Furlan: dal Governo vogliamo una proposta chiara

Il quotidiano “La Stampa” pubblica oggi un’intervista ad Annamaria Furlan, segretario generale della Cisl, per fare il punto dopo le convocazioni delle parti sociali al Ministero dell’Interno, poi alla Presidenza del Consiglio e ancora al Viminale: “Il governo – chiede il giornalista – ha fatto passare mesi dando l’idea che potesse fare a meno di voi. Ora invece vi convocano un giorno si è l’altro pure. Cosa è cambiato?“. “Tireremo le somme a settembre” risponde la leader della Cisl. Ecco l’intervista.

 

PER SETTEMBRE CI VUOLE UNA PROPOSTA CHIARA

Senta Furlan, lunedì il presidente Conte ha ricevuto le parti sociali, ieri le ha incontrate il vicepremier Salvini: non le pare che ci siano troppe politiche economiche “diverse” dentro il governo?

Guardi, finora il Governo si è limitato ad ascoltare le proposte delle parti sociali. E’ un fatto sempre positivo confrontarsi. Ma al di là dei titoli e degli obiettivi, non ci sono ancora indicazioni precise su come si intende costruire la prossima manovra. Speriamo che a settembre il Governo faccia sintesi e ci presenti una posizione chiara che tenga conto delle proposte che abbiamo fatto.

Il ministro del Tesoro, Giovanni Tria spiega che le tasse si possono abbassare solo tagliando in altri capitoli del bilancio. La Lega esprime una concezione opposta: taglio della tasse in deficit.

E’ evidente che prima il Governo farà chiarezza, superando le sue diatribe interne, meglio sarà per il paese. Noi pensiamo che la manovra debba puntare ad una riduzione delle tasse per i lavoratori e per i pensionati che rappresentano l’85 per cento dell’erario pubblico. Ridurre le tasse è uno strumento di politica economica per sostenere i redditi, la domanda interna, la produzione e quindi anche l’occupazione. Si può trovare una posizione comune con l’Europa se al centro si mette la crescita produttiva, il rilancio degli investimenti, l’equità fiscale, la riduzione del divario nord-sud.

Quale strada si dovrebbe imboccare secondo la Cisl?

Le nostre priorità sono chiare: favorire la nascita di nuovi posti di lavoro stabili, far partire subito tutti i cantieri delle medie e piccole opere pubbliche bloccate dai veti e dalla burocrazia, detassare gli aumenti contrattuali e quelli degli accordi di secondo livello, ridurre in maniera strutturale il cuneo fiscale, accelerare le assunzioni nella pubblica amministrazione a partire dalla sanità dove sono a rischio i servizi essenziali. Così come è urgente la stabilizzazione del precariato nella scuola.

Non c’è il rischio che lo scontro interno al governo indebolisca l’Italia in Europa?

Siamo riusciti ad evitare il meccanismo di infrazione e questo è stato un bene per il Paese. L’Europa va vista come una opportunità di sviluppo e non come un nemico. Le forze politiche hanno il dovere di esprimere una posizione comune nell’interesse del paese che non può pagare il prezzo di questo continuo clima di rissa. E’ il richiamo che costantemente ha posto il Capo dello Stato.

Meglio il taglio del cuneo fiscale o dell’Irpef?

E’ un fatto importante che tutte le parti sociali chiedano oggi il taglio del cuneo fiscale. Ma questo non preclude un intervento di rimodulazione degli scaglioni e delle aliquote fiscale per lavoratori, pensionati e famiglie ma senza eliminare il bonus di 80 euro. Quelle risorse vanno preservate a favore dei lavoratori.

Negli investimenti l’Italia continua a essere il fanalino di coda dell’Europa. Se ne esce?

E’ uno dei punti chiave sul quale misureremo le scelte del Governo. Il livello di investimenti pubblici ed anche privati nel nostro paese è decisamente sceso negli ultimi anni. Bisogna puntare su innovazione, digitalizzazione e formazione, investendo seriamente sulle politiche attive, su una nuova alternanza scuola-lavoro. In altri Paesi europei è così, siamo in grave ritardo.

Quali dovranno essere le priorità della legge di stabilità?

Il lavoro dei giovani, soprattutto nel mezzogiorno, è la priorità. Dobbiamo fermare questo esodo continuo di migliaia di laureati e diplomati. Bisogna affrontare le 160 vertenze aperte al Mise, mettendo in campo una visione di politica industriale innovativa. Non bastano l’assistenza o i navigator. Bisogna creare le condizioni per rendere vantaggiosi gli investimenti, incrociare domanda e offerta di lavoro.

Il governo ha fatto passare molti mesi dando l’idea che potesse fare a meno di voi. Ora invece vi convocano un giorno si è l’altro pure. Cosa è cambiato?

I tavoli di confronto sono il frutto della grande mobilitazione del sindacato. Il Governo e le forze politiche si sono resi conto che senza consenso sociale, non si va da nessuna parte. Ma a settembre tireremo le somme.

 

 

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