La relazione congressuale di Enzo Torri

Oggi nasce una organizzazione con una rappresentanza molto importante – ha detto Enzo Torri, Segretario generale della Cisl di Brescia, aprendo la relazione congressuale davanti ai 240 delegati dei due territori, Brescia e Valle Camonica-Sebino – merito dei nostri delegati nei luoghi di lavoro e degli attivisti dei pensionati sul territorio che cercano soluzioni ai bisogni e alle aspettative senza lasciarsi tentare dalla semplice registrazione dei malumori. La strada della Cisl è quella del confronto, della trattativa, della proposta piuttosto che quella della protesta che lascia i problemi senza risposta, senza soluzioni”. Un primato della concretezza reso ancora più esplicito dallo slogan del Congresso: “Il futuro non si aspetta, si costruisce”.

Riprendiamo di seguito, in estrema sintesi, alcuni dei passaggi della relasione del Segretario Torri.

SOLO SINDACATO – Non dobbiamo avere timore di continuare a fare e ad essere solo e soltanto sindacato. C’è chi in maniera del tutto legittima ha scelto di fare più politica che sindacato, subordinando ad un preciso disegno politico i suoi comportamenti sindacali. Da qui l’abbandono sempre più frequente dei tavoli di trattativa: l’impressione è che tanto più complessa e difficile si faccia la partita tanto maggiori siano i pretesti per non assumersi le responsabilità della scelta, rimandando in continuazione le decisioni. Ma i problemi che abbiamo di fronte non ci consentono di lasciare senza risposta le situazioni per molti versi drammatiche che si trovano a vivere i lavoratori, i giovani, i pensionati, le fasce deboli della popolazione. Non si può fare gioco di sponda con una parte politica (che nel frattempo si è cercato di condizionare) rimandando ad essa la risposta ai problemi. Fino a che punto è utile per i lavoratori un sindacato che agisce per conto di questo o quello schieramento politico?

LA CISL STA CON I LAVORATORI – La Cisl non ha né vinto né perso, perché la Cisl non sventola nessuna bandiera se non quella dei lavoratori e del lavoro, dei giovani in cerca di lavoro e di futuro, dei pensionati e degli anziani che hanno il diritto di qualche sicurezza, tutti da rappresentare e tutelare contrattando con chiunque avrà la responsabilità di fare un Governo.

NOI E LA CRISI – Più volte abbiamo evidenziato la grande capacità degli imprenditori bresciani che insieme alla professionalità e alla dedizione dei loro lavoratori hanno reso grande economicamente la nostra provincia, puntando sulla volontà delle singole imprese e perciò dei singoli imprenditori. Questo modello si scontra oggi con una nuova dimensione del mercato che richiede un gioco di squadra capace di coinvolgere imprese, lavoratori imprenditori, territori, istituzioni, enti formativi (università e scuole professionali). Senza dimenticare il ruolo del mondo del credito per favorire e sostenere investimenti tesi alla crescita occupazionale.

L’andamento della crisi economica e occupazionale ci dice che i problemi che abbiamo di fronte vanno affrontati con maggiore determinazione e che la via del conflitto fra capitale e lavoro, che ha caratterizzato gli anni della nostra crescita economica, non è la strada per trovare la risposta più giusta ai bisogni dei lavoratori e alle necessità delle imprese.
Per la Cisl, per la sua storia, per il suo modello sindacale, tutto questo significa fare sindacato fino in fondo, assumendosi le proprie responsabilità, non cercando alibi o scorciatoie. Un modello, quello della partecipazione, che esige trasparenza di comportamenti a tutte le parti in causa e coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte e nelle decisioni.

