Lavoro somministrato: tra Brescia e Milano perse 25mila opportunità

“Siamo preoccupati, e come noi sono preoccupati gli oltre 19.000 lavoratori bresciani che con il contratto del lavoro in somministrazione hanno un’occupazione tutelata e dignitosa, sono preoccupate le aziende. Quella che il Governo sbandiera come conquista rischia di avere conseguenze pesantissime sull’occupazione”. Questo dichiarava a novembre dello scorso anno Halyna Storozhynska, referente della Felsa Cisl – la federazione dei lavoratori in somministrazione, autonomi e atipici – intervenendo all’attivo provinciale unitario dei delegati Cgil Cisl Uil.

 

UNA FLESSIONE CHE POTREBBE AVERE UN PROFILO STRUTTURALE

Purtroppo i dati oggi i disponibili (si tratta di una elaborazione di AIB e Agenzie per il Lavoro) confermano che le preoccupazioni della Cisl erano più che fondate: nel quarto trimestre 2018 la domanda di lavoratori in somministrazione nella provincia di Brescia ha subito, una nuova e pesante flessione, rispetto allo stesso periodo del 2017 (-43%), accentuando quella già rilevata al termine del terzo trimestre 2018 (-26%).

Tutto ciò – si legge nella nota di accompagnamento all’elaborazione – getta delle “incognite sulla tonicità del mercato del lavoro nel prossimo periodo. La sensazione è infatti che le flessioni di questi ultimi mesi abbiano un profilo per certi versi strutturale“.

 

TRA BRESCIA E MILANO PERSE  25.000 OCCASIONI DI LAVORO

L’analoga rilevazione condotta nell’area milanese ha registrato risultati ancora più negativi: -58% nell’ultimo trimestre dello scorso anno, a fronte del precedente -37% (terzo trimestre). Sommando i dati di Brescia e di Milano, che insieme rappresentano il 65,2% del valore aggiunto lombardo e il 14,2% di quello nazionale, in un anno la richiesta di lavoratori in somministrazione da parte delle imprese bresciane e milanesi si è ridotta di oltre 25mila unità.

 

DI CHI E’ LA RESPONSABILITÀ?

Secondo Roberto Zini, vice presidente di AIB con delega a Lavoro, Relazioni Industriali e Welfare la flessione è dovuta innanzitutto al “peggioramento della congiuntura economica negli ultimi 6 mesi del 2018 rispetto allo stesso intervallo del 2017. A ciò si aggiunge il l’impatto negativo del cosiddetto Decreto  dignità, che ha irrigidito la buona flessibilità dei contratti a termine, soprattutto sulle causali dei ricorsi e la durata degli stessi”.

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