioni e tamponi. In tutto questo Regione chiede anche di «abbattere le liste d’attesa» di viste ed esami in arretrato: lo Stato paga gli straordinari per quest’attività, ma diversi sanitari rifiutano per la stanchezza accumulata. «Non si può continuare a comprare lavoro extra quando la qualità di vita delle persone diminuisce». Sono le parole di Angela Cremaschini, alla guida della Cisl Funzione pubblica di Brescia.

 

Segretario, è preoccupata dei contagi in crescita tra i sanitari, arrivati già al 5%?

«La variante Omicron sta facendo breccia anche tra i vaccinati. La preoccupazione è reale, tanto più se penso a chi lavora a stretto contatto con pazienti positivi. Ma, al di là del rischio contagio, mi preoccupa il fatto che il carico di lavoro ordinario sia già elevato. E non ci sia solo quello».

 

A cosa pensa?

«In tutte le Asst crescono le attività di diagnosi e prevenzione del Covid, intendo migliaia di tamponi e vaccinazioni al giorno. Anche l’assistenza a domicilio è in aumento. Ai sanitari viene chiesto sempre più impegno e le energie sono assorbite da troppi fronti: gli operatori sono reduci da due anni intensi, il disagio si sente».

 

Uno degli obiettivi del sistema sanitario è ridurre gli esami e le visite no-Covid inevase.

«Sì, la Regione vuole abbattere queste liste, ma materialmente non si può fare tutto. Specie in assenza di personale. La stanchezza fisica è tanta. E non a caso medici e infermieri non sono così disponibili a svolgere queste attività incentivate. Il motivo? Se la qualità della vita diminuisce, i soldi non sono il tuo obiettivo».

 

I cittadini però continuano a telefonare per chiedere visite, ecografie ed esami.

«Guardi, comprendo che il cittadino voglia che l’attività di screening riprenda a pieno ritmo: è necessario fare diagnosi precoci. La ricetta perfetta non ce l’ho. Mi rendo conto che, tra qualche anno, misureremo sia l’impatto del Covid sulle nuove diagnosi sia quello sui sanitari. Fino a quando reggeranno gli operatori?»

 

In questi due anni il ministero ha autorizzato diverse assunzioni. Non bastano?

«L’infornata c’è stata, ma siamo ancora in deficit. Non si sottovaluti la fuoriuscita del personale andato in pensione. Se al Civile, ad esempio, sono state fatte 250 assunzioni, è pur vero che ha aperto Scala 4, che prima non c’era. Il secondo piano delle Malattie infettive ha dovuto introdurre nuovo personale. E sul territorio si fanno tantissime vaccinazioni. I nuovi ingressi ci sono stati, ma sono già stati assorbiti da questi impegni crescenti».

 

Quando parla del disagio dei sanitari e della loro stanchezza, pensa a un ospedale in particolare? A quelli più piccoli?

«È l’intero sistema che non è in equilibrio. Le difficoltà si vivono a Desenzano, a Montichiari, a Gavardo, a Gardone, al Civile. Con chiunque mi interfaccio, compresi i servizi territoriali, nessuno descrive una condizione di equilibrio. In tanti reparti abbiamo numeri che non permettono riposi e cambi ferie».

 

Come se ne esce? La carenza d’organico era un problema già in epoca pre-Covid negli ospedali più periferici.

«Ci vorrà qualche anno prima che si risolva. Ma per farlo serve una programmazione adeguata, legata ai bisogni reali. E parlo di un numero congruo di medici, infermieri, assistenti sanitari, tecnici».

 

Con il Pnrr arriveranno molte risorse per costruire strutture che servono, come le Case della Comunità o nuovi ospedali. Ma non si rischia di dirottare risorse dal personale agli edifici?

«Anche io temo l’effetto cattedrali nel deserto. Serve un equilibrio diverso da quello di oggi, con meno ospedalizzazioni e più attività territoriali. Credo poi si debba investire di più sulla prevenzione. Per molti rappresenta ancora una spesa, ma spesso non si fa un’analisi sui risultati e sui minori costi per il servizio sanitario. Bisogna ribaltare il paradigma: investire oggi per avere minori costi domani dovendo intervenire meno. Oggi questo approccio è stato in effetti rivalutato, ma i risultati li vedremo tra qualche anno».