DA 6 a 44 MILIONI DI ORE DI CASSA INTEGRAZIONE – I recenti dati dell’Inps ci ricordano che dalle circa 6 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate nel periodo pre-crisi (anno 2007) siamo passati nel 2012 a 44 milioni di ore autorizzate nelle sue tre forme (ordinaria-straordinaria-in deroga). Significa che ogni mese oltre 44.000 lavoratori sono stati coinvolti dalla cassa integrazione, famiglie con meno reddito che vedono con preoccupazione il loro futuro. Sempre dall’Inps ricaviamo i dati, e questi sono ancora più drammatici, della disoccupazione: dai 20.332 disoccupati del 2008 siamo passati a 37.351 nel 2012; rispetto al 2011 l’incremento del numero dei senza lavoro è stato del 29,6%.

Dalle rilevazioni dell’Osservatorio lavoro della Provincia – verso la quale non nascondiamo il nostro disagio per l’indifferenza, la voglio chiamare così, che ha mostrato in questi anni nel rapporto con le organizzazioni sindacali – registriamo i dati dei lavoratori in mobilità: 15.436 nel 2012, in crescita di oltre il 10% rispetto al 2011, dati che ci rivelano anche un doppio binario di protezione che vede oltre il 77% di questi lavoratori privi di sostegno economico, essendo solo il 23% coperto dalle norme indennizzate della legge 223 che sostiene con reddito anche fino a tre anni questi lavoratori.
Da questi dati emerge ancora che il 40% degli iscritti alle liste è un lavoratore straniero, con le ulteriori e drammatiche ricadute relative ai permessi di soggiorno e per chi non ha reti familiari.
Sono dati che portano la nostra provincia a conoscere un tasso di disoccupazione intorno al 7%, molto lontano dai tassi fisiologici del 3,5% – 4% conosciuti stabilmente nel periodo pre-crisi.

POLITICHE ATTIVE PER IL LAVORO – C’è un problema di ammortizzatori sociali per sostenere nel breve periodo il reddito, ma c’è da affrontare più in generale un sistema di politiche attive del lavoro che non si limiti a “parcheggiare” il lavoratore provvisoriamente, ma che lo sostenga nella ricerca di nuova occupazione e nella eventuale formazione necessaria per una riqualificazione, individuando e certificando la qualità e i risultati di enti formativi che non siano solo orientati al bisogno di sostenere se stessi.
Troppe sono le situazioni di lavoratori che, obbligati alla formazione, sono stati costretti a ripetere più volte gli stessi corsi, magari pure ininfluenti rispetto alle proprie necessità di crescita professionale. E’ un problema di funzionamento del collocamento pubblico ma anche di una efficace sinergia con l’offerta privata. La precarietà si contrasta anche con questi strumenti.

SINDACATO E UNITA’ – Abbiamo la consapevolezza che le dimensioni dei problemi che stiamo vivendo, che stanno vivendo lavoratori e pensionati, necessiterebbero di una maggiore coesione fra le forze sindacali che li organizzano. Non parlo dell’unità sindacale che in passato abbiamo pure conosciuto, ma almeno di qualche livello minimo di unità d’azione dove sia possibile confrontare le proprie idee e poi agire, nel rispetto della dignità di ognuna delle posizioni in campo. Purtroppo a Brescia anche questo sembra un percorso impraticabile. Se Bonanni, Camusso e Angeletti stanno cercando terreni unitari sul tema della rappresentanza e delle democrazia sindacale, a Brescia la Cgil si affretta a proclamare il suo personalissimo sciopero generale. Il tutto condito dal vittimismo accusatorio sulla presunta esclusione dai tavoli di trattativa, ben sapendo che ciò deriva dalle sue scelte, dalla mancata assunzione di responsabilità, dall’abbandono dei tavoli di confronto. La verità è che la Cgil si autoesclude, e se deve prendersela con qualcuno è bene che se la prenda con se stessa perché tutto deriva dalla sua stessa azione referendaria del 1995 che modificando il testo originale dello Statuto dei lavoratori (che assegnava ai sindacati maggiormente rappresentativi la titolarità della contrattazione), limita ai soli firmatari dei contratti il diritto di rappresentanza contrattuale. Se tutti quelli che danno corda e rilievo al vittimismo della Camera del Lavoro ricordassero questa genesi, forse avremmo meno confusione in giro e un po’ più di chiarezza sulle culture sindacali in campo.
Siamo i primi a dire che la crisi, la necessità di accompagnare la ripresa economica e di ripensare, anche a Brescia, il nostro modello di sviluppo avrebbe bisogno di unità tra le sigle sindacali. Alla luce delle cose che ho ricordato mi pare difficile, ma non ho alcun problema a ribadire che resta una prospettiva auspicabile.

