Morti bianche. L’editoriale di Voce è per le vittime degli infortuni sul lavoro

voce01L’editoriale del numero di Voce del Popolo uscito oggi dalla tipografia è dedicato al dramma delle morti sul lavoro. A Brescia le ultime vittime sono il vigilante travolto da un cancello ad Artogne e un operaio di Botticino che lavorava nelle cave di marmo. A firmare il pezzo di prima pagine del settimanale diocesano è Pietro Mercandelli, già presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del Lavoro.

 

MORTI BIANCHELa Voce del Popolo 24 ottobre 2013

Ancora morti sul lavoro a Brescia. Le ultime vittime sono: il vigilante travolto da un cancello ad Artogne e un operaio di Botticino che lavorava nelle cave di marmo. Il primo aveva 56 anni. Il secondo 42 e lascia la moglie e due figlie in tenera età. Ennesime storie di una strage che non conosce tregua. Per l’ennesima volta, loro malgrado, ne sono protagonisti persone che muoiono mentre svolgevano il loro lavoro e altre che hanno riportato invalidità permanenti.

Il mio pensiero è a loro e subito dopo alle famiglie travolte da un dolore immenso che nessun risarcimento potrà mai colmare, al loro smarrimento, alla solitudine e all’incertezza del futuro. Sembra opportuno all’indomani della Giornata in ricordo delle vittime del lavoro, celebrata anche a Brescia domenica 13 ottobre, in contemporanea nazionale, riflettere sui dati che periodicamente vengono comunicati, a volte con troppa enfasi a secondo dei momenti, dagli enti preposti a monitorare il grave fenomeno degli infortuni sul lavoro in Italia.

È vero che il numero degli incidenti è diminuito rispetto al passato, dovuto anche alla contrazione delle ore lavorate, alle aziende che chiudono e alla legislazione in vigore, ma senza dimenticare che, soprattutto nella provincia di Brescia, l’incidenza in percentuale è sempre molto alta.

Non si tratta solo di applicare la legge vigente e perseguire chi non lo fa, credo serva ben altro. Negli anni trascorsi alla presidenza nazionale dell’Anmil più volte ho sottolineato che manca la formazione e l’informazione ai lavoratori in azienda, che non bisogna mai sottovalutare il rischio e quindi conoscerlo, l’assuefazione alla mansione e il comportamento sono fonte costante di pericolo, come pure l’incentivazione economica.

Sono consapevole che a quest’ultima affermazione mi si può obiettare che la necessità di maggiore guadagno per il lavoratore, oggi più evidente con la conservazione del posto, porta a superare in molti casi la prevenzione e sicurezza del rischio, ma è più importante mantenere la propria incolumità fisica. Serve uno sforzo congiunto da parte delle organizzazioni sindacali per ribadire che la sicurezza sul lavoro deve essere sempre al primo posto nella contrattazione e dai datori di lavoro per superare il concetto a volte ancora presente che tutto ciò è un costo e non una risorsa.

L’altra riflessione riguarda la tutela dei lavoratori vittime di infortuni. Il testo unico sull’assicurazione degli infortuni è del 1965, è evidente che deve essere aggiornato perché il mondo del lavoro è cambiato, con il decreto legge 38/2000 è stato parzialmente rivisto il sistema di indennizzo e tutela dei lavoratori, ma ancora è insufficiente a garantire un minimo ristoro economico agli infortunati, ai superstiti e chi contrae la malattia professionale. Concludo ricordando che il lavoratore infortunato subisce non solo il danno fisico che pregiudica la sua vita, l’attività lavorativa, in molti casi la difficoltà di trovare una nuova professione, ma pure, e non è poco, un danno psicologico che lo rende più debole e con meno autostima. Insomma, mentre piangiamo le vittime del lavoro, resta ancora molto da fare.

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