Ma che smart! Telelavoro, poco più. La Cisl: torni ad essere contrattato

Alle luci e alle ombre dello smart working, la forma di lavoro che con il lockdown è letteralmente esploso (anche grazie al decreto del Governo che nella straordinarietà della situazione ha permesso alle aziende di farvi ricorso senza specifici accordi sindacali), è dedicata una doppia pagina de “La Voce del Popolo” di questa settimana. Prendendo spunto da una ricerca che ha coinvolto un campione rappresentativo di 100 piccole e medie imprese, il giornale elenca vantaggi e svantaggi del cosiddetto “lavoro agile”.

Per ragionare in termini sindacali sul fenomeno, “Voce” ha interpellato Paolo Reboni, segretario della Cisl bresciana ed esperto delle dinamiche del mercato del lavoro.

 

Più che altro si è trattato di telelavoro

Quello realizzato durante il lockdown era più che altro un telelavoro”, spiega il sindacalista. “Lo smart working, in fase pre covid, riguardava all’incirca 500mila persone in Italia. Con l’emergenza sanitaria la situazione è esplosa: è stato tutto improvvisato e impostato in maniera unilaterale, con una sostanziale deroga in bianco ai datori di lavoro”.

Il fatto è che lo smart working “presuppone una rigorosa definizione delle modalità di erogazione dei servizi, dei sistemi di valutazione delle prestazioni del personale, preceduta da un’accorata analisi degli ambiti dove queste modalità possono essere effettivamente attuabili senza penalizzare il risultato finale”.

Da qui le perplessità della Cisl e un forte richiamo a ricorrere a questa forma del lavoro come risultato della contrattazione.

 

 

 

 

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