Coronavirus (9). Stop da Brescia alle fake news arrivate fino in Senegal

Il vocabolario spiega così la parola psicosi: “Fenomeno di apprensione, timore, paura, individuale o collettiva, che assume aspetti quasi morbosi”. In Lombardia, dove presidente e assessore alla sanità della Regione si sono messi alla testa di una reazione al Coronavirus che a molti comincia ad apparire fortemente sovrastimata, è una condizione purtroppo diffusa, amplificata da una copertura da parte di stampa, radio, televisione e social media che appare talvolta ansiogena.

Delle ferite al tessuto sociale (incredibile l’episodio della famiglia di Codogno in vacanza a Ponte di Legno da prima dell’episodio di contagio nell’ospedale della cittadina, presa di mira da indigeni troppo zelanti o quello dei pullman di turisti veneti nel napoletano additati quasi fossero degli untori) e degli enormi danni economici ci si renderà conto solo nel medio e lungo periodo.

 

L’IMMAGINE DI UNA LOMBARDIA NEL CAOS 

Intanto, l’immagine di una regione nel caos e in preda al panico è andata ben oltre i confini europei. In Senegal, ad esempio, alcuni giornali hanno scritto che in Lombardia ci sono 23.000 senegalesi in quarantena, pronti a chiedere a Dakar un ponte aereo per il rimpatrio.

L’effetto domino dato dalle televisioni e dai social ha creato nel paese africano una enorme apprensione con una speciale attenzione sulla nostra provincia. Brescia, infatti, è il territorio che da sempre registra una grande presenza della comunità senegalese.

 

IN DIRETTA DA BRESCIA L’OPERATORE CISL
SPIEGA LA SITUAZIONE AI SUOI CONNAZIONALI

Moustapha Fall, 48 anni, senegalese di origine, cittadino italiano, da 12 anni impegnato come operatore nella Cisl bresciana, è un punto di riferimento per la comunità senegalese bresciana. Ieri sera è stato invitato dal canale televisivo satellitare A2i, il più seguito in Senegal, per parlare della situazione. “Ho spiegato che la notizia dei 23.000 senegalesi in quarantena è una falsa notizia – spiega l’operatore della Cisl, intervenuto dallo studio di A2i allestito nella sede dello SVI di Brescia – che il contagio da Coronavirus c’è ma è molto limitato e circoscritto, che la comunità senegalese bresciana è normalmente al lavoro e che a nessuno di noi è mai passata per la testa l’idea di chiedere alle autorità di essere rimpatriato”.

Fall ha parlato per tutta la trasmissione non in francese ma in wolof, la lingua più diffusa in Senegal, parlata da circa l’80% della popolazione: “Era il solo modo per arrivare direttamente alle persone e raccontare la situazione per quel che è”.

Sperando che basti. Perché ad appiccare il fuoco c’è voluto un attimo, ma spegnerlo appare un’impresa.

 

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