Case popolari: punto per punto le critiche sindacali alla riforma della Regione
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Case popolari: punto per punto le critiche sindacali alla riforma della Regione

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Pubblicato il 27 Novembre 2015

case popolari a bresciaCgil Cisl Uil e i rispettivi sindacati degli inquilini scendono in piazza martedì 1 dicembre contro il progetto di riforma sulle case popolari varato dalla Giunta di Regione Lombardia [clicca QUI per scaricare il volantino]. Le motivazioni – una legge che stravolge le finalità sociali e di servizio dell’edilizia residenziale pubblica, sbagliata e discriminatoria – sono state presentate questa mattina in una conferenza stampa delle organizzazioni sindacali bresciane alla quale hanno preso parte per il Sicet Cisl di Brescia il responsabile Fabrizio Esposito e per la Cisl provinciale il segretario Francesco Diomaiuta.

LA REGIONE VIENE MENO AD UN DOVERE ISTITUZIONALE
La Regione – ha spiegato Esposito, responsabile del Sicet Cisl Brescia – sembra rinunciare all’obiettivo istituzionale del sistema di edilizia residenziale pubblica che è quello di garantire una casa ai ceti meno abbienti. La riforma , infatti, limita l’accesso agli alloggi popolari da parte delle famiglie più indigenti, e quindi non in grado di garantire una quota significativa di partecipazione alla spesa, scaricando sui Comuni gli oneri per l’assistenza delle famiglie più povere”.

DISTINZIONI PERICOLOSE
Il progetto della Regione inserisce poi una distinzione fra ‘servizi abitativi pubblici’ destinati alle famiglie in stato di disagio e ‘servizi abitativi sociali’ riservati a coloro che hanno una capacità economica più consistente. “In questo modo però – ha sottolineato ancora il responsabiole del Sicet – viene spezzata l’unitarietà del patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica e viene aperta la strada ad una gestione che non procede rigorosamente in base alla misurazione del bisogno effettivo, consentendo l’utilizzo di alloggi già costruiti per i meno abbienti a chi è in grado di pagare canoni più elevati”.

SARA’ IL BILANCIO E NON LE POLITICHE A FISSARE I CANONI SOCIALI
Ma la riforma delegifica anche l’intera disciplina del canone sociale. “In concreto – denunciano i sindacati – significa che saranno le esigenze di bilancio della Regione a determinare di volta in volta il livello di partecipazione alla spesa di chi abita una casa popolare. Uno stravolgimento che introdurrà elementi di incertezza per nuclei familiari che già devono fare i conti quotidianamente con seri problemi di sussistenza”.

APERTURA AI PRIVATI CON TANTI DUBBI
La riforma viene contestata anche perché apre ai privati la gestione delle case popolari . “Una scelta poco opportuna – ha fatto osservare Fabrizio Esposito – e non certamente per una pregiudiziale ideologica quanto piuttosto per il fondato timore che non potranno essere rispettati gli standard di servizio che il privato si dovrà accollare: privatizzare la gestione ha senso soltanto se vengono realizzati risparmi di spesa pubblica o se viene migliorata la qualità del servizio a parità di costo ma, ammesso anche che la gestione privata abbia una marcia in più rispetto a quella pubblica, vanno tenute in debito conto le caratteristiche specifiche del comparto e dell’utenza per cui non ci pare che vi siano margini per consentire agli investitori privati di realizzare anche un ritorno economico”.