Industria 4.0 è anche terreno di opportunità
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Industria 4.0 è anche terreno di opportunità

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Pubblicato il 15 Agosto 2016

industria-4-0-536487.660x368La riflessione sul futuro del lavoro che abbiamo pubblicato ieri riproponendo un articolo di fondo del Giornale di Brescia, trova oggi sulla prima pagina del quotidiano Bresciaoggi una lettura che pur muovendo da un’ analisi simile approda a conclusioni differenti. L’editorialista – Carlo Pelanda, professore di scienze politiche specializzato in studi strategici, scenari internazionali ed economici – sottolinea che la quarta rivoluzione industriale solleva sicuramente preoccupazioni sulla perdita di posti di lavoro, ma che proprio sulle opportunità occupazionali apre anche tante opportunità.

Sono le stesse argomentazioni che la Cisl ha presentato in un recente convegno nazionale, sottolineando il valore della formazione quale strumento per cambiare la prospettiva apparentemente ineluttabile dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.

 

 

LA RIVOLUZIONE DELL’INDUSTRIA 4.0
di Carlo Pelanda

Molti chiedono cosa indichi il termine «Industria 4.0» che sempre di più appare sui giornali come novità in arrivo. Il nome nasce in Germania nel 2010 e indica una rivoluzione nei processi e nei prodotti dell’industria manifatturiera resa possibile dalle nuove tecnologie. Semplificando, la quarta rivoluzione industriale permetterà di costruire sistemi e componenti in modo più rapido e, soprattutto, con varianti personalizzate in modi impensabili oggi. Per esempio, un cliente chiede a un fornitore di variare il prodotto in un giorno. Ciò è oggi possibile in tre mesi. Domani lo sarà in poche ore. Come? Robotizzazione, processi iperflessibili; connessione istantanea tra tutti i fattori rilevanti e dialogo diretto tra macchine. Tale tecno-rivoluzione è il motivo principale per cui già dai primi anni del 2000 molte industrie residenti in nazioni con alti costi sindacali, per lo più in America, hanno riportato i loro impianti in patria, chiudendoli nelle aree in via di sviluppo: la possibilità di produrre in un sistema evoluto e così godere della super efficienza tecnologica rende meno rilevante l’incidenza del costo del lavoro. Tale fenomeno è chiamato «reshoring» e da qualche anno è visibile anche in Europa, particolarmente in Germania. Ciò impone all’industria italiana, di cui una gran parte fornisce componenti a quella tedesca, di adattarsi ai nuovi standard 4.0. E i produttori di sistemi dovranno fare lo stesso per restare competitivi. Cosa manca? Una rete con la capacità di trasmissione istantanea di quantità enormi di dati. Per fortuna è in costruzione (nuova rete con banda ultralarga in fibra ottica). Ma manca il capitale d’investimento per facilitare la trasformazione delle imprese, in particolare le più piccole, 3.0 o ancora 2.0 in aziende 4.0. Alcuni fondi privati si stanno muovendo, ma sarà necessaria una facilitazione normativa di cui il governo, pare, è consapevole. Le competenze, invece, per la robotizzazione e il disegno dei nuovi processi e prodotti ci sono e sono massime. Ma tali buone notizie sono ombreggiate dal timore che l’industria 4.0 toglierà lavoro a molti. Questa è solo paura del nuovo. Da un lato, i lavoratori dovranno essere meglio formati e ciò implica uno sforzo di qualificazione. Dall’altro, la nuova industria avrà bisogno di più addetti qualificati. Pertanto la novità va vista come opportunità di più lavoro e meglio remunerato e per questo sostenuta.

(da Bresciaoggi del 15 agosto 2016)