Quando gli immigrati fanno impresa
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Quando gli immigrati fanno impresa

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Pubblicato il 27 Agosto 2008

Sono Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna, Veneto e Lazio le regioni in cui si registra la presenza maggiore in termini assoluti di imprese immigrate: in queste cinque regioni si concentra infatti il 57% di tutte le imprese con titolare non europeo.

È quanto rivela una ricerca Unioncamere che, alla fine di giugno, ha registrato la presenza in Italia di 234.175 imprese individuali con titolare immigrato da Paesi non Ue (+84,3% rispetto a giugno del 2003), corrispondenti in valore assoluto ad una crescita dell’imprenditoria immigrata di 107.111 unità in cinque anni.

La Cina è ai vertici nella gara tra gli imprenditori immigrati che operano in Italia per numero di settori presidiati: sono loro, infatti a primeggiare in 6 su 20 dei principali settori economici in cui, nel nostro Paese, risultano operanti imprenditori immigrati.

In questa rincorsa ad aprire un’attività nel nostro Paese, gli eredi del celeste impero hanno dato ottima prova della loro capacità di penetrazione sia settoriale che territoriale: presenti in tutte le 104 province italiane con 31.355 attività (dalle 3.329 di Prato alle sole 5 di Rieti), i cinesi sono leader nel commercio all’ingrosso, nei ristoranti, nella confezione di vestiario, nell’industria tessile, nella fabbricazione di gioielli e bigiotteria e nella lavorazione del cuoio.

Al secondo posto dell’ideale medagliere tra imprese c’è il Marocco (primatista in 5 settori) che però, con poco più di 40mila piccole imprese, può vantare la comunità d’affari straniera in assoluto più numerosa attiva nel nostro Paese, anch’essa distribuita in tutte le province (da Torino, dove hanno sede 3.142 attività, fino alla piccola Enna, dove operano in 10). Le specialità imprenditoriali in cui primeggiano i marocchini vanno dal commercio al dettaglio ai trasporti, dai servizi alla persona a quelli postali e di telecomunicazione, alla fabbricazione di prodotti in metallo.

La sorpresa è la Serbia, con 3 primi posti. Nonostante possano contare solo su 8.034 attività (settimi nella classifica assoluta per numero di imprese), gli imprenditori originari dello Stato della ex-Jugoslavia sono i più numerosi tra i riparatori di auto e moto, nelle attività a supporto dell’intermediazione finanziaria e nello sport e cultura.

La ricerca – spiega Unioncamere – conferma come l’imprenditoria immigrata sia un fenomeno di crescente rilievo nella trasformazione del tessuto imprenditoriale del Paese, soprattutto  alla luce della storica tendenza alla contrazione del numero delle piccole imprese individuali, di cui a fine giugno scorso rappresentavano il 6,8%. Dal 2003, infatti, il saldo di questa che è la forma giuridica più semplice (spesso l’altra faccia della ricerca di un lavoro che si trasforma in autoimpiego), è diminuito di 11.727 unità: se dal conteggio si escludono le imprese aperte nello stesso periodo da immigrati, il bilancio però sarebbe stato negativo per quasi 120mila imprese.

Osservando la distribuzione settoriale, emerge poi la concentrazione di queste imprese in settori tradizionali generalmente a basso o bassissimo costo di ingresso nel mercato e in cui si concentrano mestieri che molti italiani tendono ormai a scartare tra quelli desiderabili.