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Lavoro a distanza: entusiasmi e quadro normativo
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Lavoro a distanza: entusiasmi e quadro normativo

Smart working non significa dire addio all'ufficio. Ci sono regole da rispettare e tutele da garantire

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Pubblicato il 7 Novembre 2020

Ufficio addio, il post Covid sarà all’insegna dello smart working. Titola così questa mattina il Giornale di Brescia un ampio servizio dedicato al lavoro a distanza che la seconda ondata del Coronavirus ha riportato al centro dell’attenzione.

Nella normalità pre-Covid – scrive il quotidiano – solo il 5,3% delle aziende bresciane prevedeva lo smart working. Il lockdown della scorsa primavera ha cambiato radicalmente lo scenario: il lavoro agile è stato varato o intensificato nel 77% delle imprese manifatturiere, addirittura del 92% in quelle del terziario.

 

Occorre fare però grande attenzione

Ma il ricorso allo smart working deve essere accompagnato da una consapevolezza più precisa del quadro normativo, di quello esistente e di quello che va costruito alla luce delle trasformazioni in atto, ricorda il segretario provinciale della Cisl Alberto Pluda:

“Lo smart working non significa lavorare a casa, ma lavorare in parte in azienda in parte in altri luoghi che non sono l’azienda. Bisogna partire dal presupposto che vi è un rapporto di lavoro subordinato e quindi la necessità di normare lo smart working con una contrattazione collettiva.

Durante il primo lockdown il lavoro agile è stato in molti casi frutto di una decisione unilaterale. Il rischio è che senza una regolamentazione più stringente possano venire meno diritti dei lavoratori come il riposo, la sicurezza, gli orari di lavoro di lavoro ben definiti”.

 

Per un approfondimento del tema riproponiamo qui il video di Marco Lai, docente del Centro Studio Cisl, in occasione del convegno promosso dall’Università degli Studi di Brescia a fine giugno scorso.