UN’OCCASIONE MANCATA – Per quanto ci riguarda a Brescia abbiamo tentato un percorso per stabilire un modello di relazioni industriali più aderente a questi tempi difficili, basato su uno snodo essenziale: valorizzare la contrattazione nelle aziende con processi più partecipativi, in grado di aiutare quel recupero di produttività che le imprese devono realizzare, attraverso investimenti necessari che devono trovare nei lavoratori degli alleati che condividono l’obiettivo, ricercando insieme, lavoratori e imprese, le soluzioni più adeguate.
La Cisl ha presentato una propria proposta alle altre organizzazioni sindacali e all’Associazione Industriale Bresciana: purtroppo l’indisponibilità della Cgil ha impedito il proseguimento del confronto e l’Aib non ha ritenuto utile concludere un accordo. Un’occasione mancata, anche perché ci sembra contraddittorio continuare ad attaccare indistintamente il sindacato per le sue posizioni considerate rigide e poi sottrarsi al confronto con chi propone percorsi dignitosi per lavoratori e impresa. Qualcuno dice che forse i tempi non sono ancora maturi; auguriamoci di non arrivare troppo tardi.

IN FAVORE DEI LAVORATORI PUBBLICI – Se tutto questo riguarda particolarmente i settori del privato, in tempi di sostenibilità della spesa pubblica dettati dal rigore imposto dall’Europa, dei tagli indistinti della stessa, la condizione dei lavoratori pubblici non appare certo così tranquilla e serena come lo è stata in passato: crediamo che su questi lavoratori si siano scaricate le colpe dell’incapacità della politica nella gestione di questo grande comparto da cui dipende tutto il nostro sistema di welfare: sanità, scuola, giustizia, uffici pubblici in generale.
In dieci anni la spesa pubblica è cresciuta del 45% a fronte di in calo, in cinque anni, dei dipendenti pubblici del 7% con i contratti nazionali ormai fermi da due tornate. Basta questo dato a dimostrare dove cercare gli sprechi della pubblica amministrazione.
La Federazione Cisl del pubblico impiego ha chiesto un confronto aperto con tutte le amministrazioni pubbliche, con le istituzioni, per individuare insieme le diseconomie e gli sprechi salvaguardando la qualità dei i servizi al cittadino anche attraverso aggregazioni fra Comuni. Una sfida che purtroppo trova poca disponibilità delle controparti politiche, proprio perché scalfisce poteri e discrezionalità dietro cui si nascondono incapacità gestionali diffuse.

PENSIONI, UNA RIFORMA DA RIFORMARE – Il tema delle pensioni rappresenta nel nostro paese un argomento su cui si sono cimentati diversi Governi negli ultimi venti anni, nelle duplice versione che riguarda coloro che sono già in pensione e di coloro che la inseguono, spesso in una rincorsa continua a traguardi mobili. La recente riforma Fornero è indubbiamente la più pesante per i problemi ancora aperti: pensiamo agli esodati, migliaia di lavoratori per i quali una legge, successiva alla loro decisione, ha lasciato senza lavoro, senza sostegno di reddito, senza pensione; un intollerabile situazione dovuta anche all’assenza di un confronto che il governo Monti ha voluto evitare con le organizzazioni sindacali.
Continueremo la nostra pressione fino a quando questo problema non troverà adeguata soluzione, per un principio di correttezza fra Stato e cittadino che non può mettere in discussione atti già avvenuti. L’altro aspetto della riforma, ancora più grave, riguarda un innalzamento troppo rapido dei livelli di accesso sia per l’età anagrafica che per gli anni di contribuzione necessaria, senza distinguere la sopportabilità dei diversi lavori per lo svolgimento dei quali l’età ha indubbiamente un peso. Va perseguita la strada che consenta una maggiore flessibilità nella scelta di uscita anche favorendo una gradualità, con part time che non compromettano il valore del calcolo della pensione, prevedendo il contemporaneo inserimento di giovani che affiancano questo percorso.

