Covid, un anno dopo
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Covid, un anno dopo

La riflessione di una giovane operatrice sanitaria degli Spedali Civili di Brescia

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Pubblicato il 18 Marzo 2021

Oggi è la Giornata nazionale delle vittime del Covid-19. Il presidente del Consiglio Mario Draghi è intervenuto a Bergamo all’inaugurazione del Bosco della Memoria, luogo simbolo per ricordare, sperare e ricominciare. Draghi ha ricordato la generosità e la solidarietà con cui la popolazione ha risposto alla tragedia ed in modo particolare ha sottolineato lo straordinario lavoro degli operatori sanitari.

Ed è ad uno di loro che anche noi vogliamo dare oggi la parola per sollecitare una riflessione quanto mai urgente alla luce dell’andamento della pandemia.

E’ la voce di Alice, 29 anni, infermiera agli Spedali Civili di Brescia, iscritta alla Cisl Funzione Pubblica. Ecco quanto ha pubblicato sulla sua pagina Facebook.

 

 

Non voglio abituarmi alla gente che muore in fame d’aria

 

È passato un anno e alcune cose sono cambiate. Non siamo più in un reparto moderno con spazi larghi, ma in uno dei reparti vecchi – la famosa Scala 4 – e non abbiamo più 30 ma 34 posti letto.

Non ci sono più gli applausi dai balconi, né i regali che arrivavano in reparto. Non siamo più sommersi da messaggi di vicinanza. Non siamo più eroi, anzi, addirittura, ci additano di seminare il panico quando invece “i pronto soccorsi sono vuoti” (commento di una mente eccelsa dei miei “amici” di Facebook… che forse non ha chiaro che in pronto soccorso i percorsi Covid e non Covid sono, per fortuna sua, differenti).

I social non sono più pieni delle fotografie delle cicatrici che le mascherine lasciavano sul volto (sì, le stiamo ancora usando, e sì, sono ancora fastidiose): la pelle si è abituata, si è irrobustita; anche gli occhiali sembrano non volersi più appannare!

Sta forse succedendo lo stesso al nostro cuore?

Non voglio abituarmi alla gente che muore in fame d’aria, a insacchettare le salme, a restituire ai parenti gli effetti personali delle vittime, senza fargliele vedere. Non voglio rassegnarmi a dire “lavoro in Covid”. Non voglio che diventi normale la tristezza dei pazienti ricoverati in isolamento, e non voglio abituarmi al tono disperato dei parenti che chiamano per avere informazioni.

Non voglio legittimare le contenzioni per trattenere anziani disorientati che se potessero avere la compagnia dei familiari forse sarebbero gestibili diversamente.
Non voglio rassegnarmi a considerare tutto questo normale.

Passiamo un’intera vita professionale a “prenderci cura”.
A volte servirebbe qualcuno che si prenda cura di noi.
In qualsiasi modo gli venga di farlo.