La Cisl per gli Amministratori di sostegno | Scopri di più

Ideal Standard: sospesa la chiusura degli stabilimenti di Brescia e Novara
TORNA INDIETRO

Ideal Standard: sospesa la chiusura degli stabilimenti di Brescia e Novara

3 min per leggere questo articolo

Pubblicato il 15 Luglio 2009

Stop alla procedura di cassa integrazione per 1750 lavoratori dell’Ideal Standard e la chiusura degli stabilimenti di Brescia e Gozzano (Novara).

Sono stati salvati per il momento anche gli oltre 600 lavoratori dichiarati in esubero. Riferisce Angelo Colombini, segretario nazionale Femca , il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia ha fatto queste proposte all’azienda. Ed ha rinviato ogni decisione al prossimo incontro, fissato per il 31 luglio. “Nella riunione di oggi al Ministero di via Veneto .- aggiunge Colombini – si è anche deciso di fissare tre incontri per discutere di logistica, del settore commerciale e di quello industriale. Saranno appuntamenti importanti per rivedere il piano industriale”. Di questi problemi i sindacati da tempo avevano segnalato le criticità. Così come l’assenza di investimenti ha portato la direzione del Gruppo a mettere in crisi un patrimonio ed un marchio di valore per il nostro Paese. Il Gruppo prima di sedersi intorno al tavolo negoziale al Ministero dello Sviluppo economico aveva detto ai sindacati non solo di volere chiudere le fabbriche di Brescia e Gozzano, ma anche di ridurre il personale a Roccasecca (Frosinone), Orcenico (Pordenone) e Trichiana (Belluno). Sempre ieri, i sindacati di categoria Filcem, Femca e Uilcem hanno organizzato un sit-in proprio per far sentire la voce dei lavoratori su una vicenda amministrativa che risale al 2006.

I sindacati hanno chiesto a Saglia un piano industriale, ormai da oltre due anni ed in modo particolare da quando nel luglio del 2007 il fondo di private equity americano Bain Capital concluse con American Standard Incorporation il contratto di acquisto dell’intera divisione Bath & kitchen. Un’operazione dal valore complessivo di circa 1,75 miliardi di dollari, realizzata attraverso una particolare operazione finanziaria meglio nota come leveraged buyout. Con tale operazione Bain ha potuto acquisire Ideal Standard sborsando solo una minima parte di capitali propri ricorrendo, per la maggior parte, a capitali di reddito forniti da finanziatori esterni come nel caso del Credit Suisse e di Bank of America intervenute per una somma complessiva pari a 1,55 miliardi di dollari. Con questa modalità l’indebitamento è stato trasferito sul patrimonio della società acquisita per poi essere successivamente rimborsato dai flussi di cassa generati dalla società stessa. Non c’è dubbio che Ideal Standard, al momento della vendita, poteva vantare della presenza di una divisione operante in Europa, Middle East, Africa, Asia e America latina, con 18 mila addetti distribuiti di 30 Paesi, con a disposizione importanti marchi internazionali. La Bain voleva realizzare un forte potenziale operativo attuando costanti miglioramenti sui costi, potenziando ulteriormente i marchi in modo da dare una accelerazione alla crescita per poi, con molta probabilità, rivendere realizzando così una forte plusvalenza. Ma errate valutazioni sulla valorizzazione del prodotto, sommate a problemi strutturali ed a condizioni di mercato eccezionali, spiega Angelo Colombini, segretario nazionale Femca, dovuti alla gravità dell’attuale congiuntura economica, hanno fatto si che la situazione precipitasse.

Oggi Ideal Standard può contare su soli 11 stabilimenti ed un numero di dipendenti intorno alle 7.000 unità. Il fatturato per il solo business della ceramica, nel 2008 è stato di 440 milioni di euro, rispetto ai 518 milioni del 2006. Dentro questo scenario Ideal Standard Italia, per la Femca, presenta aspetti di maggior preoccupazione perché registra, proporzionalmente, una contrazione di volumi e di fatturato tra i più alti rispetto alle consociate europee. Si è passati da 3.600.0000 pezzi del 2006 a 2.650.000 del 2008. mentre il fatturato per la sola ceramica, è passati da 211 milioni del 2006 al 151 milioni del 2008. Le previsioni per il primo trimestre del 2009 ci dicono che i volumi produttivi stanno registrando una ulteriore flessione posizionandosi al di sotto dei 2.000.000 pezzi prodotti.

“Non vorremmo – conclude Colombini – che il piano industriale diventasse l’alibi per assestare un ulteriore colpo sul personale, avendo in mente più il contenimento dei costi che il consolidamento e le prospettive del Gruppo. Noi crediamo invece che il Gruppo possa uscire rafforzato da questa fase d’incertezza rilanciando l’attività industriale proprio partendo dal marchio che, nonostante tutto, è ancora leader del mercato mondiale”. Intanto negli stabilimenti si respira aria di grande attesa. (www.conquistedellavoro.it)