LA CONDIZIONE ANZIANA E LA CONTRATTAZIONE SOCIALE – L’altro versante di questo tema riguarda coloro che la pensione la percepiscono. I recentissimi dati Inps di Brescia ci confermano che, anche nel 2012, circa il 70% dei pensionati bresciani non arriva ai 1000 euro al mese, la metà di questi ha meno di 500 euro con una forte differenza fra i sessi a discapito delle donne. Le strade da percorrere per migliorare questa situazione vanno necessariamente in più direzioni a partire da una restituzione fiscale, agendo su aliquote e detrazioni con l’attenzione alle situazioni più critiche come la non autosufficienza e la disabilità, un alleggerimento delle tasse che sarebbe non solo un fatto economico utile e necessario ma un atto di equità in un Paese in cui il 10% della popolazione detiene il 46% della ricchezza totale, mentre il restante 50% dispone del 9,4% della ricchezza complessiva.

Importante è il ruolo della contrattazione sociale fatta dal sindacato dei pensionati che da anni ha dimostrato di poter intervenire efficacemente sulle singole amministrazioni comunali, individuando nelle specifiche comunità le priorità da difendere. Spiace a questo proposito constatare l’indisponibilità, ormai da due anni, della rappresentanza dei Comuni bresciani a ricercare accordi di linee guida che agevolerebbero, senza ledere alcuna autonomia, il confronto con i singoli Comuni.
L’esperienza della contrattazione sociale di questi anni, rivolta prioritariamente alla condizione dei pensionati, ha però posto premesse importanti, esperienze utili che oggi ci sostengono nell’ampliare la nostra iniziativa sull’insieme della disponibilità dei servizi ai cittadini a fronte della revisione della spesa pubblica che, come abbiamo già visto, ha tagliato indistintamente i finanziamenti che privano spesso il territorio di adeguate tutele.

RIPROGETTARE IL WELFARE – Oggi il disagio sociale sta assumendo i connotati di una vera emergenza e la risposta a questa situazione va ricercata in un complesso di politiche che vanno tra loro coordinate; in particolare le politiche socio-assistenziali svolgono un ruolo determinante, ma evidenziano anche la necessità di essere integrate con le politiche del lavoro, del credito, della casa, della scuola, della sanità, evitando il pericolo di frammentare i bisogni e le conseguenti risposte. Contemporaneamente dobbiamo respingere con forza la tesi secondo cui gli investimenti nelle politiche sociali sono un freno alla competitività proponendo invece di tenere insieme sviluppo sociale, sviluppo economico e valorizzazione della persona.
Occorre immaginare azioni politiche che riescano a mobilitare meglio le attività di tutti coloro che sono in campo a produrre servizi di welfare con un maggior coordinamento e maggiore ottimizzazione. Significa che dobbiamo appropriarci del nostro destino collettivo, smettere di pensare che il faro sia solo la pubblica amministrazione: va perseguita la strada della co-progettazione e decidere insieme cosa la pubblica amministrazione deve continuare a fare (cioè tutelare i bisogni fondamentali dei cittadini facendosene carico) e cosa, sotto il suo coordinamento e nella garanzia della loro efficacia, possono fare soggetti terzi (privati, mondo della cooperazione, terzo settore).

