Il lavoro cambia o sta sparendo?
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Il lavoro cambia o sta sparendo?

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Pubblicato il 14 Agosto 2016

Job Creation.inddIl titolo della notizia è lo stesso che il Giornale di Brescia ha scelto per un editoriale di qualche giorno fa. Una riflessione che parte dalla contabilità degli esuberi nel mondo bancario per parlare del ruolo sempre maggiore dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. Non più e non solo nel manifatturiero ma anche in campi fino a ieri estranei alla quarta rivoluzione industriale. Si può condividere o meno il tono un poco apocalittico dell’editoriale, ma sulla questione, come dice l’autore chiudendo il suo articolo, “è bene cominciare almeno a ragionarci”.

 

IL LAVORO CAMBIA O STA SPARENDO?
di Gianni Bonfadini

Dunque, in sette anni sono spariti (o spariranno) 30mila bancari. Dodicimila dal 2013 ad oggi; altri 16mila da qui al 2020. Secondo i dati diffusi ieri dal sindacato, avremo 30mila addetti in meno in quello che, fino a qualche tempo fa, era un posto di lavoro considerato d’oro, dalla classica e inossidabile sicurezza, magari un poco «grigio» ma fra i meglio pagati del terziario.
Lavorare in banca ha sempre avuto il vantaggio dell’essere sicuri come lavorare al ministero, ma con stipendio quasi doppio.
Ovvio: su quel che accade alle banche italiane (ma in molte altre parti del mondo è già capitato) c’entra naturalmente la crisi che ha generato molti crediti difficili, ridotto i margini, affossato i bilanci eccetera eccetera.

Ma qui c’entra altro. C’entra, per dirla in maniera un po’ generica, che in banca ormai imperano l’on line, le app, l’algoritmo. Tutto o quasi si può fare da casa: aprire un conto corrente, gestirlo, pagare le bollette, verificare quel che si spende e quel che si deposita, comprare e vendere azioni e titoli.

Da qualche tempo si è robotizzata anche la consulenza finanziaria: consigli, suggerimenti, analisi su Borse o monete non le fa più un analista in carne ed ossa, ma un software. Non è futuro: è qui, una banca pubblicizza il nuovo servizio sulle nostre tv. E quindi e inevitabilmente, se in banca va meno gente e se molti servizi sono «automatici», affidati a software e algoritmi, le filiali si chiudono (4mila sportelli negli ultimi sei anni) e la gente viene messa in pensione o perde il posto.

I 30mila bancari senza posto sono in qualche modo emblema del lavoro che scompare per effetto essenzialmente delle cosiddette nuove tecnologie che ruotano attorno ad internet e alla robotica e che colpiscono quel che una volta era il settore che assorbiva i posti di lavoro che venivano a mancare nel manifatturiero grazie a quella che era la seconda (o terza) rivoluzione industriale: l’arrivo delle macchine prima e dell’automazione industriale poi.

Adesso si va oltre: sono i colletti bianchi a perdere posti, non più o non solo quelli blu; le macchine non entrano più nelle fabbriche per alleviare fatiche, adesso i software e gli algoritmi rubano mestieri intellettualmente gratificanti. È il Terziario sotto attacco. Non vale solo per i bancari. Ci sono – ci siamo – dentro tutti: avvocati, giornalisti, insegnanti, consulenti finanziari e non, interpreti, commercianti, taxisti, albergatori, camionisti o medici come racconta il problematico libro di Riccardo Staglianò «Al posto tuo!» e come abbiamo ricordato ieri sul giornale con la storia di Watson, il megacomputer che fa diagnosi mediche. Il malato ci guadagna, ma il lavoro si perde.

Tutti siamo a rischio. Entro mezzo secolo, i tre quarti delle attività che oggi facciamo saranno automatizzate. I robot per la casa – emblema e fantasma ad un tempo del nuovo – fra poco più di un anno verranno prodotti e venduti anche in Italia da un gruppo di scienziati genovesi ad un prezzo più che abbordabile. Robot, software, algoritmi, sensori: una tecnologia invasiva e affascinante che rischia di creare poche posizioni di alto livello e molte di basso profilo tagliando il grosso degli intermedi, della classe cosiddetta media. Come andrà lo si vedrà «solo vivendo» come cantava Lucio Battisti. Ma sin d’ora è bene cominciare almeno a ragionarci.

(dal Giornale di Brescia del 12 agosto 2016)