Bonanni: l’accordo sulla produttività funzionerà anche senza la Cgil

“C’è una ruota del carro che ogni volta ha bisogno di assistenza. E malgrado l’assistenza, non si rimette mai in moto”. Risponde così il Segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni alla domanda de ildiariodellavoro.it sulla mancata firma della Cgil all’accordo sulla produttività. Bonanni si dice anche certo che l’intesa funzionerà, anche sena la Cgil.

 

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La Cisl ha firmato, assieme alla Uil, l’intesa sulla produttività. La Cgil per ora non ha firmato, né si sa se lo farà. Si profila dunque un altro accordo separato. Sembra passato un millennio dal giugno 2011, quando tutte le parti sociali, sindacati e imprese, firmarono un accordo importante, che arrivava nel momento in cui partiva la corsa dello spread e l’Italia rischiava di saltare. Oggi, dopo un altro anno di crisi, la stessa magica intesa non si riesce a ricostruire, e la Cgil resta ancora una volta fuori. Come mai, Raffaele Bonanni?
Le parti sociali fanno il loro dovere, come sempre. Ma c’è una ruota del carro che ogni volta ha bisogno di assistenza. E malgrado l’assistenza, non si rimette mai in moto.

Ma lei crede che possa funzionare un accordo così ambizioso senza la firma della Cgil?
Certamente. Del resto, il premio di produttività incentivato lo stiamo già praticando da tre anni. Mi faccio vanto di aver convinto, a suo tempo, l’ex ministro Tremonti ad introdurlo. Ed ha avuto un grandissimo successo tra i lavoratori. Quindi, nessun dubbio. Funzionerà anche senza la Cgil.

Dietro i dubbi di Susanna Camusso qualcuno intravvede un calcolo politico, per esempio la volontà di attendere la primavera, che porterà probabilmente un governo “amico”. Lei condivide questa chiave di lettura?
Come segretario della Cisl ho vissuto anche l’esperienza del governo Prodi, e ricordo che anche in quel caso abbiamo avuto problemi con la Cgil. Quindi, non è questione di governi amici, ed è comunque un errore leggere tutto in chiave politica. La questione è molto più semplice, e purtroppo anche più cruda: la verità è che c’è qualcuno non riesce a essere ragionevole nemmeno di fronte a una crisi così profonda, e nemmeno di fronte ai due miliardi in tre anni che il governo mette a disposizione.

L’accordo prevede che gli aumenti salariali siano legati alla produttività, e lei stesso sostiene da tempo che la ricchezza va presa dove si crea, cioè in azienda. Ma cosa accade ai lavoratori che hanno la disgrazia di lavorare per aziende “povere”, dove non si crea ricchezza sufficiente?
Le rispondo con le parole di Giulio Pastore, anno 1951: è triste quel lavoratore che riceve uno stipendio che la sua azienda non può permettersi di pagare. Se una azienda non fa soldi, ovviamente non può distribuirne. Se lo facesse, chiuderebbe i battenti, e quei lavoratori perderebbero il lavoro, diventando ancora più poveri.

Tenendo conto della forte disoccupazione e dell’impoverimento generale del paese, lei pensa che sarebbe utile l’introduzione di un salario minimo garantito?
Uno stipendio minimo garantito non è applicabile in un paese come l’Italia, che ha un sistema duale, nord e sud. Sarebbe possibile, e probabilmente utile, in Friuli, ma sarebbe un disastro nel mezzogiorno. Abbiamo già la migliore cassa integrazione del mondo, ed è più che sufficiente.

Un’ultima domanda. Cosa pensa della ripicca di Marchionne sul caso Pomigliano? Non le sembra una posizione indifendibile?
Io non ho mai difeso Marchionne. Anzi, al tavolo delle trattative ci parliamo molto poco, non ci siamo simpatici, diciamo. Però difendo la Fiat, la sua produzione in Italia. Perderla, per il paese sarebbe catastrofico. E la difenderò sempre, per questo motivo.

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