Indagine Cisl sulla sanità lombarda
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Indagine Cisl sulla sanità lombarda

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Pubblicato il 23 Febbraio 2007

La sanità lombarda ha bisogno di programmazione condivisa. La crescita delle strutture private spiega l’esplodere di numeri che non riescono a eliminare il fenomeno delle liste d’attesa e sollevano moltissimi dubbi sulla appropriatezza delle prestazioni richieste e rese. È quanto emerge dall’indagine realizzata dalla Cisl Lombardia sul sistema dei servizi di tutela della salute nella Regione. Uno studio che prende le mosse dall’entrata in vigore della legge di riordino del sistema regionale, la n. 31 del 1997, per giungere fino ai giorni nostri. In questi nove anni il ricorso agli ospedali (ricoveri, day hospital e pronto soccorso) è cresciuto di 536mila unità, pari ad oltre il 9%. Le prestazioni specialistiche in pronto soccorso (visite ed esami diagnostici) sono aumentate del 155%, passando da 6 milioni a quasi 16. La Regione ha adeguato il numero di posti letto agli standard chiesti dal Piano sanitario nazionale (4,5 posti letto per 1000 abitanti), ma con il crollo dei letti pubblici che si riducono di 11.546, mentre i privati addirittura aumentano di 1.073 posti. Il sistema sanitario lombardo mantiene certamente caratteristiche di eccellenza. Ma ha i costi più alti per i cittadini e ha operato le trasformazioni più pesanti sulle strutture pubbliche. Esso è stato largamente orientato dal vasto corpo degli interessi che agiscono sul sistema e poco, invece, dall’azione di governo della domanda. Anche nel caso dei ricoveri e dei giorni di degenza aumenta il privato, in particolare in alcune specialità importanti e costose: cardiologia e cardiochirurgia (+530 posti letto, il pubblico ne perde 120); urologia (+328, -328), riabilitazione neurologica (+188, servizio pubblico assente). Tra i numerosi dati anche quelli relativi alle Residenze sanitarie assistite, che segnalano dal 1997 una crescita di ben 15.750 posti letto, pari al +42,4%.  Ma, soprattutto, un aumento medio delle rette di 1.132 euro annui. I dati confermano l’insufficienza degli stanziamenti della Regione, che dovrebbe coprire almeno il 50% della parte sanitaria della retta, oltre all’insufficienza di una reale politica della cura e assistenza domiciliare, che ha bisogno di servizi prima che di voucher.