LA SOTTOVALUTAZIONE DEL PROBLEMA ABITATIVO A BRESCIA – Nella ricerca che la Cisl ha svolto con il Politecnico di Milano sui bisogni abitativi a Brescia emerge chiaramente la divaricazione tra ciò che serve (edilizia sociale) e ciò che il mercato offre e che resta ovviamente invenduto (edilizia privata a costi troppo elevati): la ricerca stima una richiesta di 134.000 alloggi popolari nei prossimi cinque anni per i quali mancano però sia la volontà politica che le risorse pubbliche per realizzarli.
La situazione è già oggi preoccupante con oltre 2000 sfratti esecutivi sul territorio provinciale, triplicati dall’inizio della crisi, di cui un terzo nel capoluogo. Sono situazioni che riguardano molti cittadini immigrati, ed è da loro che verrà il 40% della domanda di edilizia residenziale pubblica dei prossimi anni.

COSA SUCCEDE ATTORNO ALL’IMMIGRAZIONE? – La crisi colpisce in modo pesante i lavoratori immigrati. Ai gesti clamorosi e oggettivamente controproducenti successi a Brescia, la Cisl ha preferito sempre una risposta concreta ai problemi, assumendosi la responsabilità di seguire le persone e le loro situazioni. Certo fanno anche qui più clamore i ricorsi ai tribunali ma sono molte di più le azioni che nel silenzio della quotidianità accompagnano a soluzione i tanti problemi che un cittadino straniero deve affrontare per integrarsi in questa sua nuova realtà.
Nelle varie categorie della Cisl di Brescia, sono presenti in qualità di soci circa 9 mila lavoratori stranieri: sono persone che oltre alla necessità di avere risposte sul versante contrattuale e del lavoro in genere hanno tutta una serie di bisogni legati all’espletamento delle pratiche burocratiche necessarie alla permanenza nel nostro paese ma soprattutto ci spronano a mettere in campo una serie di azioni culturali per creare le condizioni favorevoli alla loro integrazione cercando di favorire il più possibile la loro partecipazione attiva agli organismi della Cisl.
I nostro impegno è che gli immigrati possano sentirsi effettivamente cittadini di questo Stato contribuendo alla promozione di una cultura fondata sul rispetto della dignità della persona, contrastando qualsiasi discriminazione e lavorando per la costruzione di un modello sociale che sia davvero inclusivo.

UNA CISL PIU’ PRESENTE SUL TERRITORIO – La riorganizzazione dei territori sindacali Cisl si allargherà in futuro anche alle categorie. Nel percorso congressuale che le categorie hanno avviato sono stati delineati i possibili nuovi accorpamenti che vedranno una riduzione dalle attuali 18 a 6, 7 grandi categorie. Ciò che stiamo attuando e delineando nel breve futuro non è solo una scelta tecnica ma risponde soprattutto alla esigenza della Cisl di essere sempre di più sul territorio, nei luoghi di lavoro.
L’inclusione di norme vincolanti che prevedono che almeno il 40% degli organismi della Cisl provinciale venga composto da rappresentanti provenienti dai luoghi di lavoro rappresenta una forte novità per un maggior coinvolgimento diretto dei delegati nel governo dell’organizzazione.

SINDACATO E’ PARTECIPAZIONE – Io penso che la Cisl bresciana, a partire dai suoi delegati, dagli operatori, dai collaboratori e dall’insieme del gruppo dirigente, saprà costruire il futuro, per i tanti bresciani che ci danno fiducia, che ci chiedono di rappresentarne interessi e speranze, per tutti coloro che incrociamo ogni giorno nei luoghi di lavoro, iscritti e non iscritti, ma che guardano a noi per avere un riferimento di buon senso e di buon sindacato.
Comincia un’avventura nuova che pure viene da lontano, quella della Cisl provinciale di Brescia, la dimensione territoriale originaria della Cisl. Tocca a noi farne qualcosa di grande, valorizzando con orgoglio ciò che siamo stati e ciò che siamo, ciò che vogliamo essere e che vogliamo contribuire a fare.
“La speranza è un filo invisibile che lega i sogni alla loro capacità di realizzarsi” ha scritto un poeta. Noi lavoriamo perché quel filo non si spezzi mai, perché tutti possano averlo tra le mani e sentirsi parte di un destino comune, di un futuro da costruire insieme.

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